di Franco Belci del 21/3/2022
Il dramma della guerra ha espunto dal dibattito politico ogni altro tema. Perfino il covid, pur con la notizia di una risalita nei contagi, compare solo in fondo alle pagine dei quotidiani. Eppure sbaglieremmo a nascondere sotto il tappeto di una nuova emergenza il problema principale della nostra politica, arrivata a un punto di delegittimazione davvero preoccupante. Quello che separa, oggi, i partiti dai cittadini è un vero e proprio solco, confermato da umori, dati e fatti. Il 24°rapporto Demos “Gli italiani e lo Stato”, pubblicato il 24 dicembre scorso, registrava come Parlamento e partiti si collocassero ai due ultimi posti nel gradimento, rispettivamente con il 23%, e col 13%. Questi umori erano stati del resto anticipati dai dati dell’affluenza al voto della tornata delle amministrative di ottobre: dei sei capoluoghi nei quali si votava, solo Bologna raggiunse il 50%. Il trend fu confermato dal 36% alle elezioni suppletive di Siena, pur con la presenza del segretario del PD, e dall’incredibile 11% a quelle di Roma. Non so quanta consapevolezza vi sia, nelle forze politiche, della gravità di una situazione che tende a rendere minoritario il perimetro della partecipazione e a ridurre le potenzialità della democrazia. Oggi, più che mai, il Paese non se lo può permettere: i partiti rimangono strumenti insostituibili per l’esercizio della vita democratica e non possiamo rischiare un corto circuito. Tra le possibili vie d’uscita, ne va segnalata una di cui si sta parlando da tempo: una legge che dia attuazione all’art. 49 della Costituzione (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”). Sono state depositate, nelle scorse legislature, proposte firmate da singoli parlamentari, che hanno però avuto il valore di erratica testimonianza personale. E’ necessario riprendere ed aggiornare quel tema, portandolo alla luce nel dibattito politico e partendo dall’ordine delle priorità individuate dall’art. 49: i protagonisti sono i cittadini, rispetto ai quali i partiti costituiscono strumenti di partecipazione. L’esatto contrario di quanto avviene oggi, oltretutto in una fase nella quale, all’interno di molte forze politiche, l’esercizio del potere si è fortemente personalizzato ed è esercitato da circuiti sempre più ristretti. Una prima regolamentazione della materia è avvenuta con la legge 13 del 2014, con la quale è stato abolito il finanziamento pubblico e si sono posti alcuni, primi, vincoli: la redazione di uno Statuto, alcune norme sulla trasparenza dei bilanci e dei rendiconti. Interventi che si sono peraltro dimostrati insufficienti ad evitare il manifestarsi di contenziosi giuridici per l’acquisizione di finanziamenti privati attraverso forme di intermediazione associativa o l’esplosione di evidenti conflitti di interesse, ad esempio tra il ruolo di parlamentare e l’acquisizione, diretta o indiretta, di proventi per la propria attività politica da Paesi stranieri. Fino ad arrivare, come nel recente caso del M5S, all’azzeramento per via giudiziaria dell’intero gruppo dirigente. Il problema principale è continuato però a rimanere sullo sfondo: la possibilità dei cittadini di concorrere a determinare la vita politica attraverso i partiti si è sensibilmente ridotta e, contestualmente, si sono disgregate quelle basi fiduciarie e ideali che dovrebbero avvicinarli a una forza politica e spingerli a prendere parte alla sua vita interna. Dunque, questo è il punto, e per raggiungerlo appare indispensabile definire la personalità giuridica dei partiti, individuare diritti e doveri degli iscritti, rendere trasparenti le modalità per eleggere, ad ogni livello, gli organismi dirigenti e la guida politica, definire appuntamenti di verifica del consenso. Insomma, dare piena attuazione a quel “metodo democratico” che la Costituzione riferisce alla “politica nazionale” ma del quale c’è sempre maggior bisogno per sollecitare la partecipazione popolare alla vita politica.