di Guido Baggi del 28/9/2021
Il sole non riesce a penetrare i fitti rami del pino. L’aria della valle alpina è fresca. La luminosità del cielo settembrino riempie gli occhi. Nella grande ombra una panchina. Una mamma culla sulle braccia il suo piccolo venuto al mondo da pochi mesi.
La panchina, luogo di riposo, di incontro, di intimità. Quante volte, salendo i ripidi sentieri dolomitici, sono arrivato ad una panchina, magari vicina a una croce coperta da un piccolo riparo che impedisce alla neve di posarsi sull’immagine del Crocefisso. Ti siedi e pensi guardando il sentiero fatto, le cime che ti circondano. Qualche volta ti senti anche di pregare davanti a quei templi di roccia avvolti nel grande silenzio della montagna. Quella panchina ti dà ristoro. Se nel silenzio si avvicinano i passi di un altro viandante, ti metti seduto in modo da lasciargli spazio. Un primo saluto e poi ancora contemplazione e silenzio, fino a quando sorge spontaneo quel “che fatica eh? ma merita!”. E la conversazione parte e non sai fino a dove ti porterà, ma certo apre il sentiero ad una nuova conoscenza. Può durare poco o tanto, non importa. Quella panchina, luogo di incontro e di scambio.
Passeggiando per i piccoli paesi istriani, che ancora portano le ferite dell’abbandono, mi accorgo di aver voglia di sedermi sul quei sedili di pietra, panchine che sembrano il prolungamento dei muri delle case. Quanti discorsi, quante chiacchiere, quante risate, quante dolorose condivisioni sono state vissute su quei sedili. Panchine di pietra, osservatorio di quanto accadeva in paese e luogo di commenti, di passatempo, di racconti del passato e di attese del futuro. Perfino in chiesa quelli che chiamiamo banchi sono panchine, un po’ più lunghe del solito e con l’aggiunta di un inginocchiatoio, ma sono proprio panchine quelle sulle quali mi siedo per riflettere sulla Parola che cerca di cambiare in meglio la mia vita.
Anche nella cittadina in cui vivo le panchine hanno avuto, ma forse hanno ancora, la loro funzione sociale; di riposo per la persona anziana che passeggia, di incontro con amici e amiche o base per un gioco di chi vive la stagione dell’infanzia. Nella grande piazza le panchine, più o meno belle ovviamente, erano un punto di riferimento per chi passava, tra una visita e l’altra ai negozi del centro, o per gustare il gelato appena preso lì vicino. Un momento anche solo per stare a guardare un po’ la vita che ti circonda, che si è fatta via via più frenetica e che ha visto cambiare negli anni il colore della pelle ed il linguaggio di una variopinta umanità che ti passa vicino.
Un giorno quelle panchine nella parte della piazza che guarda a monte non le ho più trovate. E perché? Dove sono andate? Disturbavano, non erano belle, chi le frequentava ormai non era ‘autoctono’. Le panchine sono migrate, andate al mare dove dovrebbero accogliere noi in veste di turisti. Ultimamente le panchine hanno anche preso dei significati nuovi; vogliono far riflettere, vogliono invitare ad un impegno. Così in Centro c’è la panchina azzurra Lilt per sensibilizzare alla lotta contro i tumori maschili, a Panzano la panchina grigia per sedersi a riflettere sui morti causati dall’amianto, nei Comuni vicini ci sono le panchine rosse per dire no alla violenza contro le donne, a Ronchi una panchina per la libertà di stampa. Mi viene alla mente l’inaugurazione, a Fiumicello, delle panchine gialle nell’area dove i ragazzi vanno a scuola; panchine su cui sedersi a pensare e parlare dei diritti delle persone. Panchine dedicate a uno di loro, che anni fa frequentava quelle stesse aule scolastiche e aveva rivestito la carica di sindaco nel Consiglio comunale dei ragazzi e che nel 2016 è stato torturato e ucciso al Cairo nelle segrete stanze dei Servizi di sicurezza egiziani. Panchine su cui riflettere ricordando Giulio Regeni sono state poste in moltissimi Comuni italiani. Nel mio, Monfalcone, no; la panchina dei diritti della persona, ricordando quel ragazzo che aveva percorso le nostre strade, non c’è. Quanti significati hanno e rivelano le panchine, quelle presenti e quelle assenti. Significati che si possono cogliere riflettendo, magari seduti su una pietra da cui puoi vedere dall’alto la città, partendo dal Carso sloveno passando per il camino della Centrale e le gru del cantiere, con sullo sfondo il mare, fino ad arrivare alla pianura friulana dove vedi ergersi lontano il campanile di Aquileia.
Una panchina per Monfalcone.