di Davide Strukelj del 25/8/2022
Negli ultimi anni abbiamo spesso assistito, sia a livello locale che nazionale e internazionale, ad una asfissiante campagna comunicativa delle forze politiche di destra caratterizzata da una costante presenza sui mezzi di informazione.
Questa presenza è connaturata all’azione della propaganda politica e alla generazione del consenso e, secondo un’analisi iniziale ma credo abbastanza centrata, dimostra alcune linee generali davvero uniformi e consolidate.
A tutti i livelli pare infatti ormai perfettamente definito che le forze politiche di destra adottino un medesimo modello, in verità noto da anni, e declinato sui moderni mezzi di comunicazione di massa con una insistenza e determinazione che lasciano pochi dubbi circa la sua impostazione teorica.
Lo schema è incentrato su due assi fondamentali, la percezione di pericolo e il richiamo a un passato rassicurante. Come si vede c’è ben poco di nuovo sull’argomento: Umberto Eco docet.
Anche localmente, nella periferica Monfalcone, il nemico e la percezione di pericolo, di insicurezza, vengono alimentati con dedizione quasi quotidiana. Si parli di stranieri, di malavita, di telecamere, di controlli, di ronde o di malcostume diffuso, quasi ogni giorno arriva un qualche rinforzo al concetto: anche la bravata di un adolescente serve ad alimentare la sensazione di degrado. Così, di volta in volta, si declinano minacce e pericoli sulla pelle delle “persone per bene”, ovvero quelle che più o meno tacitamente sono ricomprese tra i “cittadini doc”, insomma l’equivalente nostrano di “prima gli italiani”. Parallelamente si alimentano senza sosta i messaggi atti a consolidare l’immagine di una amministrazione tutta dedita al controllo e alla repressione, ricordando ad ogni occasione che si aumentano i costi per la sorveglianza, che si installano telecamere e che si svolgono regolari e severi controlli, in particolare a valere su immigrati e minoranze, e così rafforzando, pur senza esplicito riferimento, la convinzione secondo la quale il pericolo arrivi proprio da loro (peraltro distogliendo così l’attenzione da temi ben più rilevanti e complessi).
Nel precedente mandato, a enfatizzare un tale approccio metodologico, si era ben pensato di istituire un inedito Assessorato con deleghe al degrado, al decoro e alla sicurezza: più chiaro di così…
Circa il secondo caposaldo della teoria, cioè il richiamo ad un passato migliore e rassicurante, il tutto è ancora più evidente. Non manca infatti occasione per ricordare quanto si stesse bene in passato e così si cerca di far rivivere quegli anni felici attraverso narrazioni favolose e opere pubbliche inutili e retrograde. Ad esempio si ricostruiscono (a caro prezzo) elementi di viabilità di dubbia o scarsa utilità, come il famoso “biscotto”, ovvero una piazza di forma irregolare voluta quasi cento anni fa dal podestà fascista Giuseppe Dolazza; si predispongono feticci di arredo urbano che dovrebbero evocare dominazioni risalenti all’Austria felix (che in fondo per la città non furono del tutto “felix”) o addirittura risalenti al periodo della dominazione veneziana; si istituiscono linee di trasporto pubblico dando loro nomi che riportano al passato; si ripristinano manifestazioni e festività popolari che dovrebbero risvegliare identità mai nate, fino ad inventare ex novo una narrazione edulcorata di periodi passati dei quali ormai poche o nessuna persona vivente ha esperienza diretta.
È assolutamente evidente che questo tipo di strategia produce un notevole e immediato consenso. Giocare con le insicurezze delle persone, con la percezione di un futuro incerto, permette di calamitare l’attenzione, aprire canali comunicativi e far passare i messaggi che si ritengono più funzionali. Inoltre, rappresentato con sufficiente pathos il quadro fosco che si presenta davanti agli occhi, ecco che d’incanto risulta molto più semplice proporsi come unici salvatori possibili.
Nondimeno, che la nostalgia del passato sia un sentimento umano molto diffuso è cosa più che nota.
Ma a questo punto la vera domanda è: può la politica fomentare l’attaccamento nostalgico a un passato più o meno immaginario o immaginariamente costruito ad arte? Perché in fondo è noto che la storia non esista in sé, quanto piuttosto quale fatto narrato, e che dunque al narratore competa il ruolo della connotazione degli eventi e quindi della loro collocazione simbolica. Ecco allora che nei modi della propaganda politica il fatto del passato può assumere i tratti della nostalgia e dei rassicuranti “bei tempi che furono” fino ad arrivare, travolti dall’inevitabile fuga del presente dal passato, al confortevole “si stava meglio quando si stava peggio”.
