di Stefano Pizzin del 1/7/2023
“De mortuis nihil nisi bonum”, dei morti non si dica nulla che non sia buono. Questo, più o meno, è il significato della famosa locuzione latina. Un po’ buona educazione, un po’ rispetto dei defunti e dei loro cari e un po’ di ipocrisia, insomma, una regola per il quieto vivere, almeno nei primi giorni dopo un decesso. Ma questa regola vale anche per chi ha avuto un ruolo pubblico, per chi ha governato un Paese e ha disposto della vita delle persone? Dove si ferma la necessaria “pietas” di fronte alla libertà del dibattito pubblico, del confronto di opinioni che sta a fondamento della democrazia?
A dire il vero nei giorni successivi alla morte di Silvio Berlusconi abbiamo assistito a una esagerazione al contrario, non solo se ne è parlato “solo che bene” ma siamo stati travolti, a media unificati, da una beatificazione forzata, imposta a tutto il Paese, pure e forse soprattutto, a coloro che lo hanno ritenuto un disastro politico e culturale. I simboli, in politica, spesso valgono come gli atti: allora, se il funerale di Stato era dovuto per legge a un ex Presidente del Consiglio, il lutto nazionale no. Proclamare una giornata del genere, che chiama a raccolta l’intero comunità nazionale, presume che ci si trovi di fronte a una personalità riconosciuta da tutti o a una tragedia immane e non certo chi, sul cui giudizio, l’Italia è profondamente divisa.
Per almeno tre giorni RAI e Mediaset, oltre l’ottanta per cento del palinsesto televisivo, è stato occupato da una prosopopea senza fine. Berlusconi, anzi Silvio, grande politico, grande imprenditore, grande in tutto. Tutto senza freni e tutto senza limiti. Chissà se ai tanti leader che si sono succeduti a sinistra ci sarà stata una riflessione, un ripensamento, sul fatto di non avere mai fatto una legge sul conflitto di interessi come in tutti i Paesi civili, chissà.
Personalmente ritengo Berlusconi la più grande disgrazia di questo Paese dopo Mussolini. Certo, contrariamente al capo del fascismo, il capo di Mediaset non ha trascinato l’Italia in una dittatura e in una devastante guerra mondiale, però è riuscito a renderci la barzelletta dell’Occidente e a portarci a un passo dal default economico. Già, il resto dell’Occidente: in quei giorni di lutto forzato per avere un’informazione che non fosse un tappetino rosso steso intorno alla famiglia di Arcore bisognava leggersi la stampa estera; e non c’erano differenze, il giudizio era impietoso, che fosse il progressista New York Times, il conservatore Le Figaro o il paludato Times di Londra. “Una figura controversa in Italia, è stato oggetto di scherno all’estero per le sue battute oscene, gli scandali sessuali e la sovrapposizione di interessi politici e commerciali” così il Wall Street Journal, non esattamente un foglio di estrema sinistra.
Cosa ha lasciato all’Italia Silvio Berlusconi? C’è una legge, un provvedimento, qualcosa che gli italiani possano ricordare e che abbia migliorato la loro vita? No. Non c’è nulla. Per cultura e indole non mi occupo di cronaca giudiziaria e credo che la lotta politica non debba passare per le procure, quindi, anche se la condanna per evasione fiscale è stata definitiva, va ricordato che non pochi pubblici ministeri hanno provato a farsi una fama lanciandogli addosso una caterva di inchieste, diverse delle quali, per l’abilità dei suoi avvocati, l’imperizia degli accusatori, le leggi ad personam, o perché infondate, si sono rilevate una bolla di sapone. Non sono nemmeno un bacchettone: quello che un uomo ricco fa a casa sua è un affare privato, ma trasformare l’abitazione di un primo ministro in un lupanare lo ha reso ricattabile. Volete che a una “cena elegante” qualche servizio straniero non abbia infilato uno o una ospite? Il moralismo non ci dovrebbe interessare, la sicurezza dello Stato sì. Berlusconi è stato l’incarnazione di quello che Gramsci chiamava il sovversivismo delle classi dirigenti. Una piccola borghesia arraffona, concentrata solo su se stessa, senza un minimo di senso del bene pubblico. Questo è stato.
Si dirà che ha rotto il monopolio televisivo, ma lo ha fatto non perché si aprì una stagione di libertà dell’etere, ma ottenendo dal Governo Craxi il sostanziale monopolio dell’emittenza privata (contro quella scelta si dimise dal governo l’oggi Presidente della Relubblica Mattarella), una potenza di fuoco mediatica pronta a fare fuoco contro nemici politici e imprenditoriali. Si dirà che ha aperto il nostro Paese al bipolarismo e all’alternanza di Governo, costruendo e portando nelle stanze dei bottoni la destra che non vi era mai stata. In realtà il sistema politico italiano collassò con la fine della guerra fredda e la perdita della loro funzione storica dei due più importanti partiti di massa: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano. Riuscì a dare una sponda a un ceto politico travolto da Tangentopoli e una casa ai tanti italiani conservatori che si trovavano senza i tradizionali riferimenti; ma non fu una grande strategia politica, tantomeno un’operazione culturale: Berlusconi non “scese in campo” per portare al governo un’idea di società liberale e conservatrice, lo fece esclusivamente per se stesso e le sue aziende. Di tutte le “rivoluzioni liberali” promesse non ne portò a casa una, lasciando l’Italia, ancora oggi, ostaggio di clan e corporazioni. Che dire, ha fatto più riforme liberali un ex funzionario comunista come Bersani che il riverito “uomo del fare”.
Di come abbia rappresentato il nostro Pese nel mondo ne hanno scritto bene i media stranieri: ha rappresentato l’idea di un’Italia inaffidabile, furbetta, incapace di comportarsi come si deve nei consessi che contano. Basterebbe l’elenco dei leader stranieri al suo funerale per raccontare cosa abbia lasciato in eredità la sua idea di Italia: il mezzo autocrate ungherese Orban, i capitani reggenti di San Marino, l’emiro del Qatar e il primo ministro iracheno, ma probabilmente perché era già in Italia per una visita ufficiale. Ah, sì, uno sarebbe venuto volentieri: Vladimir Putin, l’amicone, quello che voleva solo “mettere gente a posto al governo a Kiev”, ma non può, troppo impegnato a lanciare missili contro gli ucraini e con un mandato di cattura della Corte penale internazionale sulla testa.
Infine, la sua costruzione politica, quella destra che assemblò mettendo insieme i post missini e quelli che volevano la secessione del nord, ancora oggi, anche grazie al suo attivo contributo, è la più retriva, incolta e inconcludente dell’Occidente, gente che tra il ricordo di Churchill, De Gaulle o perfino Reagan, preferisce una gita commemorativa a Predappio.
Era in sintonia con la gente, si dirà. Sì, con molta. Conosceva bene gli italiani, come un venditore conosce bene i suoi clienti. Allora, se proprio volano adeguatamente celebrarlo, dovevano farlo per quello che è stato: un ottimo, e pure simpatico, venditore, ma non uno statista.
Ah, mentre stavo finendo di scrivere mi hanno chiesto se gli riconosco qualcosa di buono: sì, ne sapeva di calcio, ma io non sono milanista.