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Carso, Kras, Cjars. Bellissimo e vulnerabile

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di Anna Cecchini del 5/9/2022

Si fa presto a dire “Carso”. Dovremmo invece imparare a chiamarlo con tutti i suoi nomi, in tutte le sue lingue: Carso, Kras, Cjars.

Un’area che interessa tre Stati e si estende a sud-est delle Prealpi Giulie, dal Collio alla Slovenia e fino alla congiunzione con il massiccio delle Alpi Bebie (Velebit), in Croazia. Un unicum geologico e naturalistico di erosioni superficiali e sotterranee che generano doline, grotte, inghiottitoi e foibe, e che segnano questo territorio anche nelle sue vicende storiche.

Un mondo aspro e complesso, depredato nei secoli passati del suo mantello boschivo per la fame di legname da costruzione. Furono gli Asburgo nell’Ottocento a lanciare il piano di rimboschimento più importante della storia, con quasi 60 milioni di alberi piantati e che suscitava spesso l’ostilità degli allevatori locali, che vedevano ridursi la superficie destinata al pascolo. Pino nero, soprattutto, particolarmente resistente e adattabile al terreno carsico, indissolubilmente legato al nome di Josef Ressel, eclettico inventore e studioso boemo, cui è dedicato un bellissimo sentiero didattico a Basovizza.

Il Carso è poi la “Grande Guerra”, che lo ha trasformato in un immenso campo di battaglia. Postazioni, cannoniere, gallerie e baraccamenti. A camminarci in mezzo, la si sente parlare ancora, quella guerra terrificante. E ancora esplode, come accaduto in questa tremenda estate di roghi, in cui sono deflagrati centinaia di ordigni. Il Carso porta ancora i segni della Guerra Fredda, quando fu tracciato il confine tra Italia e Jugoslavia, una tra le frontiere più “calde” d’Europa, con bunker e linee difensive strategiche, pattugliate giorno e notte, dal ’47 alla fine del secolo scorso.

Il Carso è anche i suoi borghi di pietra bianca e i suoi bianchi campanili, i cortili chiusi nelle mura, il pozzo nel mezzo e la bora che dilaga selvaggia, le tradizioni antiche della comunità carsolina, il suo vino aspro e senza fronzoli, il teràn, denso e scuro come la terra strappata a forza dal calcare.

Lecci, carpini, cornioli e pini neri. Orchidee, cardi e narcisi. E poi c’è lo scotano, un arbusto che si accontenta di terreni magri e poco profondi, per esplodere in autunno in macchie fiammeggianti che attraversano tutte le gradazioni, dal giallo al rosso più cupo, richiamando gli appassionati di foliage.

Quest’estate abbiamo capito tutti, anche noi che non lo abitiamo, che il Carso non è lì solo per le nostre passeggiate a piedi o in bicicletta, per le scampagnate in osmica e le gite transfrontaliere. Ora sappiamo quanto sia fragile e prezioso. Quando ha iniziato a bruciare e decine di ettari di bosco sono andati distrutti, siamo caduti in preda all’angoscia. Le deflagrazioni di centinaia di ordigni inesplosi ci hanno riportato indietro ai primi del Novecento. Le colonne di cenere e fumo hanno oscurato il sole e ci sono ricadute addosso levandoci il respiro. Abbiamo visto caprioli, tassi, sciacalli e ricci in fuga e i corpi carbonizzati di quelli che non sono riusciti a scappare. Abbiamo sostenuto uomini e donne impegnati senza tregua, italiani e sloveni, perché i confini non contavano nulla. Abbiamo capito a cosa servivano quei muretti a secco che delimitano il bosco e la landa, che sono sempre meno e più degradati. Abbiamo capito che, senza prevenzione e cura del territorio, una scintilla si trasforma in una catastrofe. Dicono che ci vorranno 25 o 30 anni per tornare alla normalità. Probabilmente, se non cambiamo profondamente la nostra relazione con il Pianeta, alla “normalità” non torneremo più.

Ma appena possibile torniamo sul Carso, possibilmente a piedi, per provare a guardarlo con occhi nuovi, non come turisti distratti e predatori, ma come custodi rispettosi. Di seguito trovate due proposte, tra le decine di percorsi possibili, appena dietro a casa.

  1. PERCORSO STORICO DEL BRESTOVEC

Questa modesta altura che domina il Vallone è une scrigno di testimonianze storiche e paesaggistiche. Andatecianovembre, se potete, per trovare il bianco abbagliante di calcare, l’ultimo verde e le fiamme dello scotano. Modesti saliscendi conducono in direzione sud – est. La vegetazione inizia a diradarsi, finché si guadagna la prima apertura e l’Adriatico è una lama di luce.

Di tanto in tanto la segnaletica informa in tre lingue sugli avvenimenti bellici. E così il percorso, mai impegnativo, può indugiare sulle vicende della prima guerra mondiale. Si arriva in breve all’ingresso sud della cannoniera “Del fante austro-ungarico”. La scritta “Nel 1917 voliamo la pace ” è un graffito originale tracciato sulla roccia dalla mano anonima di un fante che ha consegnato alla storia il suo ingenuo, disperato appello, divenuto il simbolo del sito.

Prima di entrare, proseguite diritto per pochi passi, fino a un bunker che ci fa fare un balzo in avanti di una cinquantina d’anni. Si sentono venti gelidi di Guerra Fredda, di blocchi contrapposti che tagliavano ancora in due un territorio, Est e Ovest, l’ennesima ferita al territorio e alle sue genti.

