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Il grande vuoto del riformismo

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di Franco Belci del 25/10/2023

Nel dibattito politico italiano, definirsi “riformisti” è diventata quasi una moda. Il termine è usato con grande frequenza e vi si rifanno, fin dal loro logo, riviste, quotidiani, correnti di partito, associazioni. In nome del “riformismo” si promuovono scissioni e si annunciano traslochi politici. Ma se ci si guarda dentro, ci si accorge che il riferimento è quasi sempre al contenitore, cui viene attribuito un trascendente valore positivo, ricavato per differenza: la contrapposizione implicita sarebbe quella con “massimalismo”, concetto del quale rimangono altrettanto vaghi i contorni. Insomma, da molti anni il termine ha perso senso, senza peraltro acquistarne uno nuovo: anzi, spesso ha finito per sovrapporsi e confondersi col suo opposto. Quanti “conservatori” sono stati anche “riformisti”, e viceversa? Se si vuole discuterne seriamente, occorre dunque partire da un punto fermo: il termine non assume valore in sé, ma solo con riferimento ad un contesto costruito su idee, programmi, orientamenti. Cioè proprio quello che oggi manca. L’estinguersi delle ideologie Novecentesche non è mai stato sostituito da un rinnovamento degli strumenti di analisi della società, da un’adeguata ricerca culturale, da una rielaborazione politica. In questo vuoto, una nuova ideologia si è fatta strada senza che molti tra gli attori politici lo avvertissero con sufficiente attenzione: quella neoliberista. Così, una dottrina economica con robuste radici nel secolo scorso, che insisteva sulla valorizzazione delle dinamiche del mercato, sulla libera circolazione dei capitali, sul ritiro dello Stato, sulla finanziarizzazione dell’ economia, è diventata col tempo pensiero egemone. Le leggi del mercato si sono trasformate in diritto naturale, prevalente su tutti gli altri, e il perimetro di questi ultimi, a cominciare dal welfare, si è progressivamente rattrappito.

La diffusione del pensiero neoliberista è stata pervasiva e fortemente sostenuta dalla potenza comunicativa dei settori economici e finanziari che l’hanno promossa. Alla fine, tutto il pensiero politico ha finito per muoversi in quel perimetro, pur cercando, a sinistra, di ridurre gli aspetti più smaccatamente antisociali. Eppure, quel diritto naturale autoproclamato appare inemendabile nei suoi fondamenti, perché è basato su distopie e squilibri strettamente associati gli uni agli altri: togliere un solo mattone potrebbe far crollare il muro. Si pensi ad esempio al binomio diseguaglianze/ambiente, evidenziato in un intervento da Roberto Weber un mese fa: l’11% più ricco del pianeta ha la responsabilità dei 2/3 delle emissioni nocive, non solo perché “produce” di più, ma perché “possiede” di più, a cominciare dalle industrie inquinanti o da quelle degli armamenti.

Se il pensiero critico espresso in Italia dalle opposizioni finisce per rimbalzare da un aspetto all’altro, senza trovare per ora momenti di aggregazione e strade veramente incisive, la destra si adegua invece pienamente allo spartito, attraverso una visione ideologica “antimoderna”, sfasata rispetto all’evoluzione della società, ma buona per tenere aperte quelle faglie sociali che ne hanno consentito la vittoria. Non mi pare che qualcuno sappia (posto che lo voglia) come uscire da questa situazione di blocco che porta con sé rischi sociali altissimi. Non si scorgono all’orizzonte, nè a livello nazionale, né a quello globale, forze e movimenti politici capaci di interpretare in maniera stabile esigenze profonde di cambiamento che pure sono diffuse. Non tutti i cambiamenti attendono però, per realizzarsi, una loro dottrina. Alexander Langer sosteneva, quasi 50 anni fa, che per cambiare la società in senso solidale e ambientalista erano necessarie “utopie concrete”, cioè “assaggi” degli ideali che si perseguono, capaci di suscitare una visione del futuro a mezzo di progetti e iniziative da praticare sul territorio. Forse, è questa la strada che abbiamo a portata di mano. Qualche volta, dalle cose piccole può nascerne una più grande.

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