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Il mio sei di aprile

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di Irma Hibert del 9/4/2022

Il 06 aprile è una data molto significativa per me. Segna un prima e un dopo nella mia vita, una linea di confine temporale dopo la quale per me niente più sarebbe stato lo stesso. Quel giorno di esattamente 30 anni fa iniziò il conflitto nel mio paese, la mia città cominciò a bruciare e io diventai un fantasma che sopravviveva per inerzia senza vedere una via d’uscita. Il mese di aprile fino a quel momento era un periodo dell’anno meraviglioso. La natura si svegliava, le giornate erano più lunghe e calde dopo gli inverni rigidi con -18 o -20 gradi come solo Sarajevo sa regalare. Il mese di aprile era il mese delle gite, del risveglio, dei primi amori, del profumo di glicine ad ogni angolo. Ma da quel 1992 sarebbe diventato il mese della polvere da sparo, il mese dei libri bruciati, dell’odore del sangue, del fischio delle granate, del suono delle sirene, della fame, della disperazione ma soprattutto della solitudine. Sono ricordi che se si potessero annusare avrebbero un odore acre, forte, pungente, un odore che ti impregna i vestiti, pervade i tuoi polmoni fino a riempirti il cervello, i pensieri, i sogni …

Fino a quel momento il 06 di aprile era anche il mese del premio chiamato “Šestoaprilska nagrada” ovvero il Premio del 6 di aprile, poiché anni addietro, nel 1945, la nostra città era stata liberata dall’occupazione nazifascista proprio in quella data. Era una giornata memorabile in cui veniva celebrata una personalità in vista, un intellettuale e nei miei sogni da bambina accarezzavo teneramente la speranza di essene insignita un giorno anch’io, piena di speranza di ciò che nella mia vita avrei potuto fare. Tuttavia, le cose per me andarono diversamente cambiando anche il significato di questa giornata in modo irrimediabile.

Oggi, a 30 anni dal conflitto accaduto in Bosnia, tutti parlano di questo giorno funesto, tutti si ricordano dei 1450 giorni di assedio, dei 12.000 morti, dei 50.000 feriti, delle famiglie distrutte e delle vite spezzate ma temo che nessuno possa capire cosa significhi tutto questo, al di fuori di noi che purtroppo l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Non è presunzione, non è superbia. È una semplice constatazione e pura verità. Alcune esperienze bisogna farle, non si possono raccontare per quanto uno possa essere bravo con le parole, similitudini, aggettivi. Nella vita ci sono delle ferite del corpo che con il tempo guariscono e poi ci sono le ferite dell’anima che non passano mai, restano latenti, indelebili ed alla fine ti cambiano. Irrimediabilmente. Nel bene e nel male. Infatti, se chiudo gli occhi e mi guardo indietro mi rivedo come in un film. Irma che aspetta il suo turno per riempire le taniche d’acqua. Irma che non va più a scuola ma legge, di notte, al lume di candela. Irma che ha i geloni alle mani e ai piedi. Irma che mangia l’ultima fetta di pane. Irma che ha paura delle granate e si nasconde nella cantina. Irma che piange, urla ed infine accetta con rassegnazione la sua nuova vita.

La cosa che più mi ferisce è la consapevolezza che soltanto il giorno prima di quel maledetto 06 aprile nessuno di noi sospettava che l’orrore stava per iniziare. Infatti, il giorno prima io ero andata a scuola, sono stata con i miei amici, sono persino andata a lezione di danza, e all’indomani mi sono svegliata non più libera ma assediata, non più innocente ma guastata per sempre, non più bambina ma già donna, senza patria e apolide.

Amo teneramente la mia città, amo i ricordi che ho di essa, amo la sua città vecchia il cui rumore mi manca ogni giorno della mia vita. Noi Sarajeviti abbiamo un modo di dire: “A Parigi forse andrò o forse no, ma non importa perché oggi per la mia Baščaršija (città vecchia) passerò”. Sarajevo ti entra dentro con ogni suo dettaglio, con le sue barzellette, con il profumo del suo cibo, con i suoi eterni e lunghissimi caffè, con il suo “fa veloce ma vai piano”, con il suo “faremo tutto”, con il suono delle sue campane che si confondono con la voce del muezzin che chiama alla preghiera di fronte alla sinagoga, con le sue viuzze ottomane e centri commerciali moderni, con il suo fiume e con la sua storia. Sarajevo è una città che si fa amare e che è facile portare nel cuore, ma come tutti i grandi amori sa anche ferire, soffrire, respingerti e tormentarti. Due milioni di persone sono andate via durante e dopo il conflitto. Sono due milioni di cuori che battono, che ricordano e soffrono di nostalgia, come me, ne sono certa. Siamo un esercito di due milioni di esseri umani che si svegliano ogni 06 di aprile chiedendosi probabilmente cosa sarebbe successo se…

Dicono che ci si siano nuovi venti di guerra nella mia amata Saraj. Spero di no. Vorrei che non continuasse ad essere ricordata per le guerre, vorrei che cominciasse ad essere ricordata per la sua accoglienza e la sua capacità di redimersi. Oggi è ancora troppo debole, troppo influenzabile, troppo dimenticata dagli uomini e dagli Dei.  

Per fortuna anche quest’anno questa giornata sta volgendo al termine e l’unica cosa che adesso so è che:

  • Il 06 di aprile scoppiò la guerra, ma adesso so che le guerre non scoppiano, vengono pianificate.
  • Il 06 di aprile era già primavera e solo adesso so che tutte le guerre iniziano in primavera. Anche in Ucraina adesso è la stessa stagione dell’anno….
  • Il 06 di aprile del 2022 le mie ferite bruciano come allora ma adesso so che è possibile conviverci.
  • Il 06 aprile di un anno che verrà e di un tempo che ancora non conosco, spero di smettere di ricordare ed iniziare a perdonare.

Forse in fondo 30 anni non sono poi così tanti, ma anche in questo caso si sa: il tempo è relativo, un concetto diverso per ognuno di noi.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org