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Quando le migranti eravamo noi

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di Anna Cecchini del 18/10/2021

Hanno morbidi tagli a caschetto e abitini al ginocchio con la vita bassa. Sorridono e hanno volti placidi e sognanti di ragazze borghesi degli anni ’20. In una fredda giornata invernale la porta si spalanca sull’ampia stanza al pianoterra e un trapezio di luce illumina il pavimento a rombi bianchi e rossi. Mi sono arrampicata fin sulla cima della collinetta che domina la piana del Vipacco, a Prvačina, che conserva l’antico borgo storico. Mi muovo tra armadi pieni di vestiti, arredi e suppellettili d’epoca. E tante foto alle pareti,  dalle quali mi guardano queste ragazze eleganti e disinvolte. Alcune hanno i pupi in braccio, vestiti sontuosamente secondo la moda dell’epoca, spingono passeggini, posano accanto a lussuose automobili. Qualcuna è perfino ritratta in groppa a un cammello.

Sono le “aleksandrike”, le alessandrine, come le chiamavano in patria, o le “goriciennes”, come le chiamavano laggiù, all’ombra delle piramidi.

Un fenomeno migratorio importante e singolare, una parentesi tutta femminile con partenza dall’antica regione del Litorale austriaco e destinazione Alessandria d’Egitto o, più raramente, il Cairo, un flusso umano contraddittorio e affascinante, ricco di luci e di ombre, sul quale si è indagato solo di recente.

La questione ha origine a metà dell’Ottocento, quando la crescita della borghesia mercantile europea e locale nelle metropoli egiziane crea una forte richiesta di maestranze. La circostanza ben si combina con l’emanazione da parte della monarchia asburgica della Staatsgrundgesetz, la norma che sancisce  nel 1867 la libertà di emigrazione. Nascono da qui i grandi movimenti migratori dei cittadini dell’Impero, che finalmente possono muoversi liberamente all’interno dei confini della monarchia e verso le destinazioni transoceaniche del “nuovo mondo”. Una di queste mete saranno i porti egiziani sul Mare Nostrum, quando l’apertura del Canale di Suez nel 17 novembre 1869 trasforma l’Egitto in una sorta di El Dorado in terra ottomana. 

Quelle ragazze che mi guardano dalle fotografie color seppia sono le prime “badanti” della storia, proletarie che lasciano tutto, perfino i loro neonati, per diventare balie, governanti, cameriere, cuoche e sarte della borghesia internazionale. Sono friulane, istriane e dalmate, ma soprattutto slovene della valle del Vipacco. Diventano ricercate e pagate il triplo delle altre. Perchè? Sono pulite, intelligenti e materne, si dice. Imparano in fretta il francese, l’inglese e perfino l’arabo. Sono più dolci delle svizzere e delle tedesche, sanno “stare al loro posto”. Le voci girano e forse questo basterebbe a spiegare un flusso così consistente e circoscritto di partenze, qualche migliaio, negli anni che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento alla seconda guerra mondiale.

Partono, dunque, queste ragazze pallide e coraggiose con i piroscafi, sopportano il mal di mare e la prima, feroce nostalgia. Molte di loro hanno i seni gonfi di latte e hanno lasciato i loro neonati per nutrire quelli di ricche e annoiate francesi. Sbarcano nella confusione dei porti egiziani e stringono nelle mani i biglietti con l’indirizzo delle suore scolastiche che daranno loro appoggio e asilo fino alla sistemazione e veglieranno poi  sulla loro moralità di giovani emigranti. Vanno “a servizio” nel paese dei minareti,  nelle ville ombreggiate dalle palme di una borghesia ricca e cosmopolita. Allattano i figli degli altri, mantengono immacolata la biancheria di lino e di seta, lucidano i pavimenti di mogano. Ma guadagnano anche quaranta fiorini al mese, mentre a Vienna la paga di una domestica non supera i dieci, e a Trieste non arriva a otto. Con quei guadagni favolosi possono mantenere tutta la famiglia, lassù a Prvačina, Renče, Bilje e Kojsko, i paesi che hanno dato più aleksandrinke di tutti.

