di Stefano Pizzin del 13/4/2023
I miei amici di sinistra si dividono in due categorie: quelli per cui con questo Governo la minaccia fascista è incombente e quelli per cui solo parlarne ci fa perdere tempo. Mi sono fatto l’idea che, in qualche modo, abbiano entrambi ragione.
Con l’approssimarsi del 25 aprile la questione del rapporto della destra italiana con il fascismo si fa sempre più stringente: distinguo, puntualizzazioni, gente che fugge dalle cerimonie ufficiali, una serie di comportamenti impensabili di fronte a quella che è una celebrazione che sta a fondamento della nostra democrazia. Diciamo, allora, che la questione merita un approfondimento.
Provo così ad andare per punti.
Il rapporto tra la destra italiana e il fascismo è un unicum nell’Europa occidentale. Gollisti francesi, democristiani tedeschi, conservatori inglesi il fascismo l’hanno combattuto e nessuno di loro si azzarderebbe ad allearsi con un partito che si richiamasse a quella ideologia. Immaginatevi per un momento se il presidente del Bundestag dichiarasse di avere in casa un busto di Hitler, così come La Russa si vanta di averne uno di Mussolini, o se il Presidente francese elogiasse la repubblica collaborazionista di Vichy, beh, non durerebbero al loro posto neanche un paio di minuti, mentre da noi tutto va bene. Questo rapporto malato con il passato rende la destra italiana molto diversa da quella del resto dell’Europa occidentale anche sui temi delle libertà civili. Diritti degli omosessuali, parità uomo donna, laicità, sono questioni che in molti Paesi hanno ricevuto risposte di civiltà dagli stessi partiti conservatori, da noi, invece, la destra promuove un’idea da strapaese bigotto e ignorante, dove i “diversi” devono subire discriminazioni, le donne stare a casa a fare la calza e i giovani “diventare grandi” facendo la naia.
Non si tratta di un problema che colpisce solo Fratelli d’Italia ma tutta la destra. La Lega con la guida di Salvini è passata dal separatismo antifascista a chiacchiere di Bossi al peggior nazionalismo. Non passa giorno che un suo dirigente nazionale o locale scivoli su un elogio del Ventennio su qualche bestialità razzista, omofoba o misogina. Quanto a Berlusconi, da buon conoscitore dell’opinione pubblica, non ha mai disdegnato di restare molto ambiguo sulla questione, arrivando a paragonare il confino che subivano gli antifascisti a una villeggiatura.
Naturalmente gli occhi di tutti sono puntati su Fratelli d’Italia, il partito che anche nel simbolo rivendica la discendenza con il Movimento sociale italiano. Qui c’è da notare un notevole passo indietro da quando Gianfranco Fini, trasformando l’MSI in Alleanza nazionale, parlò del fascismo come “male assoluto”. Nei modi, nei richiami, nei programmi adottati su diverse questioni, Fratelli d’Italia ha fatto diversi passi indietro, tanto che sembra ispirarsi al principio che mosse Giorgio Almirante quando, dalle macerie di Salò, diede vita al Movimento sociale: “non restaurare, non rinnegare”. E per i Fratelli di Giorgia di rinnegare non se ne parla nemmeno, anzi.
Quando mi occupo di queste cose c’è una questione che mi tormenta: se dopo ottant’anni da quelle vicende una parte sempre più rilevante dell’opinione pubblica non distingue più tra fascismo e antifascismo o non lo ritiene una questione importante, sarà un po’ anche colpa nostra di gente di sinistra? Temo di sì. Troppa retorica e troppa poca storia, si è data per scontata una memoria collettiva quando questa non è mai esistita e troppa accondiscendenza verso le tesi della destra. Se penso poi alla dirigenza nazionale dell’ANPI, al suo inseguire ogni protesta contro ferrovie o gasdotti, fino al non riconoscere con limpidezza colpevoli e vittime nella vicenda dell’aggressione russa all’Ucraina, allora capisco come sulla questione del nostro passato fascista abbiamo perso molto in autorevolezza.
Molti anni fa, in un’altra vita, quando ricoprivo dei ruoli istituzionali, mi trovai a tenere l’orazione ufficiale alla commemorazione del 25 aprile del mio Paese. Avevo come ascoltatori diverse scolaresche delle medie. Mi posi allora la questione di come evitare la retorica o il Bignami di storia per essere compreso al meglio dai ragazzi. Provai così a raccontare loro quali divieti, quali obblighi, quali discriminazioni avrebbero dovuto subire se si fossero trovati a vivere sotto un regime fascista. Rimasero molto interessati. Ora, perdonatemi questa autocelebrazione, ma credo che dovremmo tradurre i nostri interventi sull’antifascismo in modo da renderli immediatamente comprensibili, fargli toccare la sensibilità contemporanea, rendere evidente anche a chi non ha conoscenza cosa possa essere oggi il fascismo o la mentalità fascista, e lasciare la storia agli storici.
Questo Paese, e qui sta il problema di fondo, ha fatto della conoscenza un disvalore, della cultura una perdita di tempo. Non diamo per scontato ciò che non c’è: meno retorica e più racconto dei fatti.
Quindi, per concludere: l’Italia oggi, con questo Governo, rischia il ritorno del fascismo? Se le pensiamo a leggi razziali, fez e camicia nera, non credo, ma una torsione della nostra democrazia in senso autoritario sì, è possibile. Basta vedere chi sono i punti di riferimento in Europa di Meloni e Salvini: Orban e la destra polacca, o ricordare di come fino a non poco tempo fa Putin per loro fosse un leader da ammirare, e il regime di Putin, se qualcuno non se ne fosse accorto, è quanto di più simile al fascismo ci sia oggi.
Pochi mesi di governo ci hanno squadernato davanti le priorità e i modi di agire della nostra destra: forti con i deboli e deboli con i forti, fastidio per chi dissente, voglia di riempire tutti gli spazi di potere, lontananza dall’Europa e l’idea di riportare il Paese all’indietro, il tutto accompagnato da diffidenza se non aperta ostilità verso il progresso, i diritti, la giustizia sociale e la scienza. Poco per gridare alla dittatura ma più che sufficiente per avvertire un senso di pericolo per la nostra democrazia.