di Bianca Della Pietra del 14/4/2023
Guardo in giro le case.
Alcune, unifamiliari, mi paiono spropositatamente grandi e mi chiedo: vale la pena costruire una casa così grande e non pensare al consumo di suolo che questa comporta? Tutte con il giardino privato: i giardini pubblici in queste zone non servono anzi, servono se piantumati con tanti alberi che almeno producono ombra (ossigeno come parte residuale). Però hanno le foglie che entrano senza chiedere permesso negli spazi privati e quindi sarebbe quasi meglio che non ci fossero.
Ve ne sono poi altre, ancora unifamiliari, che si presentano all’esterno in modo bivalente: la facciata solitamente a posto, a volte ben curata a volte tenuta proprio male. Di queste solitamente anche il retro è trascurato. Altre perfette: giardino super curato con alberi e cespugli, fiori e piante che sembrano munutenuti da Edward Mani di Forbice. Se fossero di plastica nessuno se ne accorgerebbe.
Vi sono poi i condomini tra cui alcuni sono stati restaurati anche grazie al bonus facciate, altri, forse più recenti che si presentano esteticamente “a posto”, altri trascurati a volte completamente.
Ma ognuno degli abitanti di queste case, quando chiude il cancello o la porta si sente a casa propria, probabilmente al sicuro e forse anche bene tra quelle mura che non conosciamo. Possiamo forse immaginarli i suoi abitanti quando, al calar della sera, si accendono le luci e possiamo intravedere qualcosa alzando la testa verso l’alto oppure oltre il confine che divide lo spazio pubblico da quello privato.
Nel proprio mondo quasi tutti si sentono intimamente connessi con le proprie mura, gli arredi, le suppellettili. È questa percezione che ci fa giudicare con tante parole quel che accade fuori: la politica locale, le infrastrutture, i servizi, il paesaggio, le altre persone. Quasi quasi il “fuori” ci è indifferente.
Quando usciamo ci portiamo dentro le osservazioni che abbiamo fatto e, se non siamo in grado o non abbiamo voglia di condividerle, rimangono lì e si stratificano, consolidano, indiscutibili.
Certo che però siamo persone con una certa apertura mentale (non tutti) e quindi cerchiamo di informarci, magari leggendo il giornale, ascoltando qualche servizio. Ma, nella maggior parte dei casi il nostro percorso informativo percorre indicazioni prefissate, ricorrenti, quelle che siamo abituati a scegliere per comodità, integerrima convinzione, perché si è sempre fatto così nella famiglia, nel gruppo.
Raramente le scelte vengono messe in discussione da domande che ci poniamo o che ci pongono gli altri: il dubbio è un atteggiamento raro, così come l’umiltà nell’ascoltare o, ancora più raro, il pensiero divergente che ci fa dire: e se invece?
Sembra prevalere l’esigenza di regolare il più possibile con tante leggi e tante norme e di tenere sotto controllo usando una burocrazia che pare crescere smisuratamente e davanti alla quale spesso ci sentiamo sopraffatti. La qual cosa aumenta lo spirito ribelle, ma non quello costruttivo. Mettiamoci anche le semplificazioni culturali operate dai media: una notizia di qualcosa che si farà, viene interpretata come “già fatto” cui si aggiunge “l’ho sentito alla televisione”.
In generale mi viene da dire che la tolleranza dell’ambiguità, l’apertura al cambiamento, la progettazione del futuro che ne conseguono, sono aspetti che facciamo difficoltà a sostenere singolarmente, a condividere socialmente e a veder rappresentati politicamente.
Nei recenti tempi di campagna elettorale ecco però che sono spuntate, come sempre, le eccezioni: protagonisti credibili, affidabili, vicini alle nostre esigenze, desiderosi di impegnarsi per il bene comune (spesso limitato a quello del loro gruppo di sostenitori, però) con le loro faccione sorridenti che ci guardano dai grandi manifesti affissi per strada.
Le persone che cercano autonomia e indipendenza, quelle consce quindi del loro valore, delle loro reali possibilità e limiti, aperte nei confronti degli altri rispetto ai quali hanno consapevolezza della reciproca interdipendenza fanno fatica ad emergere e a essere viste. Sono presenti nelle associazioni di volontariato, anche se non in tutte. Spesso semplicemente vivono nelle loro case, ma con un atteggiamento diverso, anche aperto al diverso…così come si presentano le case sul territorio: autonome nello spazio, ma parte di un paesaggio co-costruito che pochi riescono a leggere in questo senso.
Di fatto non vogliamo saperne dell’interdipendenza cui, nostro malgrado, sottostiamo. Condividiamo ambienti, relazioni, scopi con diverse persone, in gruppi di diverse dimensioni. Il problema è riuscire a vedere fuori di noi e non immaginarci che gli altri siano dei riflessi del nostro modo di pensare e del nostro mondo. L’interdipendenza prevede la collaborazione mentre, secondo Richard Sennett, “Il Ventesimo secolo ha pervertito la collaborazione in nome della solidarietà…Il potere perverso della solidarietà, nella forma che contrappone noi a loro, pervade ancora la società civile delle democrazie liberali”.
E questo a partire dai nostri piccoli luoghi sicuri, le nostre case, dove il mondo individuale spesso si alimenta del gioco di specchi che ci da ragione e non ci aiuta nel confronto aperto.
L’idea che la collaborazione piuttosto che la competizione (anche a fianco della paternalistica solidarietà) possa essere un modo per affrontare i problemi e portare proposte di soluzione, per costruire una comunità, per vivere più serenamente, per offrire chance o esempi anche a giovani, in sintesi che la collaborazione possa essere una via per la sostenibilità nei suoi diversi aspetti sociale, ambientale, economica.
Ci sarebbero anche diverse occasioni nazionali che ricordano avvenimenti importanti per la vita del nostro Paese a fornirci occasioni di sperimentare, conoscere, praticare forme collaborative: 25 Aprile, 2 Giugno, 1 Maggio, le festività religiose, le Giornate della Memoria e del Ricordo, ma anche la Giornata Mondiale della Gentilezza, la Giornata Nazionale della cura della vita delle persone e del pianeta, questa appena istituita il 1/03/2023. E poi la Giornata Internazionale della felicità, la Giornata Nazionale del Paesaggio, oppure la Giornata della Collaborazione Civica istituita dall’Amministrazione Comunale romana in uno dei quartieri della città, un bell’esempio da copiare.
Sono idee, spunti di riflessione, esempi e proposte al fine di vivere una vita buona assieme agli altri, non contro agli altri: uomini contro donne, adulti contro bambini, indigeni contro stranieri, familiari contro estranei, destri contro sinistri senza renderci conto che, alla fine, sinistri (aggettivo) se continuiamo in questo autorispecchiamento, lo diventiamo tutti.