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L’esclusione dai benefici del welfare dei lavoratori bangladesi di Monfalcone (2016-2021)

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di Loredana Panariti del 21/3/2022

Testo dell’intervento presentato il 2 ottobre 2021 alla Journée d’étude AFHMT/SISLav, Conservatoire national des arts et métiers, Paris)

Premessa

Tradizionalmente la cittadinanza è la condizione di appartenenza di una persona a uno Stato con l’insieme dei diritti e dei doveri che tale relazione comporta. Nella nostra Costituzione essa si intreccia strettamente all’uguaglianza (art. 3) e alla partecipazione, sancendo il principio dell’universalità del suffragio e inserendo la Repubblica fra gli ordinamenti a vocazione democratico-pluralistica (art. 48 e ss.)[1]. Tuttavia, accanto alla cittadinanza formale in ambito statale, possiamo individuare una sorta di cittadinanza “locale” che riguarda la sfera delle competenze di Comuni e Regioni. L’elemento centrale di quest’ultima è la residenza, in quanto l’iscrizione all’anagrafe rappresenta un diritto a esercitare altri diritti [2]. Infatti, per accedere a prestazioni che riguardano il diritto alla salute, all’istruzione, alla casa, al lavoro ecc. è necessario essere residenti. Ma, ciò che appare scontato per chi gode di cittadinanza e residenza, invece, diventa un percorso a ostacoli per chi, da cittadino non comunitario, richiede la residenza. In Italia, senza residenza, risulta spesso impossibile richiedere il rinnovo del permesso di soggiorno con tutte le conseguenze che ciò comporta. La residenza assume, quindi, un ruolo strategico in quanto conferisce un riconoscimento formale e consente l’esercizio effettivo di determinati diritti.

Dal punto di vista legislativo, le trasformazioni della cittadinanza hanno ridotto le differenze tra cittadini e non cittadini, anche extracomunitari, e i secondi, pur privi dello status dei primi, dovrebbero comunque godere di alcuni diritti fondamentali[3], ma, per poterli esercitare, avrebbero bisogno dell’iscrizione all’anagrafe e, nella realtà, accade spesso che questa venga rifiutata per motivi di carattere discrezionale, diversi da Comune a Comune.

Fino a tempi abbastanza recenti la residenza, una volta ottenuta, quasi sempre grazie alla presenza di un’occupazione, era garanzia di inclusione sociale. Negli ultimi due decenni, tuttavia, la situazione si è modificata e anche i residenti “regolari” possono vedersi escludere per via amministrativa dall’accesso a determinati benefici legati all’appartenenza territoriale, quindi alla residenza.

A partire dagli anni Duemila, il potere attribuito ai sindaci di emanare ordinanze per risolvere problemi legati a emergenze sanitarie o alla saluta pubblica o per eliminare eventuali pericoli e minacce all’incolumità degli abitanti, ha provocato la proliferazione di atti che, nel caso preso in considerazione (il Comune di Monfalcone) duplicano provvedimenti già esistenti o introducono divieti non imposti per legge. Ciò ha creato numerose zone d’eccezione che riguardano specialmente i lavoratori stranieri e le loro famiglie presenti in città e impiegati nel cantiere navale di Fincantieri e nel piccolo commercio. Maggiormente colpiti sono i lavoratori bangladesi, il gruppo più numeroso e considerato “il più diverso” tra quelli che compongono la variegata galassia della presenza straniera in città. Percepiti da una parte degli autoctoni come responsabili del presunto degrado urbano e della riduzione della sicurezza, sono il bersaglio di molti atti amministrativi di esclusione sociale e nella stessa direzione si è mossa anche la Regione Friuli Venezia Giulia che, grazie alla specialità e alle competenze attribuite alle Regioni dalla riforma del Titolo V della Costituzione, ha emanato leggi e regolamenti tesi a discriminare gli stranieri residenti sul territorio regionale.

