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Un’oasi festosa, quasi improvvisata

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di Paolo Medeossi del 9/4/2022

Chi visse da ragazzo a Monfalcone e dintorni durante gli anni Sessanta non mancava di dare un’occhiata a quello che accadeva oltre il confine, lì dove passava stentoreamente la cosiddetta “cortina di ferro”, che era bello prendere a calci per esplorare territori inediti, incontrare gli amici, fare un po’ di baldoria, cimentarsi in sport vari, per esempio una regata di canottaggio a Bled o a Zagabria. Mai avvertito nulla di minaccioso o pericoloso nel rileggere miti e riti di un paese comunque molto vicino a noi, non solo geograficamente, attraverso la lente della cultura popolare, della musica, delle tradizioni, in un affresco sociale in bilico curiosamente tra il maresciallo Tito, nume tutelare di un complicato mosaico andato rapidamente in frantumi dopo la sua scomparsa, e la passione dilagante per Beatles o i Rolling Stones. Aspetti anche contraddittori, ma pur sempre palpitanti, come ci ha raccontato nei suoi libri Goran Tribuson, scrittore croato di Bjelovar.

Tra i ragazzi di qua e di là del confine, impegnati durante notti infinite a inseguire i sogni e i suoni necessari vagando nell’incredibile caos dell’etere e delle radio libere, si coglieva una straordinaria comunanza di desideri e divertimenti che trovava proprio nella musica rock del tempo il suo grande terreno di incontro e condivisione, dentro una mescolanza sessantottina che ognuno viveva secondo i canoni e le libertà concesse dai rispettivi mondi… Tutto magari durò un minuto o poco più, come accadde con la “Primavera di Praga”, ma fu bellissimo ugualmente. A rendere simili i ragazzi era poi l’idea di sentirsi, a una certa età, pur sempre piccoli, fragili, indecisi. E ciò valeva dovunque, non c’era “cortina di ferro” che tenesse od ostacolasse le inevitabili e naturali tappe di una crescita verso l’età adulta.

Anni Sessanta, ma poi? Caduti i muri, arrivarono la grande esplosione, il punto di non ritorno, la tragedia delle guerre balcaniche… Senza mitizzare o idealizzare troppo il periodo precedente, ma restando dentro lo spazio della testimonianza attendibile, è allora interessante esplorare il “mondo di prima” attraverso un orafo delle parole che dedicò il suo acuto spirito di osservazione ai territori di confine e al pianeta Jugoslavia. Fulvio Tomizza, in un articolo del febbraio 1993, scrisse: “Ricordo Sarajevo visitata una trentina di anni fa insieme alla mia giovane sposa che desiderava conoscere la città in cui erano riparati i suoi avi sefarditi dalla Catalogna e bramava pure apprendere se vi fosse rimasto in vita qualche probabile parente, un Levi, un Albahari, scampato all’Olocausto. Sarajevo si offriva al nostro sguardo nelle sue diverse componenti etniche, culturali, architettoniche, costituendo un’oasi festosa e quasi improvvisata della vecchia Europa, che godeva di una sopravvivenza alacre, baldanzosamente imperturbata. Mai come allora sentii il mio stesso destino di profugo dell’Istria placarsi entro quel miracolo di convivenza tra genti che, onorando i precetti delle rispettive religioni, osservavano il giorno di riposo settimanale chi il venerdì, chi il sabato, chi la domenica, così da lasciarmi supporre che quelle feste non fossero rigidamente isolate e tutti gli altri vi prendessero un po’ parte… Ora quel cielo di Sarajevo è rischiarato dal sinistro bagliore delle armi uscite dalle più lontane fabbriche belliche d’Europa. E non c’è scampo e non c’è tregua per nessuno”.

Ogni guerra, si sa, finisce per riassumere tutte le precedenti, ma quella balcanica – affermò Tomizza – “aggiunge una ferocia, un sadico strazio di corpi, un corollario di violenze fini a se stesse, da ascrivere ai secoli più bui della storia”.

Trent’anni dopo il cielo d’Europa è di nuovo attraversato da sinistri bagliori. La ferocia è la stessa. Allora è proprio vero: ogni guerra riassume quelle di prima. Non c’è scampo.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org