di Luciano Patat del 13/8/2022
L’occupazione fascista dei municipi e lo scioglimento delle amministrazioni comunali
Il 15 gennaio 1922 si tengono nella neonata provincia di Gorizia le elezioni per il rinnovo delle amministrazioni comunali, le prime dopo l’annessione dell’ex Contea Principesca di Gorizia e Gradisca al Regno d’Italia e le prime a suffragio universale maschile. Viene infatti abolito il sistema censuario asburgico, che di fatto favoriva i partiti espressione dei ceti sociali più ricchi e limitava la possibilità per i cittadini meno abbienti di votare e di essere eletti, e viene concesso a tutti i maschi maggiorenni il diritto di scegliere i propri amministratori.

La nuova legge elettorale maggioritaria italiana favorisce l’aggregazione dei partiti in quanto prevede l’elezione nei consigli comunali di due soli gruppi politici: il partito che conquista più voti ottiene la maggioranza dei consiglieri e quello che si classifica al secondo posto ottiene la minoranza mentre tutti gli altri sono esclusi dal Consiglio che, a propria volta, procede all’elezione del sindaco e degli assessori.
Il clima politico in cui si svolgono le elezioni comunali risulta molto cambiato rispetto a quello della primavera precedente quando alle elezioni politiche del maggio 1921 i due partiti operai avevano conquistato la maggioranza assoluta nei paesi dell’Isontino e della Bassa Friulana: in quella circostanza infatti il Partito Socialista aveva ottenuto il 22% dei voti e il Partito Comunista il 32% e al Parlamento italiano era stato eletto il comunista Giuseppe Tuntar.
Nei mesi che precedono le elezioni amministrative si moltiplicano le violenze dei fascisti, che aggrediscono i dirigenti politici e sindacali, devastano le sedi dei partiti, le Camere del Lavoro e le Case del Popolo e che, alla vigilia del voto, soprattutto a Monfalcone e nei comuni della cintura operaia, cercano di impedire con la forza la presentazione di liste avversarie e si rendono responsabili di brogli e di manipolazione di certificati elettorali.

I partiti comunista e socialista, divisi dopo la scissione di Livorno e in forte competizione fra di loro, non sono in grado di presentare proprie liste in tutti i comuni e solo in alcuni centri i militanti locali riescono a dar vita alle “liste proletarie”, che raggruppano candidati di entrambi i partiti.
Al contrario, liberali, nazionalisti e fascisti si ripresentano alle elezioni uniti nel Blocco Nazionale ed in alcuni municipi estendono l’alleanza anche al Partito Popolare.
I risultati elettorali modificano in modo significativo il quadro politico emerso nel maggio del 1921: si registrano infatti la ripresa del Partito Popolare, che conquista diversi comuni fra cui quelli di Gradisca e di Grado, e l’avanzata del Blocco Nazionale che ottiene la maggioranza a Monfalcone e in alcuni comuni della sinistra Isonzo, come a Fogliano e Turriaco, e della Bassa friulana, come ad Aquileia e a Terzo. Al contrario i due partiti operai vedono calare i consensi ma riescono comunque ad ottenere la maggioranza in alcuni dei comuni più importanti della provincia, come a Cervignano, Cormons, Fiumicello e Ronchi dei Legionari.
Caso del tutto particolare è quello della città di Gorizia dove una coalizione formata dal Gruppo d’Azione Friulano, costituito da esponenti dell’ex Partito Liberalnazionale, e dalla lista del deputato sloveno Karel Podgornik, conquista la maggioranza dei consiglieri ed elegge sindaco Antonio Bonne, già vice podestà nella precedente amministrazione asburgica.
La ripresa dopo diversi anni dell’attività amministrativa dura però solo pochi mesi perché i fascisti sciolgono con la forza i municipi retti da maggioranze diverse da quella del Blocco Nazionale.
Uno dei primi bersagli delle violenze squadriste sono gli amministratori comunali socialisti di Cervignano, soprattutto dopo che il sindaco Domenico Fogar si era rifiutato di rendere omaggio al re Vittorio Emanuele III al suo passaggio durante la visita alle nuove province. Tale fatto provoca le dimissioni dei quattro consiglieri di minoranza del Blocco Nazionale e l’aumento delle azioni intimidatorie contro gli amministratori per farli dimettere dall’incarico, tanto che più volte i carabinieri sono chiamati a presidiare la sede municipale per evitare atti di violenza da parte dei fascisti.