Monfalcone

La crisi economica ha amplificato l’avversione, che a volte sfocia in vero e proprio razzismo, nei confronti dei lavoratori immigrati che risiedono a Monfalcone. La loro presenza risale a tempi precedenti rispetto l’inizio della crisi, tuttavia, i rivolgimenti che questa ha provocato hanno causato una profonda frattura nel modo in cui gli stranieri sono percepiti rispetto a prima e nel dibattito pubblico che li riguarda. Frattura in cui il lavoro è un elemento centrale e ha assunto, rispetto al passato, molta più rilevanza.

Gli stranieri sono colpevoli della precarizzazione del lavoro. Lo dice chiaramente la sindaca di Monfalcone, Anna Maria Cisint, all’incontro con i rappresentanti delle comunità straniere residenti in città. Scopo dell’incontro è presentare il “decalogo” di comportamento per gli stranieri redatto dall’amministrazione comunale. Il tema intorno al quale ruota tutta la discussione è il presunto comportamento incivile degli immigrati che sono la principale causa di degrado del tessuto urbano per la sporcizia delle loro case e dei loro negozi, per i comportamenti incivili nei luoghi pubblici – si ripete più volte che urinano e defecano nei parchi pubblici -, per il sovraffollamento delle loro case, con letti affittati a connazionali per 100 euro, per il mancato pagamento delle spese condominiali e delle imposte sui rifiuti e per un utilizzo inadeguato dei servizi sanitari. [4]. Sebbene i gruppi convocati siano bangladese, romeno, macedone e albanese, il messaggio è rivolto essenzialmente ai bangladesi che sono i più numerosi in città. Non si tratta di un dialogo, conferma a più riprese la sindaca, perché l’integrazione parte dalla consapevolezza di ciò che si deve fare, ed è per questo che è stato scritto il decalogo. L’aspetto più volte ribadito ai rappresentanti della comunità bangladese è che non dovrebbero accettare lavori a 5-6 euro all’ora, accusandoli di aver svalutato il  lavoro e la sua remunerazione in un momento in cui anche gli autoctoni soffrono una disoccupazione importante vista la crisi e la chiusura di alcune importanti aziende del territorio. [5]

La presenza di un numero così elevato di lavoratori stranieri con le loro famiglie a Monfalcone è frutto della crescita delle commesse nel cantiere navale della città che, dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, si è specializzato nella produzione di navi da crociera. La costruzione delle “principesse” del mare, vere e proprie città turistiche viaggianti, richiede l’apporto di moltissimi operai che non dipendono direttamente da Fincantieri, ma sono impiegati nell’appalto e nel subappalto. Gli stranieri vengono impiegati nelle lavorazioni più faticose e, spesso, peggio pagate con fenomeni anche di “caporalato” e sfruttamento, già all’attenzione della magistratura[6].

Le crisi economica ha eroso profondamente il tessuto industriale del Monfalconese, con la chiusura di alcune importanti aziende, mentre Fincantieri con il suo indotto, pur con alcuni momenti di difficoltà, ha continuato a crescere e ad attrarre manodopera specialmente straniera.

Gli operai che hanno perso il lavoro nelle fabbriche del territorio guardano a Fincantieri come a un possibile spazio di ricollocazione e una certa ostilità nei confronti di un foltissimo gruppo di stranieri, per la maggior parte bangladesi, maggiormente disponibili ad accettare condizioni di lavoro precarie e insicure, ha cominciato a entrare nel dibattito pubblico, sia politico sia sindacale.

Maestranze più “malleabili” le ha definite il segretario provinciale della CGIL, facendo probabilmente riferimento alla scarsa sindacalizzazione degli stranieri e il titolo dell’articolo: “Il lavoro in cantiere c’è ma non assumono i nostri disoccupati”[7] si riferisce alla difficoltà di reimpiegarsi per i lavoratori licenziati da alcune medie aziende del territorio. Per questi ultimi, la pensione è ancora una meta lontana, mentre il ricollocamento è reso complicato, oltre che dalla crisi, dall’età e dal tipo di formazione. Per questo motivo il discorso pubblico (politico e sindacale) si concentra sulla necessità di “costringere” Fincantieri, azienda in gran parte pubblica, ad assumere direttamente i disoccupati provenienti da quelle crisi aziendali[8], mentre si stigmatizza più volte il fatto che Fincantieri (anche se il riferimento è all’appalto) assuma troppi stranieri a scapito dei cittadini locali.

