di Franco Belci del 26/9/2021
Il mondo del lavoro, pubblico e privato, è stato il soggetto sociale che ha retto il peso maggiore della pandemia e che ha consentito all’economia del Paese di reggere durante tutto il lockdown. E il sindacato ne ha valorizzato il ruolo e tutelato la salute in maniera egregia, entrando in conflitto con le organizzazioni imprenditoriali quando queste ultime – oggi di memoria corta – cercarono di estendere il numero delle attività da considerarsi essenziali. Fu necessaria, per evitare l’estendersi della conflittualità che si manifestò in alcune Regioni del Nord, la mediazione del governo e la sottoscrizione, il 24 aprile 2020, di un protocollo tra quest’ultimo, sindacati e organizzazioni imprenditoriali. Cgil, Cisl e Uil si sono poi impegnate per la campagna vaccinale nei luoghi di lavoro ottenendo, presso alcune categorie molto sindacalizzate, come la scuola, ottimi risultati. I sindacati si sono mossi sul terreno a loro congeniale, quello della relazione diretta con i propri iscritti: costituiscono l’ultima, grande organizzazione capace di farlo. Proprio per questo non mi ha mai convinto la richiesta rivolta al governo di definire per legge l’obbligo vaccinale per tutti i cittadini. Capisco la difficoltà di affidare a una negoziazione tra le parti il bilanciamento dei valori costituzionali in gioco (diritto alla salute e diritto al lavoro), ma quella proposta mi è sembrata una via di fuga rispetto alla ricerca di soluzioni che avrebbero potuto invece costituire la base per un patto tra governo, imprese e sindacati. Eppure, non è difficile immaginare che una legge sull’ obbligo vaccinale aggraverebbe le fratture, già profonde, aperte nel Paese. Sarebbe sbagliato e caricaturale ridurle a un derby fra i tifosi del vaccino e i “no vax”: il virus dell’intolleranza si è esteso ben oltre la curva Nord e quella Sud e gli attacchi grevi e strumentali rivolti da “Domani” e “Corriere” ad Alessandro Barbero e gli altri docenti che hanno sottoscritto un documento critico nei confronti degli effetti del green pass ne danno la misura. Inoltre, l’obbligo aprirebbe per la cittadinanza situazioni inedite e paradossali. Per tutta la platea dei lavoratori dipendenti e per quella degli studenti il controllo sarebbe esercitato, più o meno facilmente, nelle sedi di lavoro e di studio. Ma gli altri renitenti dovrebbero essere rintracciati a domicilio, e sottoposti ad un trattamento sanitario obbligatorio. Tito Boeri e Roberto Perotti, non proprio dei tifosi dei “no vax”, hanno spiegato su “Repubblica” del 4 settembre, perché a loro avviso la scelta sia impraticabile: “Lo Stato ti stana casa per casa e manda tre infermieri e tre carabinieri per un Tso per metterti un ago in un braccio. Ripetete questo per 10,6 milioni di volte (quanti sono i No Vax, attendisti, paurosi, insomma gli italiani sopra i 12 anni che non hanno ancora fatto almeno una dose di vaccino) e poi ancora per due (le dosi del vaccino), ogni anno , perché il Covid sarà con noi a lungo. Semplicemente impensabile. E al primo episodio di resistenza violenta con un ferito o magari un morto accidentale, si ferma tutto comunque”. Alla fine, l’ostinazione del Sindacato su questa linea non ha pagato, lasciando aperti grandi interrogativi sul diritto al lavoro. Il governo ha infatti deciso di procedere con l’obbligo di green pass per tutti i lavoratori, pubblici e privati, pena la sospensione dal lavoro, con la disponibilità a definire una clausola di salvaguardia che preveda che la sospensione non possa preludere al licenziamento. In ogni caso rimane aperto un altro problema: come si riterrà di ottemperare all’art. 36 della Costituzione, il quale prevede che ciascun lavoratore debba avere “una retribuzione in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”? Non è pensabile che chi viene allontanato dal lavoro venga lasciato senza mezzi di sussistenza. Ritengo perciò indispensabile – e dovrebbe ritenerlo anche il sindacato, dal quale però non ho sentito alcuna voce sul tema – venga prevista l’attribuzione del reddito di cittadinanza o di emergenza. Infine, il governo ha liquidato la proposta sindacale, di non far ricadere i costi del green pass interamente sui lavoratori. E’ un errore, ma favorito proprio dalla contraddizione della posizione sindacale: non puoi chiedere contemporaneamente l’obbligo e l’eccezione. In realtà, in un contesto negoziale, la proposta sarebbe stata più che ragionevole e le argomentazioni con le quali il governo le ha rifiutate, poco convincenti: il costo dei tamponi non può essere messo a carico della fiscalità generale e la gratuità rafforzerebbe la determinazione dei renitenti a non vaccinarsi. Ma se l’obiettivo generale è la salute pubblica, lo Stato dovrebbe assumersene l’onere, quantomeno intervenendo per abbattere i costi attraverso il ricorso alla produzione su larga scala: in Austria e Germania il tampone è gratuito per tutti e i bilanci non sono andati in dissesto. Oppure, il governo avrebbe potuto proporre di ripartire i costi tra i soggetti deputati alla sicurezza: Stato, impresa, lavoratore. Ma prevale ancora l’idea della punizione preventiva dei no vax, che non regge né sul piano “pedagogico”, perché ormai rimane a resistere solo lo zoccolo duro, né su quello statistico. I vaccinati con due dosi costituiscono ormai quasi l’80% della popolazione e la statistica ci insegna che, man mano che si sale verso il 100%, i margini diminuiscono. Del resto, per incontrare Draghi, i segretari dei sindacati, pur bivaccinati, hanno ugualmente dovuto farsi il tampone: una contraddizione in termini sulla quale forse si dovrebbe riflettere prima di assumere decisioni drastiche.