Il salto culturale, sociale ed economico è favoloso. Maria Faganelli di Merna sarà per quattro anni la governante in casa di Boutros Ghali, futuro segretario delle Nazioni Unite. Danica Furlan addirittura  la dama di compagnia dell’ultima regina d’ Egitto alla corte di Faruk. Le foto del piccolo museo di Prvačina e i graziosi vestiti di lino e di seta e i cappellini civettuoli, raccolti tra i discendenti delle aleksandrinke,  raccontano una storia di benessere e di riscatto. Ma non dicono tutto.

Non raccontano che la suocera della custode del museo lasciò la sua creatura di pochi mesi alle cure della famiglia, e che la bimba, per incuria o per il trauma dell’abbandono, morì dopo pochi mesi. Non le dissero nulla, perché il dolore le avrebbe fatto perdere il latte e il sorriso affettuoso che rivolgeva al piccolo francese che accudiva. Non raccontano lo sgomento e poi il sospetto di quelli che erano rimasti a casa, mariti, padri, amici e conoscenti, di fronte alla vita agiata e disinibita di queste ragazze, che avevano lasciato un ambiente arretrato, patriarcale e bigotto per una società vivace e cosmopolita, rendendole più consapevoli e sicure di sé. Le assenze da casa duravano anche anni, ma poi le aleksandrinke tornavano lassù, a Prvačina, Renče Bilje e Kojsko, e i figli non le riconoscevano, i mariti erano rosi dai sospetti e il paese intero le trattava con malcelato disprezzo. E loro stesse stentavano a rientrare nei ranghi di una società di cui forse non condividevano più i valori, dopo aver assaggiato la libertà e l’emancipazione in terra egiziana.

Questioni complesse, delicati equilibri sconvolti da una storia di emigrazione tutta femminile e dai risvolti contraddittori. Ancora una volta la nostra storia rivela contorni e sfumature che sfuggono ai criteri canonici di classificazione degli eventi.

Così scrive nel 1907 Andrej Gabršček, editore e politico goriziano, nel suo resoconto di un viaggio in Egitto: “Le nostre donne sono gentili, intelligenti e abili nella conduzione della casa, ma in quelle città ci sono uomini che non hanno famiglia né una casa propria, ai quali donne come la nostra capitano a proposito. Ma con il passar del tempo  si è generato un certo male che il nostro popolo ha definito con il termine di alessandrismo (…) Alle nostre donne sono accaduti i crimini più diversi. Egiziani, arabi, si sono impossessati delle nostre donne, le hanno apparentemente sposate ma poi vendute nei postriboli di tutto l’Oriente”.

Certamente si tratta di una posizione un po’ radicale, che tuttavia non può che incrementare in patria un clima di sospetto e pregiudizio, mentre la verità è che la stragrande maggioranza di queste donne contribuisce in maniera determinante all’economia familiare: una garantisce il riscatto della casa ipotecata, un’altra l’istruzione dei fratelli, un’altra ancora l’acquisto di un podere. Ci sono esempi di letteratura slovena del novecento che riprendono le suggestioni del fenomeno delle aleksandrinke, come Egipčanka (L’egiziana, 1906), che racconta la storia di Malika, ragazza di campagna che emigra nella terra dei faraoni come bambinaia di una ricchissima famiglia di mercanti, ma riesce ad affrancarsi  dall’impiego e vive come “libera dama” al Cairo, per poi tornare in patria avvolta di sete e  merletti, ma piena di rimpianti per la giovinezza perduta.  Anche nel racconto Žerjavi (Le gru, 1932) di France Bevk la protagonista lascia marito e figlioletta per andare “a balia” in Egitto. “L’anelito di libertà” è più forte dell’opposizione del marito e dell’amore per sua figlia e “il lusso di una vita sconosciuta le danzava davanti agli occhi, le bruciava il sangue”.

Si tratta in entrambi i casi di letteratura che esprime la condanna morale della aleksandrinke, la cui partenza espone a gravi rischi la loro integrità e l’onore della famiglia. Il biasimo per l’abbandono familiare rende doloroso perfino il ritorno, che le ripaga con il disprezzo della scelta imperdonabile di una “lepa vida” in terra straniera.

