di Cosimo Risi del 13/01/2024
La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, da non confondere con la Corte Penale Internazionale che pure ha sede all’Aia, è chiamata dal Sudafrica a deliberare sul quesito fondamentale: è in corso un genocidio a Gaza? lo Stato d’Israele ne è responsabile?
La Corte è composta di 17 giudici, 15 di nomina ONU e 2 di nomina delle parti in causa. La base giuridica di riferimento è la Convenzione sulla prevenzione e la repressione del genocidio (Ginevra 1951), di cui sono firmatari sia il Sudafrica che Israele.
Le parti convenute sono gli stati in quanto tali e non le persone. Le sentenze della Corte sono cogenti e inappellabili, sebbene essa non abbia la strumentazione per imporne l’applicazione. Questa è sostanzialmente affidata alla buona volontà della parte “condannata”.
Il giudizio ha carattere d’urgenza, una sentenza potrebbe essere emessa nel giro di settimane. Israele sconta una valutazione sfavorevole. Fra le ipotesi è quella di una ingiunzione a consentire gli aiuti umanitari a Gaza, a fare tornare i civili nella zona nord, ad accettare il cessate il fuoco. E’ assai improbabile, e d’altronde neppure il Sudafrica lo chiede, che si disconosca il diritto dello Stato a reagire all’attacco del 7 ottobre 2023.
La battaglia, prima ancora che nell’aula, si combatte a livello mediatico. Gli schieramenti si stanno definendo. La narrazione palestinese penetra presso ampi settori dell’intellighenzia occidentale, le grandi Università americane fanno scuola. L’argomentazione principale è che a Gaza si sta consumando un disastro umanitario, al limite un tentativo di genocidio. Non sarebbe in discussione il diritto a difendersi ma la misura dell’azione difensiva.
La delegazione sudafricana presenta fra le argomentazioni d’accusa le estemporanee dichiarazioni di alcuni Ministri israeliani nonché un messaggio del Primo Ministro alle truppe: Amalek, la maledizione biblica, torna a minacciarci. Gli Amaleciti erano la popolazione che attaccò proditoriamente gli Ebrei in fuga dall’Egitto e da allora simboleggiano il male.
La contro-narrazione israeliana mira a riportare l’attenzione sui fatti del 7 ottobre: il maggiore massacro di Ebrei dopo la Shoah. In un messaggio su TikTok per il pubblico straniero, Netanyahu dichiara che la guerra è contro Hamas e non contro i Palestinesi e che questi non saranno deportati da Gaza. Possono restare purché la Striscia sia “smilitarizzata e politicamente de-radicalizzata”. Gira inoltre sul web, e solo comprensibilmente per gli stranieri, il documentario sulle atrocità del 7 ottobre e dopo a danno degli ostaggi.
Colpisce il paradosso storico. La Convenzione sul genocidio fu adottata ad evitare il ripetersi della Shoah e dunque come una tutela ancorché tardiva del popolo ebraico. Ora quella Convezione è agitata contro Israele che di quel popolo si considera la casa eletta.
Alcuni media e molti intellettuali e diplomatici sono consapevoli della distorsione che rischia di emergere dal dibattimento dell’Aia: il popolo storicamente vittima del genocidio è accusato di praticarlo. Propugnano il ritorno al senso della misura nelle operazioni militari e nelle conseguenze politiche. E’ l’atteggiamento del Segretario di Stato USA a conclusione della missione nella regione. I rapporti con i paesi arabi possono essere salvaguardati, con l’Arabia Saudita la normalizzazione può proseguire: ma a certe condizioni che Israele farebbe bene a valutare.
Come spesso accade in quella composita realtà, la difesa dello Stato è affidata all’ex Presidente della Corte Suprema. Aharon Barack ha contrastato le pulsioni governative alle soluzioni drastiche e avversato la riforma giudiziaria che intende limitare i poteri della Corte Suprema nel cancellare le leggi palesemente irragionevoli.
Il Governo si rivolge a colui che ne ha criticato l’operato fino al giorno prima. Parrebbe un tentativo di riconciliazione nazionale. All’ombra però del disastro.