Al I gennaio 2019 in provincia di Gorizia risiedevano 14.352 cittadini stranieri, di questi 6.765 a Monfalcone (poco più del 47%). I residenti stranieri di Monfalcone erano il 23,8% della popolazione complessiva, mentre il gruppo straniero più numeroso, con 2.648 persone registrate, era quello bangladese che rappresentava il 39,1% di tutti gli stranieri presenti sul territorio. Seguivano quello romeno e croato con, rispettivamente, 1328 e 519 persone, pari al 19,6 e al 7,7% del totale.

Si tratta di una presenza in crescita: dieci anni fa i bangladesi erano 973 e nel 1998 un nucleo di appena 17 uomini[9].  Scorrendo i dati sulla popolazione dell’Istat notiamo come il numero di residenti bangladesi sia aumentato proprio durante gli anni della crisi (con una lieve flessione nel 2012), a dimostrare come essa abbia amplificato quel profondo rivolgimento, pur iniziato precedentemente, di sostituzione di lavoro precario e mal pagato a lavoro a tempo indeterminato e maggiormente tutelato.

Ordinanze, Regolamenti, Provvedimenti

Utilizzando l’archivio on line del giornale locale (“Il Piccolo”)[10] e la pagina Facebook della sindaca per ripercorrere il periodo di governo del centrodestra a trazione Lega di Monfalcone, appare come già i primi atti concreti dell’amministrazione fossero indirizzati contro gli  immigrati. Per esempio: la rimozione delle panchine in piazza, panchine utilizzate perlopiù da uomini e donne bangladesi con i loro bambini, il “chiaro” no a corsi di bengalese, alla concessione di aree sportive per il gioco del cricket, al patrocinio e alla concessione di sale per la festa della lingua madre, “perché qui la lingua madre è l’italiano”, e la negazione di spazi pubblici per festeggiare la fine del Ramadan.

Più famose, perché assurte agli onori della cronaca nazionale, l’ordinanza della birra calda che vieta agli esercizi commerciali (in un’unica via in cui quasi totalità è gestita da stranieri) di vendere dopo le 19.30 alcolici freddi e di cessarne completamente la vendita dopo le 20.30 e quella che impedisce l’ingresso con indumenti da lavoro negli esercizi commerciali, negli edifici pubblici e nei mezzi di trasporto pubblico. Anche in questo caso, l’obiettivo sono gli stranieri che, lavorando nelle ditte dell’appalto Fincantieri, non dispongono di spogliatoi, docce e mensa ed entrano ed escono dallo stabilimento con le tute da lavoro.

Al di là della durata dei provvedimenti e della loro riproposizione nel tempo, magari con alcune leggere variazioni, essi esprimono una concezione restrittiva della residenza che non è più lo strumento di accesso completo ai diritti, in quanto essa viene ridotta o meglio “stratificata” per via amministrativa. Ciò è evidente se esaminiamo i tentativi di restrizione dei diritti sociali che riguardano l’accesso agli alloggi popolari, il cosiddetto “bonus affitti”, gli incentivi all’assunzione per i disoccupati e l’accesso all’istruzione.

