di Anna Cecchini del 20/2/2022
In un volume curato dal professor Sergio Tavano, il conte Guglielmo Coronini riporta un documento veneziano datato 1459 e vi si trova la frase “…a Gorizia si parlano l’italiano, l’alemanno e lo slavo”. Gorizia è una città europea e plurilingue fin dal tardo medioevo e questa è una caratteristica che forse, come e più di tante altre, ne individua l’identità.
Una comunità plurilingue è capace di declinare la sua cultura con linguaggi diversi. In questo risiede la sua unicità.
Dopo il secolare dominio austro-ungarico, non privo di ombre ma che ha indubbiamente garantito a Gorizia le condizioni per favorire il plurilinguismo e il suo momento di sviluppo economico e culturale più ricco e fecondo, due guerre mondiali, la tragica parentesi del fascismo e la Guerra Fredda hanno impresso al territorio ferite profonde e apparentemente insanabili. La proibizione dell’uso della lingua slovena, il feroce azzeramento di una fitta rete di associazioni culturali, cooperative sociali ed economiche e lo sfaldamento dell’interconnessione tra gruppi linguistici, la sovrapposizione di diverse nazionalità, bandiere, sistemi economici e culturali causati dai cambiamenti geo-politici durante una breve stagione che va dal 1918 al 1947, hanno stravolto la nostra comunità.
Il simbolo di questo frattura è rappresentato dall’attuale piazza Transalpina -Evropa Trg, con il tracciamento del confine nel settembre del 1947. Un evento di cui conosciamo bene le implicazioni nella parte italiana, meno bene dall’altra parte. Se Gorizia è stata privata del suo entroterra geografico e culturale delle valli dell’Isonzo e del Vipacco, trascuriamo che a quelle stesse valli sono state strappato un centro amministrativo, scuole, negozi e ambulatori medici. La nascita di Nova Gorica, la città più giovane d’Europa, esprime la necessità di un contrappeso economico e politico e di ricreare un “centro” a un territorio deprivato.
Questo è stato un confine che ha ucciso, separato e fatto ammalare. Non solo nel fisico, ma anche nell’anima. La memoria recuperata dei pazienti dell’Ospedale psichiatrico di via Vittorio Veneto ha restituito storie di emarginazione, perdita d’identità e sofferenze causate anche da questi eventi e forse non a caso è proprio a Gorizia che nasce una delle più grandi rivoluzioni culturali del Novecento, quella di Franco Basaglia, capace di buttare giù il primo muro, quello della segregazione psichiatrica, che anticipa di quarant’anni l’abbattimento di quello eretto tra Italia e Jugoslavia e finalmente demolito nel 2004.
Una capacità straordinaria, quindi, quella di Gorizia, di abbattere muri. Se all’interno dell’ospedale psichiatrico un piccolo gruppo di medici, infermieri e operatori sanitari sono stati capaci di concepire e attuare la rivoluzione basagliana, che si compirà poi a Trieste, fin dagli anni Sessanta una fitta rete di relazioni ha lavorato incessantemente per superare il confine politico. Sindaci e amministratori, uomini e donne di cultura di entrambe le parti, tanti sono stati coloro che non hanno mai cessato di dialogare per riallacciare i rapporti internazionali forzatamente interrotti della guerra e della Cortina di ferro.
Voglio ricordare un fatto dal grande potere simbolico avvenuto nel corso dell’edizione del 1966 degli Incontri culturali mitteleuropei, in piena Guerra Fredda, quando prese la parola Ciril Zlobec, professore sloveno d’italiano e vicepresidente dell’Accademia delle Scienze e delle Arti slovene. Egli iniziò il suo intervento in lingua slovena. Di fronte allo sconcerto dell’uditorio, Zlobec riprese a parlare in italiano: “Non preoccupatevi. Sono stato uno studente nel ginnasio di Gorizia, espulso dal regime fascista perché scrivevo poesie in sloveno, la mia lingua madre. Ho voluto solo rendere omaggio alla nuova possibilità di tornare a parlare in pubblico lo sloveno”.
