di Sonia Kucler del 9/8/2022
Se oggi entriamo nel parco Basaglia ci accorgiamo immediatamente che questo luogo ha visto tempi migliori. Mostra molti segni dell’epoca in cui fu costruito: nell’ingresso principale un portone arrugginito, un ampio fabbricato ancora dignitoso, un imponente cedro dell’Himalaya. Al centro un’aiola disadorna, forse minimalista, negli spazi verdi laterali alcuni stenti ligustri ad alberello ed una paulonia capitozzata. E’ il biglietto da visita di quel che resta dell’ex manicomio provinciale di Gorizia (già irrenanstalt “Franz Joseph I.”) da circa vent’anni ribattezzato “parco Basaglia”. Andare a caccia dei segni più significativi dell’impianto originario è un esercizio stimolante che apre molteplici finestre, dalla storia della città a quella dell’ospedalizzazione e dell’architettura manicomiale, dalla storia della psichiatria a quella dell’ambiente. Superato l’ingresso, penetriamo piacevolmente nei giardini ornamentali, corredo irrinunciabile dei manicomi novecenteschi, il cui punto di forza era il parco centrale dove la Dieta provinciale austro-ungarica fece allestire, tra il 1905 e il 1908, un compiuto esempio di giardino di rappresentanza con un arabesco di aiole in cui si alternavano piante ornamentali e da fiore ed i tappeti erbosi erano intersecati da vialetti in ghiaia. I giardini goriziani avevano all’epoca caratteristiche molto omogenee, ispirate al giardino romantico all’inglese che era dilagato dal ‘700 in tutta Europa e nel mondo. In città vennero allora inserite piante sempreverdi tipiche del clima mediterraneo e di quello alpino: boschetti di abeti, tuie, lecci e tassi con esemplari solitari di magnolia, palma, cedro, ginko. La cura con cui si allestivano e curavano i giardini dimostra ancora oggi come la città affidasse al patrimonio verde un’importante funzione sociale, economica e culturale, simbolo della longevità del potere.
Un rilievo agronomico stilato per conto dell’ERPAC nel 2019 ha contato nel parco Basaglia 37 esemplari tra conifere e latifoglie risalenti al primo impianto su 595 piante censite, superiori ai due metri e mezzo di altezza, sentenziando l’ormai raggiunta maturità del suo patrimonio arboreo e la necessità di radicali interventi.
Se poi ci addentriamo ai lati dell’ingresso principale troviamo altre suggestive e tranquille zone verdi punteggiate di alberi storici ormai centenari, tra cui cedri e ippocastani, dove han trovato spazio e libertà di crescere allori e ligustri in quantità, ma anche laurocerasi, gelsi, bagolari, noci. Visto che gli ampi spazi di prato sono da qualche anno periodicamente falciati l’impressione è di stare dentro un giardino di sicura suggestione, forse un po’ disordinato privo com’è degli originari sentieri inghiottiti dall’azione naturale che le foglie e intere popolazioni di attivi lombrichi hanno prodotto in quarant’anni di obsolescenza. A pochi metri corre la strada che va al confine, eppure riusciamo a trovare angoli appartati e silenziosi e a camminare in continuum sull’erba rasata. Se poi superiamo i vari padiglioni ospedalieri, rimasti per lo più fedeli allo schema originario, penetriamo nella zona chiave della cittadella, la ex colonia agricola. Va detto che il manicomio provinciale Francesco Giuseppe I fu realizzato in un settore esclusivamente agricolo della città (borgo San Rocco), progettato in base al modello a colonia con padiglioni disseminati e circondati da ampi spazi di verde, in cui gli ammalati “tranquilli” potessero svolgere attività lavorative nei campi, ritenute valide per il recupero della loro salute mentale secondo la terapia ergonomica, già sperimentata in Europa e tendente ad eliminare i sistemi costrittivi e di isolamento pur mantenendo, apparente contraddizione, una netta separazione con la città dei “sani”.
Ci imbattiamo qui nel primo elemento di continuità storica: dove per secoli l’uso dei suoli era stato agricolo si attivò un complesso ospedaliero che aveva come perno il lavoro agricolo, anzi dove già a partire dal 1904 venne istituito il Vivaio provinciale, in cui le prime piantagioni furono le barbatelle di vite, non filosserate, punto di forza dell’agricoltura sperimentale goriziana diretta dall’agronomo Carlo Hugues. All’inaugurazione del 1911 il capitano della Dieta provinciale, Luigi Pajer de Monriva, definì l’irrenanstalt un’opera monumentale innovativa, costruita con la migliore tecnologia allora disponibile, dedicata ai mentecatti poveri e senza diritti. Va ricordato che l’opera fu tenacemente voluta a Gorizia con aspre lotte politiche ed enormi spese. Dopo altre diatribe venne scelta per l’edificazione un’area posta a sud-est della città idonea per la fertilità del terreno, la posizione al riparo dai venti e la disponibilità d’acqua, condizioni favorevoli affinché la colonia agricola potesse contribuire all’autosufficienza alimentare dell’intero complesso sanitario. La finalità ergoterapica verrà ripresa con vigore dalla Giunta provinciale italiana nella nuova inaugurazione del 1933 che riedificò la struttura dopo i danneggiamenti della 1a guerra mondiale.