Per accedere alle graduatorie degli alloggi popolari e ai contributi per ridurre la spesa dell’affitto, ai cittadini di paesi terzi residenti è stata chiesta la prova ufficiale di non possedere proprietà immobiliari all’estero, mentre per tutti gli altri è sufficiente l’autocertificazione. Per i cittadini bangladesi (ma non solo), le difficoltà a reperire la documentazione, che, anche nel caso in cui fosse ottenibile, comporterebbe notevoli spese di autentificazione, traduzione, registrazione ecc., significa di fatto l’esclusione dalle graduatorie e dai contributi. Il ricorso presentato contro i regolamenti regionali ha dato esito positivo. Il Tribunale di Gorizia ha riconosciuto che essi hanno carattere discriminatorio e ha ordinato l’inserimento in graduatoria di coloro i quali ne avrebbero avuto diritto. Nel caso dei contributi per le assunzioni di disoccupati e disoccupate è stata, invece, la Corte Costituzionale a ritenere fondata la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo della Legge regionale che richiedeva il requisito della residenza protratta per cinque anni per godere del beneficio e sono state impugnate anche le successive variazioni che prevedevano un aumento della quota erogata sulla base dell’anzianità di residenza. Tuttavia, seppure le discriminazioni sono state sanate, la ripercussione sul tessuto cittadino non è senza conseguenze. Poiché era stato fissato un budget specifico, il rifacimento delle graduatorie escluderà una parte importante di persone, forse cittadine italiane, approfondendo sentimenti di fastidio e di razzismo già presenti. Anche nel caso degli incentivi, sebbene essi non siano legati a graduatorie, l’idea che il pronunciamento della Corte Costituzionale vada a discapito di coloro i quali hanno contribuito alla crescita del tessuto sociale e produttivo della Regione e pagato in prima persona gli effetti della crisi economica, è abbastanza radicata, specie nelle fasce di reddito più basse e rafforzata nella comunicazione istituzionale.

In un mercato del lavoro, passato secondo la definizione di Stefano Zamagni[11], da una struttura piramidale, con un vertice, una base e una corposa categoria intermedia e con maggiori possibilità di cambiare posizione al suo interno, a una che ha la forma di clessidra, con due ampolle che, idealmente, contengono lavoratori molto diversi dal punto di vista dei diritti e dei salari, i lavoratori immigrati stanno perlopiù alla base della parte inferiore con scarse possibilità di guadagnare una posizione migliore. A Monfalcone, essi sono considerati, anche da molti di coloro che stanno poco sopra nel bulbo inferiore o che hanno visto la propria posizione crollare verso il basso a causa della crisi, uno degli elementi scatenanti il processo di precarizzazione del lavoro. Il fatto, poi, visto che in genere si tratta di famiglie numerose, che possano “sorpassarli” nell’accesso ai benefici rafforza la “guerra tra poveri” in atto, allontanando la possibilità di costruzione di una società multietnica, pur essendo gli stranieri in città  oltre il 23% della popolazione[12].

La percentuale degli stranieri aumenta se prendiamo in considerazione la popolazione scolastica, dove si raggiunge il 58%. Anche qui il percorso che la giunta monfalconese ha seguito è quello dell’esclusione. Nel 2018 è stato, infatti, stipulato un accordo tra il Comune di Monfalcone e i due istituti comprensivi Giacich e Randaccio, in base al quale le iscrizioni di alunni stranieri per l’anno scolastico 2018/19 non avrebbe dovuto superare la percentuale del 45%.  In questo modo si intendeva evitare la concentrazione di alunni stranieri nelle classi e richiamare a Monfalcone gli studenti italofoni che i genitori avevano iscritto nelle scuole del circondario valutando che una così alta presenza di alunni “di origine migratoria” avrebbe potuto rallentare i loro figli nell’apprendimento. I bambini, quasi tutti bangladesi, esclusi dalla possibilità di iscrizione alla scuola dell’infanzia e invitati a spostarsi negli altri comuni, con i quali, per altro, non erano stati stabiliti accordi, sono stati oltre 60. L’idea era mettere a disposizione uno scuolabus per il trasporto, ma, come è noto, bimbi così piccoli difficilmente sopportano tragitti molto lunghi e, in ogni caso, sarebbero stati comunque sradicati dal loro contesto. Per loro, l’impossibilità di praticare l’italiano prima di iniziare la scuola primaria diventa rischio dispersione nel percorso successivo, dispersione che, analizzando i dati,  è più alta per gli alunni stranieri.

Ora la questione si è parzialmente risolta con la messa a disposizione di una nuova scuola dell’infanzia, grazie anche ai finanziamenti di Fincantieri (1,9 milioni), sebbene, a oggi, almeno 30 bambini siano ancora esclusi dalla frequenza.