Il resto è storia recente. Nel 2004 la caduta del confine e l’entrata della Slovenia nell’UE, nel 2007 il suo ingresso nell’area Schengen che apre finalmente ad un ampio superamento delle divisioni e delle separazioni.
Dopo la storica visita a Basovizza dei Presidenti Pahor e Mattarella che si tengono per mano alla celebrazione del 13 luglio 2020, nel dicembre dello stesso anno arriva la prima designazione condivisa di una Capitale europea della cultura a Nova Gorica e Gorizia.
In questi cent’anni straordinari, divisi tra l’affermazione dei peggiori nazionalismi e i crudeli avvenimenti che ne sono seguiti, una gran parte della nostra comunità è stata anche capace di esprimere la forte volontà di superare le divisioni e ricucire le ferite, nonostante la pretesa di alcuni di continuare a tenere accesi i fuochi del nazionalismo e della contrapposizione, o addirittura le recenti proposte di effettuare improbabili “moratorie” sui fatti del dopoguerra. Come se fosse possibile praticare a comando la neutralità!
Se queste due città, riunite sotto il segno della cultura, vogliono dimostrare all’Europa come si fa a rinascere e diventare un esempio per la comunità internazionale, devono farlo attraverso il recupero della propria identità e della storia comune. Un territorio dove si parlano più lingue è in grado di declinare una cultura plurima, variegata, ricca.
Dobbiamo ripartire da questo, con il coraggio e la felicità di questa unicità. Riappropriarci delle nostre lingue, diventare un luogo di pace e di difesa dei diritti civili e umani, di relazioni internazionali che sappiano tracciare una rotta improntata al dialogo e alla composizione delle fratture, di politiche ambientali condivise e coraggiose in grado di contrastare i cambiamenti climatici e le disuguaglianze.
Chi meglio di noi può farlo, dopo quanto accaduto?
Tutto ciò va tradotto in politiche territoriali e culturali che esaltino questa specificità e che siano un esempio di convivenza, coesione e promozione sociale, anche nei confronti di tanti che, sia a Gorizia che a Nova Gorica, provengono da altri Paesi ma che hanno deciso di fare di questi luoghi la loro nuova casa. Una comunità composita che deve trovare spazio, accoglienza e rappresentanza per ciascuna delle sue componenti, non con spirito di tolleranza ma per la precisa volontà di edificare un nuovo modello di comunità.
Senza la condivisione e la rielaborazione culturale delle memorie e della storia, il futuro di Gorizia sarà solo quello di barcamenarsi tra spopolamento e crisi di marginalità. Ma con una nuova visione in grado di esprimere la nostra unicità attraverso progetti di ampio respiro in campo universitario, economico e ambientale da mettere a disposizione della comunità internazionale – anche pensando alla nostra posizione geografica che si pone ancora una volta come una cerniera tra l’Occidente e quell’est Europa che fatica ancora a contenere sovranismi e nazionalismi – le nostre città possono diventare un laboratorio culturale permanente in grado di garantire un originale ruolo di primo piano capace di risollevarne le sorti.
Siamo una città che può vantare un numero considerevole di associazioni culturali e volontariato con centinaia di iscritti che impegnano gratuitamente il proprio tempo e le proprie energie per il bene della città. Ma manca la coesione e il senso profondo di concorrere assieme a un obiettivo comune, quello che trasforma una città in una comunità. Anche questa è una sfida da raccogliere, amplificando gli istituti di decentramento e partecipazione, attuando percorsi virtuosi per la gestione dei beni comuni, i bilanci partecipati e coraggiose politiche di genere.
E’ necessario individuare la visione d’insieme, ponendo al centro del processo le giovani generazioni a cui dobbiamo essere in grado di offrire uno spazio di cultura, formazione e ricerca, ma soprattutto di ascolto e d’inclusione nei processi decisionali. Ed essere capaci ancora una volta di abbattere i muri e di saper essere pionieri del cambiamento.