La prima azione di forza viene però portata a termine a Cormons, dove il comune è retto da una maggioranza comunista. I fascisti preparano con cura l’operazione e si assicurano anche l’appoggio del commissario civile del distretto di Gradisca, l’avvocato Umberto Petragnani, che non nasconde le proprie simpatie per il fascismo.
Dopo aver affisso in città un manifesto che preannuncia l’occupazione del municipio ed aver informato i carabinieri della locale stazione, i fascisti entrano in azione il 30 agosto 1922: nella prima mattina, al comando del segretario provinciale Italo Heiland, un centinaio di squadristi giunti in camion e in treno da varie località della provincia fanno irruzione nell’edificio e presentano al sindaco Antonio Sfiligoi una lettera di dimissioni da sottoscrivere.
Il sindaco, però, nonostante le minacce, oppone resistenza e si rifiuta di dimettersi. Di fronte alla situazione di stallo che rischia di far fallire l’operazione, i fascisti richiedono l’intervento del commissario distrettuale Umberto Petragnani, che giunge sul posto con un drappello di carabinieri a cavallo. Nemmeno lui, però, riesce ad ottenere le dimissioni del primo cittadino.
La vicenda si conclude comunque pochi giorni dopo, il 4 settembre, quando il commissario civile Petragnani, accogliendo le richieste dei fascisti, che accusano il sindaco Antonio Sfiligoi di avere simpatie filo slave e nostalgie austro ungariche e quindi di non essere un buon italiano, essendosi anche lui rifiutato di rendere omaggio al re Vitttorio Emanuele III durante la sua recente visita alle nuove province, sospende dalle proprie funzioni il sindaco, scioglie il consiglio comunale e nomina un commissario straordinario alla guida dell’ente.
Il secondo municipio ad assere sciolto è quello di Ruda, retto da una maggioranza socialista e in cui la minoranza consiliare è rappresentata da consiglieri del Partito Popolare. L’iniziativa viene presa dal fascio di Cervignano, a cui sono iscritti anche i fascisti di Ruda dato che in paese non si è ancora costituito il fascio locale.
Dopo aver più volte minacciato il sindaco Antonio Rosin ed i consiglieri comunali ed aver inutilmente chiesto loro di dimettersi, il 14 ottobre 1922 i fascisti cervignanesi, sostenuti dagli squadristi degli altri fasci della zona, si concentrano nella piazza del comune e occupano gli uffici municipali. Allontanati gli impiegati, gli squadristi obbligano con la forza il sindaco a recarsi a Monfalcone per conferire con il commissario distrettuale Ales.
Di fronte alla manifesta complicità delle autorità di governo con i fascisti e al rifiuto delle forze dell’ordine di garantire la dovuta protezione agli amministratori, il sindaco e gli assessori rassegnano le dimissioni. Di conseguenza il commissario distrettuale scioglie il consiglio comunale, nomina un commissario alla guida del Comune e reintegra nelle proprie funzioni il segretario comunale fascista Roberto Cosani, che l’amministrazione socialista aveva destituito dall’incarico.
Pochi giorni dopo è la volta del Comune di Ronchi dei Legionari dove, alle elezioni del 15 gennaio 1922 era prevalsa la lista socialista che con 392 voti aveva conquistato la maggioranza consiliare e battuto quella del Blocco Nazionale che con 284 voti aveva ottenuto la minoranza.
Dopo aver più volte minacciato di morte il sindaco Antonio Tambarin e gli assessori comunali, accusati di irregolarità amministrative, e aver ottenuto l’avvio di una inchiesta sulla situazione comunale da parte del commissario civile di Monfalcone, i fascisti ronchesi decidono di occupare il Comune per imporre con la forza le dimissioni degli amministratori.
Nel tardo pomeriggio del 22 ottobre 1922 i fascisti, guidati dal segretario del fascio locale, il romano Pietro Colasanti, con il supporto di altri squadristi giunti da Monfalcone e da Trieste, raggiungono la sede municipale ma, trovatala chiusa, si limitano a sigillare le porte e si pongono a presidio dell’edificio.
Mentre alcuni squadristi si recano a casa del sindaco per costringerlo a sottoscrivere la lettera di dimissioni, sul posto giunge un reparto di carabinieri che procede all’occupazione dei locali comunali.