Con la seconda guerra mondiale il flusso migratorio femminile verso l’Africa si arresta. Il successivo avvento di Nasser e la nazionalizzazione del Canale di Suez pongono fine all’”età dell’oro” egiziana. I dolorosi avvenimenti post bellici del goriziano mettono in secondo piano ogni interesse e dibattito sul tema, lasciando solo alle cronache familiari il ricordo di quelle vicende. Ma, fortunatamente, negli anni settanta l’interesse si è riacceso. Dorika Makuc racconta nel documentario  Žerjavi letijo na jug (Le gru volano a sud) e nel libro “Aleksandrinke” la storia di quelle donne di cui aveva sentito parlare nella sua infanzia, intervistando le protagoniste e visitando in Egitto le donne slovene che non sono tornate in patria. La ricerca di Makuc ha ridestato l’interesse per il fenomeno e dato il via a nuovi studi storici. Queste donne provenienti da zone marginali e depresse, che hanno avuto il coraggio di uscire da una realtà di schiavitù della terra e della famiglia, che hanno sovvertito le regole sociali e culturali e ne hanno sopportato il biasimo, hanno riguadagnato il centro della scena.

Nel 2005 nasce a Prvačina il Circolo per il mantenimento dell’eredità culturale delle aleksandrinke, che ha come scopo censire l’eredità culturale del fenomeno, mostrare queste donne nella loro giusta luce e dar loro il posto che meritano nella storia di questi luoghi. Innumerevoli le opere letterarie, i saggi e gli spettacoli teatrali che, negli ultimi vent’anni, hanno avuto fatto uscire dalle cucine e dalla memoria  familiare una narrazione che è assieme storiografica e antropologica.

Un’interessante interpretazione è stata data da Boštjan Žekš, Ministro per gli sloveni oltreconfine e nel mondo dal 2008 al 2011, il quale, nel corso della conferenza stampa che ha preceduto la posa di una targa al cimitero del Cairo a ricordo alle aleksandrinke là sepolte, le ha ricordate come “le nostre prime cittadine del mondo, dignitose e ambiziose”.

Una rotta contraria a quella degli africani che oggi cercano il proprio futuro da sud a nord, una linea perpendicolare a quelle delle decine di migliaia di donne russe, ucraine, rumene e polacche che arrivano da est. Anche loro lasciano figli, mariti e affetti che restano vivi attraverso chilometriche telefonate.  Anche loro tornano a casa di rado, perché i viaggi costano. Anche loro tornano coi figli cresciuti e i mariti imbronciati. Imparano l’italiano e le abitudini occidentali delle famiglie europee alle quale custodiscono i vecchi, e non più i graziosi neonati vestiti di trine. Qualcuna rimane e magari cambia vita, ma sembra difficile paragonarle a quelle pallide ragazze slovene coi capelli a caschetto e le prime gonne corte degli Anni Ruggenti sul delta del Nilo.

Quando attraverso i parchi cittadini incontro spesso gruppetti di badanti che trascorrono sulle panchine ombrose i loro pomeriggi di libertà. Parlano tra loro in polacco, russo e rumeno. Sorridono, scuotono le frangette, allungano le gambe al primo sole primaverile. Mi piacerebbe che un giorno, tra quelle panchine, una fosse dipinta di azzurro, come il mare che bagna Alessandria d’Egitto, e che la Gorizia ricordasse così  quelle ragazze che furono le sue figlie.   Nel frattempo, se potete, fate un salto a Prvačina, nella valle del Vipacco. Arrampicatevi fino alla chiesa del vecchi borgo in cima alla collina. Nella minuscola piazza c’è una vecchia abitazione dove hanno trovato casa le memorie delle aleksandrinke. Se riuscirete a intercettare le custodi (numero di telefono affisso sulla porta) la porta si spalancherà su due piccole stanze zeppe di ricordi di una storia tutta femminile lontana ma attualissima, perché chi cerca una nuova vita non si può fermare, allora come oggi.

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