Oggi, superando i numerosi parcheggi posti a ridosso dei padiglioni e alcune serre abbandonate, incontriamo il secondo elemento di continuità storica: quello del lavoro contadino come farmaco e cura che trova concreta applicazione in un’area agricola di 7 ettari gestita dalla “Comunità terapeutica La tempesta” a cui sono affidati una decina di pazienti, che realizza coltivazioni orticole e floricole biologiche, anche di varietà locali come i radicchi goriziani.
Diversi ettari di fertile terreno agricolo sono stati invece erosi nel tempo da lottizzazioni e impieghi diversi. Ciò si spiega con le modifiche avvenute in campo sanitario, sociale, architettonico e urbanistico alla chiusura dei manicomi italiani sancita dalla Legge 180 del 1978, in cui ad una prima fase di svuotamento e abbandono delle strutture, a cui non si sottrasse nemmeno quello di Gorizia, seguì la fase di recupero di cui il nostro non fece parte. E’ sotto gli occhi di tutti come l’incuria e l’abbandono che hanno caratterizzato l’intero complesso negli ultimi quarant’anni, in particolare le parti a verde, siano dipesi dalla frammentazione della proprietà iniziata con la cessione da parte della Provincia di Gorizia, a partire da fine anni ‘70, della maggior parte degli edifici e dei terreni al Sistema sanitario nazionale. Iniziarono allora nuove destinazioni d’uso dei terreni: ad ovest si aprì una strada e si costruirono numerose ville a schiera, nella campagna a sud si edificò una palestra scolastica con annesse aree sportive e parcheggi; successivamente a est si edificò una seconda palestra con pedana esterna per il basket; da ultimo un vasto parcheggio privo di alberature e scarsamente utilizzato venne allestito a fianco delle serre. Tutto ciò ha decisamente sottratto carattere, continuità e organicità alla struttura.
ASUGI, Regione FVG, ERPAC, assieme al Comune di Gorizia e all’UTI Collio-Alto Isonzo come eredi dell’ex Provincia di Gorizia sono oggi i decisori dei destini del parco Basaglia, senza trascurare il ruolo svolto dalla cooperazione sociale qui presente e operante. Oggi è concreta l’ipotesi di una ristrutturazione dell’intero parco attraverso un “Progetto di rigenerazione urbana in chiave storico/culturale del parco Basaglia (BAS)” che già nel 2017 la Regione FVG aveva deliberato di sostenere e che recentemente è stato sottoscritto da tutti i proprietari e che dovrebbe migliorare soprattutto le parti a verde e la viabilità. Vista la valenza culturale dell’operazione la regia è stata affidata all’ERPAC.
Ma cosa succede quando un bene pubblico viene abbandonato per anni e poi lo si vuole ristrutturare e rilanciare? Di solito si innesca un dibattito cittadino, sempre che il bene sia nel cuore e nella storia dei suoi abitanti. Del progetto si sente parlare ormai da anni ma manca il sentire dei cittadini. Si noti che la voce “parco Basaglia” non esisteva fino al 1999 quando venne citato per la prima volta nel PRGC come Ambito di trasformazione strategica, ma solo nel 2010 partì il primo censimento arboreo svolto dal Sirpac (ente regionale di catalogazione) e nel 2012 venne inserito nella lista dei giardini storici regionali. Ben venga quindi, dopo quarant’anni, trovare una soluzione soddisfacente che ridia valore a questo “luogo dimenticato” ma senza alterarne gli storici punti di forza e le valenze paesaggistico-ambientali.
Il BAS è senza dubbio uno strumento importante per risollevare le sorti dell’ex manicomio, se ridarà valore e nuove funzioni agli edifici a tutt’oggi non utilizzati, se genererà divulgazione della storia dell’ex psichiatrico e dei suoi preziosi archivi, se saprà creare punti di aggregazione e di ristoro che valorizzino la fruizione del parco e diano opportunità lavorative alle persone con disturbo mentale. Ma tutto questo bel pensare deve trovare la sua cornice nelle aree verdi e di campagna che sapientemente andranno recuperate e riprogettate e per cui ERPAC andrà a spendere circa cinque milioni di euro.