In serata il commissario civile distrettuale di Monfalcone, Ales, convoca nel proprio ufficio il sindaco e gli assessori, che sono costretti a rinunciare all’incarico e a sottoscrivere le lettere di dimissioni. Il giorno successivo il commissario distrettuale Ales nomina commissario in Comune il funzionario prefettizio Angelo Fontana.
L’assalto ai municipi prosegue nei giorni della marcia su Roma quando altri due comuni vengono occupati e sciolti: quello di Gorizia e quello di Pieris-San Canzian.
Il 28 ottobre 1922 i fascisti occupano il Municipio di Gorizia e intimano al sindaco Antonio Bonne di dimettersi ma quest’ultimo non cede alle minacce ma è costretto ad abbandonare il proprio ufficio. L’occupazione dell’edificio si protrae per quattro giorni e si conclude il 31 ottobre dopo la costituzione a Roma del primo governo presieduto da Mussolini.
Il 2 novembre, però, gli squadristi occupano nuovamente la sede municipale e nominano alla guida dell’ente un proprio commissario, il componente del direttorio del fascio goriziano Giuseppe Godina. L’azione si protrae fino alla mattina successiva quando, raggiunto un compromesso con le autorità prefettizie, i fascisti pongono fine all’occupazione.
In base all’accordo vengono inviate a Roma due delegazioni per incontrarsi con gli esponenti del Governo nazionale e trovare una soluzione al problema: la prima, guidata dal sindaco Bonne, chiede di continuare ad amministrare la città in base al consenso elettorale ottenuto, mentre la seconda, diretta dal segretario della federazione provinciale fascista Italo Heiland, pretende lo scioglimento del consiglio comunale e nuove elezioni.
Nell’impossibilità di giungere ad un accordo, nei giorni successivi i fascisti accentuano le minacce e le intimidazioni contro gli amministratori comunali finchè il 16 novembre il sindaco ed i consiglieri comunali di maggioranza sono obbligati a dimettersi, aprendo in tal modo le porte al commissariamento dell’ente.
Mentre sono in corso gli eventi a Gorizia, il 30 ottobre 1922 una cinquantina di fascisti, giunti in camion a Pieris, occupano la sede municipale e pretendono le dimissioni del sindaco Giacomo Furlan, eletto nella “lista proletaria” che aveva vinto le elezioni nel gennaio precedente. Durante l’azione non si registrano gravi incidenti ma una signora, che aveva insultato le donne fasciste della squadra, viene punita dagli squadristi con la somministrazione dell’olio di ricino.
L’azione di forza e le minacce di morte rivolte agli amministratori comunali ottengono però l’effetto voluto perchè il giorno successivo il sindaco e i consiglieri comunali di maggioranza vengono convocati dal commissario distrettuale negli uffici di Monfalcone e costretti a rassegnare le dimissioni.
Il consiglio comunale viene sciolto e il 6 novembre 1922 il prefetto della Venezia Giulia, Crispo Moncada, comunica al ministro degli interni che all’amministrazione comunale di Pieris è stato nominato un commissario prefettizio.
Le azioni violente ed intimidatorie contro gli amministratori comunali non fascisti proseguono anche nei mesi che seguono la nomina di Mussolini alla Presidenza del Consiglio quando ad una ad una vengono sciolte le rimanenti amministrazioni comunali socialiste e comuniste e anche quelle rette da maggioranze del Partito Popolare e della Concentrazione Slovena, cosicchè nel 1923 rimangono in carica solo le amministrazioni rette da esponenti del Blocco Nazionale.
Nella primavera del 1924 si tengono le elezioni per il rinnovo delle amministrazioni comunali sciolte. Le elezioni però avvengono in un contesto politico in cui ai partiti non fascisti viene impedito di presentare proprie liste di candidati.
Di conseguenza i fascisti presentano nei vari comuni due liste di candidati, una di maggioranza e una di minoranza. In questo modo tutti i candidati vengono eletti e tutti i sindaci e i consiglieri comunali, sia quelli di maggioranza che quelli di minoranza, sono quelli presentati dai fascisti.
Ma i nuovi amministratori comunali potranno governare i comuni solo per poco più di un anno in quanto nel 1926 il governo Mussolini scioglie i consigli comunali e sostituisce i sindaci con i podestà nominati dai prefetti.
Per vent’anni gli italiani vengono privati del diritto di eleggere i propri amministratori comunali e devono attendere la primavera del 1946, quando si tengono le prime elezioni amministrative del secondo dopoguerra, per poter esercitare nuovamente il diritto di voto.