di Franco Belci del 27/2/2022
E’ inevitabile che la guerra alle porte della UE provochi una costellazione di commenti sui social. Chi esprime convinzioni, chi emozioni, chi stati d’animo. Si possono pure trovare alcuni contributi che offrono seri elementi di approfondimento e di riflessione che aiutano a inquadrare la vicenda nel contesto storico e in quello geo-politico.
Da parte mia, non avrei una gran voglia di partecipare a quel dibattito. Le immagini di distruzione, le condizioni di donne, uomini e bambini ammassati nei rifugi inducono all’empatia prima ancora che al ragionamento.
Ho ancora negli occhi e nelle orecchie il pianto di una donna di Kiev, in Italia a fare la badante, che esprimeva il proprio timore per la sorte del figlio e della famiglia, e le immagini di cittadini disperati di quel Paese sotto l’ambasciata russa a Roma a chiedere il cessate il fuoco. Plastica rappresentazione dei dolori e delle sofferenze, dirette e indirette, della popolazione civile, prima vittima, troppo spesso negletta, di ogni guerra moderna.
Credo però che a quel dibattito si debba dare almeno una cornice condivisa per non smarrire i punti cardinali.
Il primo è che la Russia ha invaso un Paese sovrano con il preciso obiettivo di sostituire un governo democraticamente eletto con un potere subalterno.
Poi, si può legittimamente imputare a quel governo una politica di prevaricazione nei confronti delle minoranze russofone (ma finora nessuno ha pensato di dichiarare guerra a Erdogan per la questione curda).
Si può pure sostenere a ragione che quella democrazia ha delle zone d’ombra, nelle quali si muovono movimenti paramilitari nazionalisti di tendenze neofasciste. Ma di democrazia con zone d’ombra ne esistono molto più vicino a noi.
Infine, è difficile negare che gli USA abbiano contribuito ad acuire la “questione Ucraina” illudendosi di poter inquadrare il Paese nello scacchiere Nato; e che la UE si è messa in una condizione di subalternità, senza riuscire ad esprimere una posizione autonoma e legata ai propri valori dichiarati e ai propri interessi geopolitici, se non all’ultimo momento.
Ma non è pensabile che, quand’anche esistessero ragioni capaci di giustificare una guerra, queste possano essere considerate sufficienti e praticabili. Come non è possibile non ricordare che quello di Putin è un regime che criminalizza il dissenso politico e nega esplicitamente, con le parole ed i fatti, le ragioni della democrazia: difficile pensare che se ne faccia paladino proprio per l’Ucraina.
Non credo sia utile una discussione basata su logiche di schieramento e credo che in questa categoria ricadano anche quelle posizioni che si richiamano ad un’improbabile “equidistanza” basata sul richiamo dei conflitti che hanno avuto, nel passato, gli Usa come protagonisti.
In ogni caso, questa discussione dovrebbe svolgersi con il pudore degli argomenti e dei toni che si deve alla popolazione civile in pericolo e ai loro parenti in Italia, e con la consapevolezza che il problema, da domani, sarà quello di una drammatica crisi umanitaria alla quale dovremo dare risposta.
Su questa capacità di offrire solidarietà e futuro a chi fugge dalla guerra l’Europa si giocherà una partita decisiva e, probabilmente, ognuno di noi sarà chiamato a passare dalle parole ai fatti.