Nelle sue dichiarazioni la sindaca ha sempre auspicato un intervento diretto di Fincantieri, azienda nella quale lavorano i padri della maggior parte dei bambini. Risolvere il problema era, a suo giudizio, innanzitutto compito di Fincantieri che, in qualche modo, doveva farsi carico della situazione che aveva contribuito a creare. Una richiesta di responsabilità sociale d’impresa che mette in secondo piano gli obblighi costituzionali che spettano alle istituzioni pubbliche per quando riguarda il diritto all’istruzione. Alla segregazione occupazionale che riguarda i genitori, genitori che in prevalenza occupano i livelli più bassi del mercato del lavoro, con occupazioni pesanti, precarie, non sempre sicure e, spesso, poco pagate, si affiancano la segregazione educativa e l’idea che, poiché la scuola dell’infanzia in Italia non è scuola dell’obbligo, non sia compito dell’amministrazione individuare tutte quelle azioni positive necessarie a potenziare la frequenza, l’inclusione e la qualità dell’offerta formativa per tutte e tutti.

Note conclusive

Le spinte escludenti provenienti dalle amministrazioni locali e dalle Regioni sono state più volte bloccate dai Tribunali o dalla Corte Costituzionale che è, in più occasioni, intervenuta stigmatizzando in special modo l’utilizzo dei requisiti della cittadinanza e della residenza prolungata come criteri di esclusione. Sebbene la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni dei diritti civili e sociali sia di esclusiva competenza statale, si sta facendo strada, di fatto, una disciplina locale restrittiva e differenziata nei confronti degli immigrati regolari più recenti, per i quali, pur essendo essi lavoratori contribuenti e residenti, si ritiene insostenibile un accesso incondizionato a tutti i servizi [13]. Sembra quasi si stia diffondendo una visione dei diritti che ricorda la posizione dei mercantilisti sulla ricchezza: un gioco a somma zero in cui se aumentano da una parte, devono per forza diminuire dall’altra. Quel lavoro su cui si fonda la Repubblica parrebbe non essere in grado di garantire uguaglianza e parità di accesso ai servizi, in altre parole inclusione sociale.


[1] M. G. Toppi, La cittadinanza: concessione dello Stato o diritto del singolo. Sul significato attuale della distinzione tra cittadino e straniero, disponibile su https://www.diritto.it/system/docs/35042/original/articolo_cittadinanza_toppi.pdf.

[2] Si veda E. Gargiulo, Localizzazione dei diritti o localismo dell’appartenenza? Abbozzo di una teoria della residenza, in “SociatàMutamentoPolitica”, II (3), 2011, pp. 241-261 e, dello stesso autore, Quando il territorio si fa ostile. La territorialità etica e le barriere locali al suo riconoscimento, in “Politica & Società”, 1 (2015), pp. 99-122. Per un quadro di lungo periodo si veda D. Andreozzi, Frantumi. Cittadinanze, diritti e spazi dall’Antico regime alla crisi globale“, in D. Andreozzi, S. Tonolo (a c. di), La cittadinanza molteplice. Ipotesi e comparazioni, Trieste, EUT Edizioni Università di Trieste, 2016, pp. 9-23

[3] G. Zincone, Cittadinanza: trasformazioni in corso, in “Filosofia Politica”, XV (1), 2000, pp. 71-100.

[4] Si tratta del Documento d’impegni sul rispetto delle norme e regolamenti e sulla promozione dei principi di tutela della dignità personale in particolare nei confronti dei soggetti vulnerabili, giovani e donne, definito dalla stampa “decalogo” perché consta di 10 punti.

[5] Il video dell’incontro con le comunità straniere del 30 giugno 2017 è disponibile su https://www.youtube.com/watch?v=X9TpUvHph0U. Sulla diffusione di provvedimenti legislativi e ordinanze sul rispetto del “decoro” urbano e contro il “degrado” si veda A. Cancellieri, Migranti e spazi urbani, in “il Mulino”, 3 (2017), pp. 402-409. Si veda anche G. Zazzara, “Italians First”: Workers on the Right Amidst Old and New Populisms, in “International Labor and Working-Class History”, 93, 2018,  pp. 101-12.

