di Paolo Polli del 19/10/2021
La scorsa domenica mattina sono stato a portare la mia solidarietà alla Cgil come migliaia di persone in tutta Italia; sabato, a una settimana esatta dall’attacco alla sede romana del sindacato, sono in piazza a Monfalcone, ma idealmente a Roma, assieme a tutte le forze democratiche a manifestare e dire “No ai fascismi e alla violenza, Si al lavoro, alla sicurezza, ai diritti”.
L’ho fatto anche con sentimenti contrastanti, di incredulità e rabbia.
Incredulità colpevole: da troppo tempo, infatti, i segnali di questa recrudescenza squadristica di matrice fascista era evidente in tutto il Paese, e ogni occasione era pretesto perché si manifestasse contro il vivere democratico e civile.
Li ricordiamo i forconi, anche quelli locali, gli emuli dei gilet gialli francesi, fino ad arrivare ai no Vax e ora ai no green pass, infiltrati e strumentalizzati dalle forze dell’estremismo di destra.
Certo, esiste il disagio sociale, amplificato ancora di più dalla grave crisi pandemica e, purtroppo, oggi non esistono più o quasi quelle casse di compensazione e rappresentanza che erano i grandi partiti tradizionali radicati sul territorio; nemmeno i sindacati, compresa la Cgil, hanno più quella capacità di orientamento e indirizzo che avevano fino a non molti anni fa.
In quei contesti si manifestava il malcontento, la rabbia, la preoccupazione per il futuro: in quelle lotte si formavano le classi dirigenti che poi sapevano rappresentare e portare nelle sedi istituzionali quella protesta perché si concretizzasse in proposta di miglioramento sociale. Si lottava per l’occupazione, i salario, i servizi e non, stupidamente, contro un vaccino che ci sta liberando da una drammatica pandemia.
Quel mondo e quella capacità si sono dissolte e le modalità social, seppure utilissime, non le hanno sostituiteo le modalità sostituite. Troppo veloci, distanti, virtuali.
Tanti, troppi segnali abbiamo avuto, senza che ci fosse una risposta chiara e ferma da chi assisteva e da chi doveva intervenire.
Troppa indulgenza strumentale per non irretire potenziali bacini elettorali alleati dove quelle sacche violente anche si annidavano e si annidano. Troppo timore, anche da parte sindacale, dove tanti iscritti votano anche formazioni politiche lontanissime dalla difesa dei lavoratori e delle conquiste sociali. Queste cose vanno dette, senza timore se vogliamo, tutti, non essere equivoci. Quindi i segnali c’erano e ci sono e vanno colti e affrontati.
Poi ho provato la rabbia: perché l’assalto alla sede della Cgil è una ferita per la democrazia stessa, prima ancora che per il lavoro e per tutti i lavoratori italiani. Anche ai più giovani, che leggono e studiano, non può sfuggire una triste similitudine con quanto succedeva proprio cento anni fa, con l’assalto alle sedi dei partiti, della stampa libera, di quelle sindacali, delle minoranze linguistiche e religiose. Non può sfuggire che in un clima di crisi e di disagio sociale, che viviamo oggi come allora, emersero le forze nazionalistiche e fasciste che instaurarono una dittatura ventennale ricca di tragedie, lutti, divisioni.
Oggi però, diversamente da allora, abbiamo anticorpi più forti ma non possiamo lasciar fare a quelli che gridano di più, che minimizzano, che negano, di quelli che “..e poi basta, ridicoli, con sto fascismo” Dobbiamo essere uniti e non dividerci a livello nazionale come a livello locale, non è il tempo per le divisioni nel campo democratico: l’avversario è evidente e la matrice a noi ben nota.
Il fascismo, nelle sue diverse forme, con i suoi disvalori, è sempre pronto ad aggredire. Si nutre di rancori e disinteresse, di egoismo e ignoranza. La battaglia è ancora aperta e si vince con la cultura, la partecipazione e l’impegno.