Ritornando sui nostri passi, possiamo iniziare l’esplorazione della galleria. Semplici targhe riportano le frasi originali rinvenute sul luogo, a testimoniare la drammaticità della vita di una trincea italiana. All’ingresso opposto, targhe analoghe convergono al centro riportando le parole dei “nemici”, gli austroungarici, in una simbolica narrazione di pace. E poi il racconto della “Dolina dei morti“, un quadrilatero in cui sono disposte orizzontalmente decine di croci, tranne una posta in posizione verticale. Freddo e umidità evocano desolazione e presagi di assalti all’arma bianca. Si esce all’aria aperta con un senso di sollievo e con la promessa di un vasto panorama, se deciderete di salire sulla cima del Brestovec. A nord compare Gorizia, sdraiata in riva all’Isonzo e protetta da Calvario, Sabotino e S. Gabriele. Dietro, le Giulie, dal Canin al Triglav. Il mare s’intravede, a sud, appena un bagliore, e la vista è aperta verso il Piancavallo e le Dolomiti, mentre a est manca all’appello solo Trieste, nascosta dalle alture carsiche. Si fa fatica a lasciarla, quest’altana naturale.

Continuando il percorso, si svela l’ossatura di questa tremenda guerra di posizione. Una trincea si avvita quasi su se stessa, disegnando le strette svolte che dovevano proteggere le truppe dai lanci di ordigni. Ancora bianco abbagliante di calcare e rosso di scotano, che si accende all’arrivo del tramonto.

Vi ho incontrato un professore di liceo in ricognizione, tempo fa. Progettava un’uscita con i suoi studenti. “Devono toccare, vedere, respirare cos’è successo qui un secolo fa, a una manciata di chilometri dalle loro case, altrimenti la storia rimane la pagina di un libro. E invece la storia siamo noi.”

SE VOLETE PROVARCI

Il percorso storico del Brestovec è un giro ad anello ben segnalato che parte dalla località di Cotici Inferiore, nei pressi di S. Michele del Carso.  Il tracciato, tutto su sterrato e con un dislivello di meno di cento metri, non comporta alcuna difficoltà e si sviluppa su una lunghezza complessiva di quattro chilometri, che si percorrono agevolmente in un’ora abbondante, tempi di sosta esclusi.

  • ATTORNO ALLA CIMA DELL’ARUPACUPA

Quando il Carso precipita verso il lago di Pietrarossa ad un passo da Monfalcone, c’è una piccola cima poco conosciuta; si chiama Arupacupa, nome che evoca solitudini andine.

Il sentiero scende deciso verso Pietrarossa. Si costeggia il lago, luogo privilegiato per l’osservazione dell’avifauna acquatica, che resta celato dalla vegetazione. Ma si sente nelle narici, un sentore d’acqua e di palude. Il sentiero sale deciso, ora, in direzione nord. Di nuovo scotani, ciuffi di asparagina e pungitopo.

La carrareccia prende quota con numerosi tornanti che ne denunciano l’origine militare e svela nuovi orizzonti. Compare uno scorcio dorato del lago di Doberdò. Gli scotani si accendono.

Il sentiero gira attorno alla vetta e spalanca l’orizzonte a nord: la corona delle Giulie si mostra nella sua ora migliore. Una targa ci informa che a quota 411 sorgeva un castelliere e, dopo pochi passi, si arriva in cima. Anche qui troviamo un Bignami del territorio. Viene voglia di alzarsi in volo verso il Castello di Duino, a picco sulle falesie, sorvolare le foci del Timavo che si tuffano nell’Adriatico tra gli sbuffi di vapore della cartiera, passar sopra alle gru del porto di Monfalcone e guardare giù i saldatori che costruiscono le grandi navi da crociera, fare un lento sorvolo sopra il Carso, un mare d’erba magra, calcare e cespugli rossi.

Retrovie di guerra, accampamenti e assalti alla baionetta: i cartelli informativi sono tanti e ben fatti. Prendetevi il tempo per leggere e provare a capire quello che è successo quassù, cent’anni fa

Il percorso di discesa è intuitivo, diritto verso il Vallone. C’è ancora tempo per rintanarsi in un’osmica, assaggiare due fette di prosciutto carsolino, una jota e un calice di Terrano

SE VOLETE PROVARCI

Percorrendo la strada regionale 55 (Vallone) da Gorizia a Monfalcone, dopo l’abitato di Jamiano e pochi metri dopo la casa cantoniera sulla destra, in corrispondenza di una netta curva verso sinistra, si trova un piccolo slargo, dove parcheggiare. Da qui parte il nostro sentiero CAI segnalato che porta in direzione sud ed evidente discesa verso il Lago di Pietrarossa. Il percorso, tutto su sterrato, costeggia il lago e poi sale diritta verso nord fino a incontrare una mulattiera che con numerose svolte, che conduce verso la cima dell’Arupacupa. Compiendo un anello di cinque chilometri e di 112 metri di dislivello complessivi, si scende poi verso il Vallone sempre su sentiero evidente, dove si sbuca infine a un centinaio di metri dal parcheggio. Percorso piacevole e impegnativo, con l’unica accortezza di usare le dovute precauzioni contro le zecche.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org