di Davide Strukelj del 18/01/2024
La sostenibilità è ormai entrata a pieno titolo nell’elenco delle parole note, tanto da diventare quasi inflazionata.
Ma sappiamo davvero cosa si intenda per sostenibilità? Me lo chiedo perché spesso, parlando con le persone, noto che l’immagine che questa parola si porta dietro è quella del rispetto per l’ambiente, dell’ecologia… insomma tutto ciò che oggi si definisce “green”. Ma è proprio così?
Facciamo un passo indietro e proviamo a fare chiarezza sul tema, anche perché, proprio per Monfalcone, la sostenibilità potrebbe essere una chiave di lettura e una modalità importante, davvero importante.
Dal punto di vista storico, la sostenibilità si colloca nel solco della responsabilità sociale d’impresa, un concetto vecchio di decenni che nasceva dalla considerazione che l’impresa (o meglio, in dottrina, il capitale) dovesse mirare esclusivamente alla sua remunerazione. In poche parole, la dottrina consolidata (almeno fino a un po’ di anni fa) sosteneva che lo scopo fondamentale dell’impresa fosse quello di produrre utili. Poi, una serie di economisti, di imprenditori e di pensatori ha ritenuto che l’impresa non potesse avere solo questo scopo, ma che essendo un elemento della società, intesa nel suo complesso, dovesse avere anche delle specifiche responsabilità verso l’ambiente esterno, genericamente inteso, e non solo verso i sui finanziatori. Per i cultori del genere, possiamo dire che esistono una visione “contrattualistica” dell’impresa, che in questo senso rimane un fatto privato tra sottoscrittori e ha lo scopo della remunerazione del capitale, e una e una visione “istituzionalistica”, secondo la quale l’impresa ha anche lo scopo del successo inserito in un contesto di rispetto di tutti quegli attori in qualche misura coinvolti nel e dal suo agire.
Prima di passare al punto successivo, preme precisare che questo principio è stato sempre più generalizzato, passando dall’impresa economica in senso stretto all’organizzazione in senso più ampio.
Negli ultimi anni, formalmente diciamo almeno dal noto Rapporto Brundtland delle Nazioni Unite (1987), la sostenibilità è stata definita come “uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Un tale principio è stato recepito anche nella nostra Costituzione che, grazie a una modifica del 2022, ha specificato che il campo d’azione dell’iniziativa economica privata, pur essendo “libera”, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. E questa, se permettete, non è poca cosa.
La più attuale declinazione di sostenibilità si basa su tre pilastri, noti come ESG (Environmental, Social e Governance) che stanno ad elencarne gli ambiti specifici di interesse, ovvero l’ambiente, la società e i modelli di gestione.
Parrebbe tutto abbastanza banale, ma in realtà non è proprio così e infatti la nostra Comunità europea ha voluto normare in modo preciso e puntuale tutta una serie di ambiti e di obblighi, tanto che alcune norme conseguenti sono ancora in fase di definizione ma pronte per entrare in corso di applicazione.
Sinteticamente, per quanto riguarda gli aspetti ambientali l’UE è molto concentrata nella valutazione puntuale degli effetti sul cambiamento climatico, sull’inquinamento, sulla gestione dell’acqua e delle risorse marine, sulla biodiversità e gli ecosistemi e sull’economia circolare. OK, più o meno ci siamo.
Relativamente ai temi sociali, e qui entriamo nell’interessante, l’UE vuole monitorare le caratteristiche della forza lavoro utilizzata, i lavoratori delle catene di valore, gli effetti sulle comunità interessate e sui consumatori e gli utenti finali. Forse qui qualche nuova idea comincia a prendere forma…
Da ultimo, circa i modelli di gestione, l’UE desidera monitorare in particolare gli aspetti dell’ attività interna e dei controlli, ma anche della conduzione dei propri interessi. E anche qui qualche pensiero dovrebbe nascere.
Come farà l’Unione a verificare questi parametri? Ebbene lo farà (e lo sta già facendo) attraverso una serie di direttive e regolamenti e utilizzando precisi indici di valutazione.
Veniamo ora ad alcune possibili conclusioni pratiche.
Come probabilmente sapete, diverse aziende sono già oggi obbligate a presentare annualmente una serie di documenti, che vanno sotto il nome di dichiarazioni non finanziarie (DNF), coi quali devono rendere conto delle loro attività di responsabilità sociale e dei parametri di sostenibilità. Queste sono le grandi aziende quotate, alle quali si aggiungono le molte imprese non obbligate dalla norma ma che desiderano comunque comunicare la loro responsabilità sociale.
Già oggi, ma nei prossimi anni in modo molto più puntuale e assumendo precise responsabilità anche di carattere giuridico, le grandi aziende dovranno rendere conto della loro responsabilità sociale ma anche di quella delle aziende coinvolte nelle loro catene di valore a monte e a valle, vale a dire dei loro fornitori e dei loro clienti.
Per dimostrare cosa? Per dimostrare che il loro modello di funzionamento è responsabile dal punto di vista degli impatti ambientali, sociali e di gestione.
Volete alcuni esempi di cosa includa la responsabilità d’impresa? Beh, il rispetto dell’ambiente (e questo è noto), ma anche il non sfruttamento della forza lavoro, il benessere diffuso, la parità di genere, le politiche per la genitorialità, il rispetto delle diversità, e poi gli impatti sulla società e sulle comunità, il loro coinvolgimento, l’etica commerciale, l’attenzione sull’osservanza delle norme e molto altro ancora. E tutto questo non solo “in casa propria”, ma anche presso i propri fornitori e clienti.
Vi si è accesa quale lampadina?
Eh sì, credo sia davvero una grande opportunità per il nostro territorio: una possibilità di crescita di cui i grandi attori dell’economia sono assolutamente a conoscenza e che nei prossimi anni diventerà un tema pregnante per molte grandi imprese, anche locali, e per i loro indotti.
L’importante sarà governare questo processo con intelligenza. La stessa intelligenza di cui ha parlato recentemente un noto amministratore delegato.