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Non voglio morire precaria

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di Irma Hibert del 23/6/2022

Sono le ore 12 del 09 giugno, suona l’ultima campanella dell’anno scolastico. Gli studenti sono in fibrillazione, hanno messo l’ultimo punto ad un anno scolastico duro e lungo. Didattica mista, un po’ in presenza un po’ a distanza, le interrogazioni, test, verifiche. Mi salutano con grandi e lunghi abbracci e l’immancabile domanda: “Prof, ma lei a settembre sarà ancora con noi?”. Ormai hanno abbastanza esperienza scolastica da sapere che ogni anno cambiano insegnanti, senza sapere bene il perché e si preoccupano di dover ricominciare a guadagnare terreno con un insegnante nuovo, con metodologie nuove, con nuove dinamiche che li destabilizzano non poco. Io in quel momento, come sempre con un nodo in gola, rispondo molto evasivamente con un “Vedremo ragazzi, vedremo. Intanto godetevi l’estate.” Questa mia condizione da precaria della scuola dura ormai da dieci lunghi anni. È una condizione di perenne incertezza che mi crea sentimenti di infelicità, preoccupazione, inadeguatezza e paura. Ogni anno, quando ricomincia l’anno scolastico aspetto la mail di convocazione come una scure che sta per abbattersi su di me. Prima di tutto non so mai se riuscirò a lavorare con la cattedra piena e dunque, a stipendio pieno (cosa che non è di poco conto perché poi influenza la vita di tutta la mia famiglia dal punto di vista economico). Oltre a questo, ogni anno mi trovo in una condizione in cui mi aspetta una nuova scuola, nuovi colleghi, nuovo dirigente scolastico, nuove classi, nuovo modus operandi al quale bisognerà abituarsi, nuovi ragazzi, nuovi programmi e nuovi libri da seguire. Sembrano cose di poco conto ma sono invece importantissime, sono l’anima stessa di questo mestiere meraviglioso. Trovarsi destabilizzati ogni anno scolastico significa intanto più banalmente non raccogliere i frutti del proprio lavoro svolto nell’anno precedente, significa doversi integrare un’altra volta, dimostrarsi sempre daccapo, e crearsi un gruppo di lavoro dalle fondamenta. Significa, soprattutto, perdere la continuità didattica con la classe, perdere il filo di Arianna che dovrebbe farli crescere nelle loro conoscenze e competenze. Essere precario inoltre significa che sei sempre l’ultimo arrivato, quello con meno diritti e più obblighi, non hai la sensazione di fare alcun progresso nella tua carriera e appena ti abitui ad un posto ovvero alla tua nuova scuola ecco che il tuo contratto scade e sei nuovamente punto a capo.  Ogni anno per i colleghi con cui lavori sei una meteora, una persona con la quale non ha senso fare progetti pluriennali, non ha nemmeno senso invitarti alla gita di classe dell’anno venturo perché appunto non sanno se potranno contare sulla tua presenza. La condizione del precario è una condizione di uno spaesato.

