di Cosimo Risi del 24/4/2024
Su licenza di Lucio Sossella Editore, riproduco qui lo stralcio dell’Introduzione al mio libro, Terre e guerre d’Israele, Prefazione di Fernando Gentilini, in uscita a fine giugno 2024.
Non lo fiacca [lo Stato d’Israele] la Guerra del Kippur (1973), inizialmente sottovaluta dai dirigenti politici come l’attacco del 7 ottobre 2023. La Premier Golda Meir si dimette a fine emergenza. Interviene la shuttle diplomacy del diplomatico per eccellenza: Henry Kissinger. Il Segretario di Stato americano, originario di una famiglia ebraica tedesca, media fra le parti lasciando intendere a ciascuna di avere vinto.
Ci vuole il coraggio di Anwar al-Sadat a pulire le relazioni con l’Egitto dai cascami dell’odio. Il Presidente egiziano si reca alla Knesset a parlare di pace. A tratti ironica è la cronaca dell’evento di Boutros Boutros-Ghali, il suo Ministro degli Esteri, il cristiano copto assurto all’incarico proprio per il viaggio. Il Primo Ministro israeliano Menachem Begin lo chiama, biblicamente, Pietro Pietro nella traduzione di Boutros Boutros. Nel tragitto in automobile, il collega israeliano Moshe Dayan lo intrattiene non su temi politici ma sull’archeologia, la sua passione. Come fra vecchi conoscenti, eppure Dayan è stato lo stratega della Guerra dei Sei Giorni.
Il mistero Israele. Come riesce un paese di minuscole dimensioni e di modesta popolazione, nelle mappe mostrate in televisione spicca la differente taglia fra Israele e Iran, a resistere alle pressioni? Come sopravvive al clima di “né guerra né pace”? A leggere di Tel Aviv in questi giorni di botta e risposta con l’Iran si ricava l’impressione della normalità. La vulgata mediatica vuole che Tel Aviv sia aperta tutti i giorni e per tutto il giorno. Ignora persino il riposo dello shabbat e le restrizioni della kasherut. Il suo vitalismo è l’antidoto all’angoscia per la fine. Armageddon è di là da venire, sembrano ripetersi gli abitanti.
Il confronto fra Iran e Israele apre un nuovo capitolo nelle relazioni con il mondo arabo. Già poco partecipi alla vicenda di Gaza, le potenze sunnite hanno un ruolo attivo nella difesa di Israele che, nella circostanza, tutela i loro interessi rispetto all’universo sciita. Dell’Egitto che trae ricchezza dal Canale di Suez minacciato dagli Houthi di Yemen. Dell’Arabia Saudita che tenta la riforma interna e non vuole il dominio sciita sul Golfo. Della Giordania che vuole proteggere i rapporti con un vicino dinamico come Israele.
La mappa politica del Medio Oriente muta. Nell’eterno richiamo alla pacifica convivenza fra le popolazioni e le religioni e nell’eterno ritorno alla logica del confronto. La causa palestinese è stata derubricata ad affare interno dal lungo Governo Netanyahu. Riemerge con la violenza dell’assalto al kibbutz e dell’ingresso delle IDF a Gaza. Le vittime si contano a migliaia, le distruzioni sono immani.
I rapporti di Israele con l’esterno mutano considerevolmente nel corso degli anni, salvo tenere la rotta sulla stessa polare: nella galassia di Washington. Il rapporto con gli Stati Uniti matura nel tempo, al punto che i detrattori ritengono Israele il 51° Stato dell’Unione. Il Premier Netanyahu partecipa ai congressi dei Repubblicani, anche quando il Presidente in carica è democratico. Per non parlare della mitizzata lobby ebraica che tutto potrebbe grazie all’influenza finanziaria e culturale.
Il rapporto con l’Europa è altalenante. Scontata è l’adesione della Germania alle ragioni dello Stato ebraico, meno scontate sono le posture degli altri stati membri e dell’Unione nel suo insieme. In linea di massima il compromesso si trova attorno a dichiarazioni critiche di certi comportamenti israeliani, ma senza che dalla critica vengano reazioni concrete. Sono state sempre respinte le richieste di certi paesi arabi di sospendere l’accordo di associazione come segno di un atteggiamento sanzionatorio. Molti dirigenti dello Stato sono di origine europea. Il che dà ragione all’interrogativo posto nella Prefazione: se Israele sia un paese occidentale (europeo) o mediorientale. Poiché ha i caratteri di entrambe le regioni, non è l’uno né l’altro. Un paese in between?
Al culmine del processo di Oslo nei Novanta del XX secolo, Shimon Peres teorizzò l’appartenenza mediorientale dello Stato, una sua funzione quasi didascalica nei confronti dei vicini perché incorporassero con il suo esempio i riti della democrazia di stampo europeo.
Alcuni Israeliani, anche di rango, hanno origine iraniana, eppure l’Iran è oggi il grande nemico, non lo era all’epoca dello Scià. Le potenze sunnite si erano coalizzate per distruggere lo Stato alla nascita, ora sono i suoi alleati di comodo, addirittura lo difendono dagli attacchi iraniani. L’interesse profondo è comune: per restare sotto l’ombrello americano, con quello che comporta in termini strategici, bisogna fare fronte comune con il 51° stato.