Per questi motivi, ragionando sugli schemi comunicativi della destra locale e nazionale, credo sempre di più che il continuo alimentare un allarme dovuto all’insicurezza e richiamare un passato artatamente idealizzato, nel quale ciascuno ritrova il calore dei ricordi e la sicurezza di certezze lontane, sia la manifestazione plastica di una insufficienza connaturata delle idee e dei valori. Pensare di costruire il consenso da un lato spaventando per un futuro incerto e dall’altro proponendo una visione basata su di un passato di cui ormai nessuno conserva ricordi maturati nel vissuto personale, è un’operazione pericolosa che dimostra la pochezza di una proposta politica modesta e poco fattiva. Una politica che guarda all’indietro ha fallito la sua missione poiché non è capace di progettare un domani plausibile. In altre parole, come ebbe modo di scrivere Zygmunt Bauman, la continua ricerca di un passato ove trovare una società ideale da proporre come modello rappresenta esclusivamente l’incapacità di governare nel presente e di costruire un futuro possibile (Z. Bauman, Retrotopia).
Ma quindi, in un mondo come quello di oggi, nel quale la proiezione al cambiamento ha raggiunto tassi di crescita impensabili, dove tutto muta con velocità estrema e dove la mobilità generale trasferisce ovunque nel mondo persone, merci e risorse economiche in un batter d’occhio, in un mondo così, può la politica puntare tutto sul passato? Ovvero, è responsabile chi non si occupa di costruire un futuro possibile declinato sul divenire e spende energie e mezzi per riportare una percezione di sicurezza tutta costruita sulle certezze del “mondo di ieri”? Io dico di no!
E d’altro canto, come non considerare che il progresso contenga invece e necessariamente l’embrione dell’utopia: chiunque ragioni su di un possibile futuro deve immaginare un avvicinamento progressivo e continuo ad un punto di arrivo che i fatti del tempo continuano a modificare e spostare in avanti, proprio come un traguardo che per sua natura non può mai essere raggiunto?
Io credo che questa sia la differenza sostanziale tra conservatori e progressisti nel concepire le vicende umane: i primi postulano un termine, un modello da raggiungere dopo averlo ripescato in un immaginario passato reso rassicurante da una narrazione parziale e talvolta fantasiosa; i secondi identificano uno schema del divenire nel quale, fermi i valori di base, l’obiettivo finale diviene mutevole nell’alveo degli eventi. Insomma: da un lato un continuo rifugiarsi in un fiabesco passato, dall’altro un progressivo interpretare gli eventi del mondo.
Ecco dunque che le grandi sfide che il futuro ci riserva non possono trovare spazio in un onirico calarsi nei bei tempi passati. La comprensione di un società plurale, oggi necessariamente multietnica; l’impegno per una nuova vita di comunità basata sui servizi universali e l’uguaglianza; le battaglie contro tutte le discriminazioni, talvolta intensificate dal multiculturalismo che sempre più caratterizza le nostre città; il mutevole scenario economico e di conseguenza del mondo del lavoro; la campagna per uno sviluppo rispettoso di un ambiente martoriato da troppi anni di disattenzioni; la capacità di permeare tutte le novità che la tecnologia ci offre e ci offrirà in una fase di crescita esponenziale di opportunità, ma anche di rischi; l’attenzione al primato della conoscenza, della cultura e del sapere, ambiti che per loro natura rappresentano il divenire per antonomasia… Come si possono affrontare tutte queste tematiche, e le molte altre che ancora verranno, se non si tende lo sguardo al futuro?
Concludendo: circa i valori che immaginiamo essere alla base di ogni ragionamento compare a questo punto con grande evidenza la profonda separazione tra una visione centrata sull’individuo, quella delle destre, e una visione centrata sulla comunità, quella dei progressisti. Da un lato dunque l’individuo e la sua stretta cerchia famigliare, prima posto in uno stato di continua tensione da insicurezza (che per sua natura è un sentimento molto personale) e poi rassicurato con le certezze del passato; dall’altro l’idea della persona come elemento di una pluralità nella quale la crescita e il miglioramento delle condizioni di tutti sono il risultato delle scelte e del lavoro condiviso che guarda al domani. Separazione di visioni tutt’altro che banale, giacché da esse derivano logicamente una serie di divergenze di impostazione e di prassi a dir poco fondamentali.
Davide Strukelj