[6] Si tratta dell’indagine giudiziaria Freework atto I e II. Si veda L. De Francisco, U. Dinello, G. Rossi, Mafia a Nord-est, Rizzoli, Milano, 2015, pp. 176-210. Sull’organizzazione del lavoro nel cantiere di Monfalcone: L. Panariti, Tute blu e principesse. L’organizzazione del lavoro nel cantiere di Monfalcone (1987-2007), in R. Danielis (a c. di) Il sistema marittimo-portuale del Friuli Venezia Giulia. Aspetti economici, statistici e storici, Trieste 2011, pp. 218-256.

[7] Casotto: «Il lavoro in cantiere c’è ma non assumono i nostri disoccupati», in “Il Piccolo”, 2 giugno 2019.

[8] Cisint: Fincantieri recluti il suo personale a livello locale. Presa di posizione del sindaco alla nota dell’azienda che dichiara che non si riescono a trovare operai perché nessuno vuole fare certi lavori, TGR Friuli Venezia Giulia, 19 maggio 2019 in https://www.rainews.it/tgr/fvg/articoli/2019/05/fvg-fincantieri-assunzioni-operai-63c732ef-49e3-40a5-a62d-2e01b9fdf0f1.html.

[9] P. Quattrocchi, M. Toffoletti, E. V. Tomasin, Il fenomeno migratorio nel comune di Monfalcone. Il caso della comunità bengalese, La Grafica, Gradisca d’Isonzo, 2003. Si veda anche P. Nanni, Gli scenari migratori visti dall’Italia,in“Autonomie locali e servizi sociali. Quadrimestrale di studi e ricerche sul welfare”, 2 (2012), pp. 263-282 e F. Della Puppa, Uomini in movimento. Il lavoro della maschilità fra Bangladesh e Italia, Rosenberg & Sellier Editori, Torino, 2014; L. Panariti, Bangladesi a Monfalcone e Bosniaci in Slovenia. Crisi economica, politiche del lavoro e dibattito pubblico, in D. Di Sanzo ( a c. di), Lavori migranti. Storia, Esperienze e conflitti dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, Edizioni Le Penseur, Brienza, 2021, pp. 263-286;

[10] Tutti gli articoli citati de “Il Piccolo” sono disponibili sull’archivio on line del quotidiano dal 2003 in https://ricerca.gelocal.it/ricerca/ilpiccolo-it?query=archivio&view=ilpiccolo-it&mode=all&sortby=ddate.

[11] S. Zamagni, Lavoro, disoccupazione, economia civile, Scuola di cultura politica 2011-2012, disponibile in http://www.scuoladiculturapolitica.it/sitoSCP2011/bibliografia/Modulo4-Stefano_Zamagni-doc4.pdf. Si veda anche C. Corvino, Fuori dalla crisi, dentro una clessidra? Tendenze recenti di lungo periodo nel mercato del lavoro del Friuli Venezia Giulia, in Il mercato del lavoro in Friuli Venezia Giulia. Rapporto 2017, Franco Angeli, Milano, 2017, pp.74-115.

[12] Così la sindaca sulla sua pagina Facebook, prima che la legge regionale fosse bloccata: L’obbligo della certificazione che attesti l’assenza di proprietà all’estero per gli extracomunitari stabilito dalla legge di riordino delle Ater […] e un bando “come si deve voluto da noi ha fatto salire dal 27% del 2016 al 72% del 2019 le domande degli italiani. Quelle degli stranieri sono crollate dal 75% al 22%. Fatti non parole (gennaio 2020).

[13] M. Calabrò, L’amministrazione di fronte all’immigrato regolare: tra inclusione, esclusione e integrazione, in F. Astone, R. Cavallo Perin, A. Romeo, M. Savino (a c. di), Immigrazione e diritti fondamentali, Atti dei convegni Siracusa, 4 maggio 2017 – Torino, 27 ottobre 2017,” Collane@unito.it, https://www.collane.unito.it/oa/items/show/31. Si veda anche A. Alietti (a c. di), Razzismi, discriminazioni e disuguaglianze. Analisi e ricerche sull?italia contemporanea, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni, 2017 e S. Castles, Nation and Empire: Hierarchies of Citizenship in the New Global Order, in “International Politics”, 42 (2005), pp. 203-224.

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