di Bianca Della Pietra del 25/1/2022
Ho visitato il campo di concentramento di Dachau, di Auschwitz-Birkenau, la Risiera di San Sabba e quello di Sachsenhausen. Ho visitato gli uffici e la prigione della Stasi a Berlino.
Ho visto le fotografie dei corpi delle persone recluse. Ho ascoltato le guide che raccontavano della materialità della vita nei campi. Ho immaginato, in base alle stagioni, la vita in quei posti. Ho letto i libri che sono riuscita a sopportare di leggere. Ho ascoltato i testimoni che ho potuto ascoltare.
Ma niente mi ha colpito di più del campo di Sachsenhausen.
Qui venivano istruite le famigerate SS. Venivano sperimentate le calzature della Wehrmacht facendo camminare i prigionieri tutto il giorno senza sosta. Qui si sperimentò lo Zyclon B. Qui è custodita la catalogazione in base alla quale si potè decidere se, in base agli occhi, capelli, sopracciglia, attaccatura dei capelli di cui alla foto, la persona fosse ariana oppure no.
Qui i corpi, lo spazio (enorme questo campo, 388 ettari), la documentazione, invadono la nostra anima e si riverberano sui nostri corpi infondendoci un senso di inutilità, l’inutilità della vita stessa. Ma questa era solo una considerazione soggettiva: nemmeno le classificazioni, seppur minuziose, potevano offrire una garanzia.
Ma non basta. Dopo il 1945 questo campo fu occupato dai soldati russi (1945-1950), i liberatori, che di meglio non fecero.
Dall’istituzione della Giornata della Memoria (1/01/2005) ogni anno anche in diverse città italiane si ricorda quello che fu lo sterminio, si ricordano le vittime dell’Olocausto in diversi modi evocativi che risvegliano emozioni favoriscono fenomeni empatici al fine di allontanare quegli spettri, quella politica mortifera e quindi evitare le dinamiche che scatenarono tanta violenza.
Interessante è il ricorso alla classificazione che, nei vari campi, oltre al numero inciso sulla pelle, era riconoscibile attraverso contrassegni che identificavano le diverse persone.
Abbiamo quindi vagabondi, etilisti, disabili, malati di mente, omosessuali maschi, omosessuali femmine, prostitute, Rom, Sinti. Questi facevano parte della macrocategoria degli Asociali. Vi erano poi gli ebrei (che potevano anch’essi essere distinti in sottocategorie), testimoni di Geova, prigionieri politici a volte distinti anche per paese di provenienza, emigrati, delinquenti comuni, ariani profanatori della razza, prigionieri recidivi, prigionieri sospetti di fuga, prigionieri condannati al lavoro rieducativo, delinquenti abituali detenuti per motivi di sicurezza, prigionieri di guerra sovietici, militari italiani, arruolati per i lavori forzati, ostaggi, rastrellati. [1]
La classificazione delle persone in base alla razza si diffuse già in epoche molto lontane da noi (Erodoto, V sec. A.C.) e serviva a differenziare le persone. In qualche misura serviva a capire la diversità che veniva attribuita a fattori diversi come ad esempio quello climatico. Fu con Carl von Linnè che l’umanità fu distinta in 4 tipi fondamentali: europeo, asiatico, africano e americano sulla base sia di differenze naturali che culturali.
Nel corso dei secoli si tentò di definire meglio le diverse caratteristiche delle razze, ma la deriva che si andava affacciando era quella di una presunta superiorità della razza bianca a scapito delle altre finchè Darwin grazie ai suoi studi non affermò che sostanzialmente le razze non esistono e che le differenze tra le persone sono il frutto dell’evoluzione sessuale.
Purtroppo, nella incomprensibile ricerca della purezza e della perfezione, oltre che nel tentativo di controllo di un popolo, su Il Giornale d’Italia, verrà pubblicato Il Manifesto della razza nell’agosto del 1938 con cui si fissano le basi del razzismo fascista[2] e completano il quadro tedesco del Terzo Reich che già nel 1933 definì i “non ariani” e specificò ulteriormente nel 1935 e nel 1938, con tutte le ulteriori sottocategorie che trovarono applicazione concreta nei campi di concentramento.
La necessità di incolpare qualcuno dei cambiamenti non desiderati oppure delle incapacità o di quello che non funziona, dei problemi che ci sono, sta nelle caratteristiche dell’uomo, e le parole costruiscono il pensiero e contribuiscono a creare i comportamenti. Non a caso è stato redatto un Manifesto.
Qui gli elementi difficili da digerire sono almeno due: l’odio e il controllo. Due elementi che si autoalimentano: meno riesco a controllarti, più ti odio e più ti odio, più tento di controllarti fino al punto da volerti eliminare.
Il tutto si svolse in un contesto di indifferenza quasi totale, il gioco dell’invisibile come dice Liliana Segre.
Tutto questo racconto è attualità. Di certo meno diffusa in termini numerici, meno visibile, meno…speriamo. Ma l’attenzione alle parole, alle immagini, ai sentimenti che si provano, alle cose che mancano, che vengono tolte, ai diritti non rispettati e a quelli proprio negati, non riconosciuti, non può venire meno. La Giornata della Memoria deve diventare la memoria di ogni giorno che ci offre la lente per riconoscere i valori che ci rendono degni dell’essere donne e uomini in questo mondo.
[1] Si veda ad esempio: http://www.museodiffusotorino.it/files/immagini_pagine/433_CLASSIFICAZIONE%20ECATEGORIE%20DI%20DEPORTATI.pdf
[2] https://www.anpi.it/storia/114/il-manifesto-della-razza-1938