Il precariato non è una lamentela verso il desiderio di avere il posto fisso. È più una lamentela verso la triste realtà dei fatti del non sapere che fine uno farà all’indomani. Secondo la legge europea dopo tre anni di precariato uno dovrebbe essere assunto. Ma questo dovrebbe accadere non perché deve avere il posto fisso dal quale non schiodarsi mai più, ma perché l’esperienza è un valore aggiunto che non si può imparare se non lavorando. In questi dieci anni personalmente ho vissuto la realtà delle scuole medie e delle scuole superiori, ho lavorato negli istituti professionali e negli istituti paritari, ho visto la differenza tra un liceo linguistico e un liceo classico, ho visto cosa significa lavorare anche sul sostegno. Questo bagaglio di esperienze non avrebbe potuto darmelo nessun corso universitario e nessun docente universitario (persone, peraltro, sempre lontanissime dal mondo scuola). Un po’ di gavetta ci sta in realtà, ma quando diventa un decennio, forse il limite della dignità umana è stato superato. Eppure, per il nostro governo non siamo degni di essere assorbiti nel mondo scuola. Ricordiamoci inoltre che negli ultimi 5 anni il governo italiano ha cambiato 4 Ministri dell’Istruzione e ognuno di loro ha voluto lasciare il proprio nome scolpito nella storia sulle spalle dei lavoratori precari. Dicono oggi che non siamo pronti ad entrare in classe e che ci dobbiamo formare ulteriormente. Ma sinceramente nel mio caso, ho una laurea, un master, un dottorato di ricerca, ho pubblicato un mare di articoli e saggi, ho scritto persino un libro, ho lavorato all’università e fatto corsi di formazione all’estero e ho persino dato i famigerati 24 crediti formativi dove (sempre al livello teorico ovviamente) mi hanno spiegato la psicologia e la pedagogia. Ma per il governo italiano non sono degna di avere un posto di lavoro a scuola. Se io penso alla mia prima supplenza a scuola non sapevo assolutamente come si scrive un programma, come si preparano le verifiche, quali sono i parametri di giudizio, cos’è un PON, PTOF, alunno DSA e la riunione GLI. Non sapevo nemmeno cosa dovessi fare durante un collegio docenti e tanto meno durante un CdC (Consiglio di classe). Diciamo che sono stata autodidatta e per fortuna oggi a occhi chiusi so cosa ci si aspetta da me dall’inizio alla fine dell’anno scolastico. Ma tutte queste informazioni qualcuno avrebbe dovuto darmele anni fa, durante la mia prima supplenza, e non chiedermelo adesso a dieci anni di distanza. Nel mio piccolo sono stata nominata anche coordinatore di classe, tutor per l’alternanza scuola lavoro e ho avuto un’infinità di altre mansioni oltre la docenza per le quali a quanto pare sono stata giudicata idonea, ma non abbastanza da poter lavorare avendo un contratto a tempo indeterminato. Tralascio inoltre la discussione sulla carta del docente non prevista per i docenti precari, anche in questo veniamo considerati di fascia inferiore, perciò dalla banda internet usata in didattica a distanza, computer, cuffie, oltre ai vari corsi di formazione ce li siamo sempre pagati da soli, in silenzio senza proferire parola. Abbiamo mandato avanti la scuola anche noi, sostituito colleghi in malattia, maternità, accettando persino che il nostro contratto venisse interrotto nel periodo delle vacanze di Natale; in modo da permettere al nostro MIUR di risparmiare in busta paga dal 24 dicembre al 7 gennaio. Ciò che non si sa inoltre è che essendo una precaria non mi è stato possibile in questi 10 anni accendere un mutuo perché per tutte le banche sono una lavoratrice atipica senza continuità contrattuale. E affinché la beffa sia ancora maggiore lo stato mi tassa tantissimo ogni anno perché dichiaro un doppio CUD (quello della scuola e quello dell’Inps per i mesi di disoccupazione estivi). Se già parliamo di soldi non ho mai visto uno scatto di anzianità e il mio TFR è inesistente poiché mi viene liquidato ogni anno e non accantonato, e io puntualmente lo spendo invece di metterlo in un fondo personale poiché la disoccupazione ogni anno mi arriva a gocce, e i mesi di luglio, agosto e settembre bisogna pur sopravvivere in qualche modo.  Inoltre, la convocazione per la supplenza non arriva mai al primo di settembre ma ad anno scolastico già iniziato. Penso di essere sempre entrata in cattedra verso la fine di settembre o ai primi di ottobre, perdendo così già una cospicua quantità di ore. Se consideriamo che il quadrimestre finisce prima delle vacanze di Natale, per non lasciare indietro i programmi, noi precari abbiamo sviluppato un super potere di insegnamento, poiché le mie classi e anche quelle dei colleghi precari come me non sono mai rimaste indietro su nulla. 

Il punto più dolente di questa storia del precariato non sono nemmeno le mortificazioni da lavoratore che ho elencato finora quanto le mortificazioni personali legate alle nostre storie interrotte con i nostri ragazzi. Alla fine di ogni anno scolastico so già che mi mancherà quello studente chiacchierone di turno, quello che si lamenta su tutto, la studentessa brillante, anche la studentessa un po’ lavativa, quel ciuffo in seconda fila e quegli occhi truccatissimi della terza. Ogni giugno so già che mi mancheranno i loro sorrisi, le loro battute e le loro giornate brutte e buone. So che abbraccerò ben presto un nuovo microcosmo chiamato classe e mi abituerò ai nuovi volti ma vorrei davvero per una volta poter accompagnare i miei ragazzi dalla prima alla quinta, vederli crescere e crescere con loro, accompagnarli all’esame di matura e vederli spiccare il volo, vorrei essere il loro punto fermo e il loro punto di riferimento e non la supplente di turno che ricorderanno tra la nebbia. Soprattutto vorrei vedere che il mio lavoro a lungo termine ha dato frutti, cosa che gratificherebbe sia loro che me. In fondo, non lavoriamo proprio per questo?

Il tempo passa, le cose non cambiano, i miei genitori che non vivono in Italia mi dicono che sia giunta l’ora di lasciare i sogni e trovarmi un lavoro sicuro. Io però continuerò a lottare perché questo mestiere l’ho scelto e sognato da sempre. So che la strada per me è ancora lunga e spero con tutto il mio cuore di non dover morire precaria, oppure come un collega di quest’anno entrare in ruolo a 63 anni, due anni prima di andare in pensione.

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