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La riforma che scardina la Costituzione

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di Franco Belci del 16/12/2023

La proposta di riforma costituzionale targata Meloni è diversa dai tentativi (peraltro tutti falliti) che l’hanno preceduta: da Berlusconi a Renzi, per restare ai più recenti. Stavolta  però si tratta dell’intenzione di cambiare la natura del nostro sistema di governo, fondato sulla centralità del Parlamento come primo interprete della sovranità popolare, dal quale discendono tutti gli altri organi previsti dalla Costituzione. L’elezione diretta e contemporanea del premier e delle Camere legherebbe indissolubilmente la sorte dell’uno/a e delle altre e porrebbe in posizione subalterna il Presidente della Repubblica. L’argomentazione di chi sostiene che le sue prerogative non sarebbero toccate è speciosa:  non solo perché non è formalmente vero (verrebbero comunque tolti i poteri di conferire l’incarico e di sciogliere le Camere), ma soprattutto perché è evidente che la figura istituzionale che passa per il suffragio universale assume un peso preponderante. Lo conferma anche la macchinosa procedura per l’attribuzione dell’incarico: nel caso di mancato conseguimento della fiducia, viene prevista (per una sola volta) una seconda votazione in Parlamento. Qualora la situazione si ripetesse, verrebbe candidato (sempre per una volta sola) un altro parlamentare indicato dalla maggioranza, creando una situazione  confusa e contraddittoria: il neo eletto non avrebbe la legittimazione popolare chiesta al primo e sarebbe comunque vincolato al programma del premier al quale sarebbe stata negata due volte la fiducia. Ed è immaginabile che il motivo per negargliela sarebbe costituita proprio dalla bocciatura, da parte del Parlamento, di quel programma. Nel caso di fallimento del “secondo premier” si andrebbe, in modo automatico, a elezioni anticipate. Dunque, si tratta di un sistema rigido e privo di qualsiasi criterio di ragionevolezza. che mette in discussione anche il ruolo di garanzia ed equilibrio istituzionale del Presidente della Repubblica, egregiamente svolto da Mattarella in molte occasioni. Secondo la premier, l’elezione diretta consegnerebbe al “popolo” la scelta del primo ministro, sottraendola al potere dei partiti. Una dichiarazione singolare per di chi guida un partito e ne ha fatto una macchina per l’occupazione del potere: evidentemente l’obiettivo è di concentrarlo ulteriormente nelle mani di una sola persona e, come si è già sperimentato, del suo “cerchio magico”. Qualcuno ha sostenuto che questo carattere accentratore e personalistico della riforma sarebbe mitigato dalla parallela legge sull’autonomia differenziata. A me pare che si tratti soltanto di un mercanteggiamento istituzionale tra FdI e Lega: da un lato caratterizzato dall’insofferenza per un sistema che si fonda sulla separazione dei poteri e sul loro bilanciamento, confermata dai continui scontri con la magistratura; dall’altro rispolverando la bandiera dell’autonomia differenziata, da conseguire peraltro senza aumenti di spesa e in assenza della definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni: presupposto, questo, per allargare, e non ridurre, le differenze tra i cittadini delle singole Regioni. L’ultimo aspetto, forse quello più pericoloso, è l’inserimento nell’architettura costituzionale della norma che attribuisce un premio di maggioranza corrispondente  al 55% dei seggi in ciascuna delle due Camere alle liste e ai candidati collegati al premier, senza peraltro individuare una soglia minima sotto la quale il premio non scatta. Una scelta tanto più grave perchè la Corte Costituzionale ha già bocciato una norma simile contenuta in una legge elettorale e si cerca dunque di sottrarla alla giurisdizione estrapolandola dalla sua sede naturale: appunto la legge elettorale. E perché configurerebbe un sistema maggioritario praticamente immodificabile, con una soluzione estranea ai principali sistemi costituzionali europei. Si svela soprattutto in questo punto il carattere “totalitario” della proposta. Una maggioranza così ampia potrebbe infatti eleggersi da sola il Presidente delle Repubblica, modificare la Costituzione e nominare tutti i giudici costituzionali di competenza parlamentare: toglierebbe, insomma, ogni spazio alla funzione di controllo dell’opposizione. Si potrebbe perfino verificare il caso che un partito o una coalizione possa governare per 5 anni, senza possibili alternative, in nome del 25% degli italiani. Il referendum confermativo dovrà essere l’occasione per aprire un grande dibattito sulla qualità della democrazia nel Paese e per spiegare agli italiani che la semplificazione dell’elezione “popolare” del premier comporta uno scambio davvero oneroso: da una parte il cittadino potrebbe, sì,  eleggere direttamente la donna (o l’uomo) sola al comando, dall’altra perderebbe però ogni possibilità di influire, attraverso partiti, associazioni e organizzazioni che lo rappresentano, sulle scelte della politica durante il quinquennio del mandato, lasciando nelle mani del/la premier una cambiale in bianco.

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