Per il masterplan del progetto “il parco va considerato come il succedersi caotico ed estemporaneo di scelte fatte da chi, a vario titolo e nel corso di decenni, ha gestito il verde del ex manicomio di Gorizia: all’iniziale rigore e schematismo asburgico di inizio ‘900 sono seguiti piantumazioni, abbattimenti e interventi che hanno modificato e reso estremamente disomogeneo il linguaggio di quest’area”. Si terrà poi conto degli impianti arborei succedutisi nel tempo, privilegiando la ricostruzione degli anni ‘30, facendo anche riemergere l’uso aperto che del luogo ne volle fare Franco Basaglia negli anni della sua direzione (1961-1969). Gli interventi di progetto “ garantiranno un aumento del livello di sicurezza all’interno del parco e dovrebbero riportare ad uno stadio pre-crisi il popolamento arboreo, garantendo energia e volumi alle piante di pregio, in armonia con l’edificato e le piante che si andranno a mettere a dimora”.
Ad un’attenta osservazione lo stato attuale delle aree verdi mostra, nonostante tutto, alcuni aspetti positivi riconducibili alla sua naturale evoluzione biologica con un considerevole aumento della biodiversità e della fertilità dei suoli specialmente nelle aree del giardino storico, come già evidenziava la scheda Sirpac nel 2010 (facilmente consultabile in rete). La parte ornamentale è quella che sfoggia la vegetazione più varia e lussureggiante, in grado di attrarre il visitatore e offrire vaste zone ombreggiate e di relax perché ancora caratterizzata dai sopravvissuti grandi alberi di inizio ‘900, anche se molti sono stati abbattuti e molti altri siano in deperimento, e da piante inserite in epoche successive e soprattutto da una notevole quantità di cosiddette infestanti (soprattutto allori, laurocerasi, ligustri). L’abbattimento recente della rete che divideva la proprietà dell’ex Provincia da quella di ASUGI ha accentuato in positivo questa evoluzione paesaggistica spontanea creando agli occhi di chi transita nuove prospettive da giardino all’inglese nel senso stretto del termine che andranno perse nel momento in cui verrà operata una “cernita e selezione degli esemplari da conservare e valorizzare”. Nei tre anni già trascorsi dal censimento arboreo di progetto diversi alberi secolari sono stati abbattuti (solo nei mesi scorsi tre cedri e due ippocastani) e la manutenzione ordinaria si è fatta più costante, per dire che lo sfoltimento sta già avvenendo e che il rilievo agronomico andrebbe sicuramente rivisto. Sottolineo che lo scenario futuro prospettato vedrà l’inserimento, anche nel parco storico centrale, di diversi percorsi pedonali sia a ripristino di quelli preesistenti sia di nuova progettazione (fino a due metri e mezzo di larghezza) oltre ad una pista ciclabile con l’utilizzo del “cemento drenante” al posto dello storico ghiaino per un risparmio sui costi della manutenzione futura, cosa su cui varrebbe la pena riflettere. Inoltre la già consistente quota di superfici stradali asfaltate presenti nella cittadella verrà ulteriormente incrementata con nuovi parcheggi, anche se in tutti sono previste utili alberature che però ombreggeranno solo nel medio-lungo periodo. Aggiungiamoci la realizzazione, in corso d’opera, della “Centro di salute delle donne” promossa da un progetto Interreg Slovenia-Italia e partecipato da ASUGI e GECT.
Questo continuo, inesorabile rosicchiare suolo è poco logico per due motivi, innanzitutto perché quest’area di Gorizia – da secoli vocata all’agricoltura di pregio, dove il terreno è ricco di sostanza organica, miglioratasi con lo scarso sfruttamento degli ultimi quarant’anni – è un patrimonio in termini ecologici, ambientali e paesaggistici. Rappresenta a suo modo un ritorno spontaneo al suolo fertile, alla buona terra per eccellenza, con una serie di interessanti relazioni tra flora e fauna che chi attraversa in silenzio il parco nota: lepri, scoiattoli, svariate specie di uccelli. Un libro aperto sulla rigenerazione del suolo da leggere con attenzione e rispetto. Soprattutto se essa sta sotto il materno ombrello di un ente sanitario, per definizione motore di cura e guarigione.
Secondariamente, un progetto di “rigenerazione urbana” opera come potenziamento della sostenibilità, rigenerazione è infatti un termine entrato di recente nell’urbanistica proprio a tale scopo. Quindi il consumo di nuovo suolo pare contraddittorio, semmai la sua finalità sarebbe rigenerare suoli già compromessi. Ma poiché il masterplan di per sé non è un progetto definitivo, suppongo ci siano ancora margini di discussione e modifica.
Complessivamente e a distanza di più di 100 anni dalla prima pietra dell’irrenanstalt “Franz Joseph I.” è innegabile che l’impostazione delle aree a verde delle origini sul modello a colonia si è dimostrata un’idea vincente che continua a produrre ancora oggi benessere estetico e salute per la città e per gli utenti bisognosi di cure che possono godere delle forme, dell’ombra, del paesaggio e delle opportunità ideate dagli antenati. Varrebbe proprio la pena riflettere sul consumo di suolo previsto. La sua corsa, iniziata negli anni ‘80, dovrebbe ragionevolmente arrestarsi.