di Cosimo Risi del 2/5/2024
Il Medio Oriente con il fiato in sospeso. Le trattative convulse fra le parti. La missione di Antony Blinken nella regione. Le telefonate di Joe Biden con il Presidente di Egitto e con l’Emiro del Qatar. La decisione del Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman di riconoscere lo Stato d’Israele. La reazione dei dirigenti di Hamas, a Doha e Gaza.
Il momento è convulso. L’ultima proposta di mediazione per il rilascio degli ostaggi reca una firma nascosta quanto pesante. La scrive metaforicamente il Segretario di Stato nell’ennesima missione nella regione. L’afflato di Blinken per la causa è palese. Congiunto di deportati, ebreo laico di formazione francese, il Segretario di Stato ribadisce di persona agli interlocutori quanto il suo Presidente da detto al telefono a Mohammed al-Sisi e Tamim al-Thani: la proposta sul tappeto è la più generosa mai formulata, a Hamas la responsabilità di accettarla o rifiutarla con le conseguenze del caso.
I piani militari per entrare a Rafah, l’ultima roccaforte di Hamas a Gaza, sono pronti e approvati dal Governo, manca solo il via libera perché scattino. Il via libera è sospeso nell’attesa che gli ostaggi, prima le donne e i più fragili, siano rilasciati. In cambio Israele osserverà un cessate il fuoco. Sulla durata della pausa pare che si discuta: se a durata definita, come nella proposta israeliana, o indeterminata, come nei desiderata di Hamas.
C’è però chi ipotizza che l’interesse profondo di Benjamin Netanyahu e Yahia Sinwar sia di tirarla per le lunghe. Gli ostaggi sarebbero pedine da giocare nel gioco grosso della sopravvivenza politica del primo e della testimonianza politica del secondo, da “Zelota religioso” (Haaretz, con riferimento agli Zeloti che si immolarono a Masada per non consegnarsi ai Romani).
In seno al Gabinetto di guerra, Benny Gantz e Gadi Eisenkot si sono impegnati a liberare gli ostaggi sulla base di un ragionevole compromesso con la controparte e poi marciare verso le elezioni: per ribaltare il Governo di destra a favore di una coalizione centrista che comprenda Yair Lapid, l’ultimo Primo Ministro prima di Netanyahu.
L’Arabia Saudita decide di aderire agli Accordi di Abramo per il mutuo riconoscimento fra il Regno e lo Stato d’Israele. Una mossa storica di cui si discute la tempistica: procedere subito o attendere novembre?
Il mese di novembre ha una sua carica escatologica, in linea con la tradizione biblica che pervade la regione. Biden succederà a se stesso o tornerà Trump? Biden gioca il gioco di Israele con toni però critici sui metodi e non nasconde il fastidio per il Governo di Gerusalemme. Trump, a giudicare dal precedente mandato, sarebbe totalmente allineato.
L’Unione europea alla vigilia delle elezioni di giugno si esprime sulla crisi con un messaggio critico. Josip Borrell annuncia che alcuni stati membri si apprestano a riconoscere lo Stato di Palestina. In questo modo sarebbero dodici a farlo: Cipro, Polonia, Repubblica ceca, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Ungheria, Irlanda, Belgio, Spagna, Malta, Svezia.
La Corte penale internazionale starebbe per spiccare i mandati di arresto nei confronti di alcuni dirigenti israeliani per presunti crimini di guerra. Ad essere colpiti sarebbero il Primo Ministro, il Ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore. La reazione di Netanyahu è lapidaria: il mandato sarebbe intriso di “antisemitic hate crime”. Sarebbe esso stesso un crimine: ma di odio antisemita.
Egli rilancia l’antico e sempre attuale tema dell’antisemitismo. Ne sarebbero prova certe manifestazioni nelle università europee e americane. Ammantandosi di antisionismo, confondono i due momenti fino a sovrapporli.