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Edith Stein ha un profilo social

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di Davide Strukelj del 26/9/2021

Lo confesso, il titolo iniziale di questo articoletto era una negazione: “Edith Stein non ha un profilo social”. Il motivo è semplice come la tesi che vorrei sostenere, ovvero che i moderni social media sono l’esatto contrario dell’empatia, anzi sono anti-empatici. Ma andiamo con ordine.

Edith Stein è stata una religiosa, filosofa e insegnante. Nata a Breslavia nel 1891 da una famiglia atea ebrea, studiò con merito divenendo allieva di Husserl. Si oppose con forza al nazismo tedesco, si convertì al cattolicesimo e prese i voti nell’ordine delle Carmelitane scalze col nome di Teresa Benedetta della Croce. Riconosciuta di etnia ebrea dai nazisti, fu internata ad Auschwitz dove morì in una camera a gas nel 1942. Fu beatificata ed è oggi una delle protettrici dell’Europa.

Il suo lavoro filosofico, breve ma intenso, parte dalla sua tesi di dottorato dal titolo “Sul problema dell’empatia”.

L’empatia, come sappiamo, è la capacità di porsi nei panni dell’altro per comprenderne le emozioni, lo stato d’animo e i pensieri nel loro nascere e svolgersi nel tempo. È una competenza importantissima dalla quale derivano innumerevoli “qualità” sociali della nostra specie.

Sosteneva la Stein in premessa alla sua tesi che, affinché possa sorgere un atteggiamento empatico, è necessario che “ci vengano dati dei Soggetti estranei e la loro esperienza vissuta”. In buona sostanza, per poter essere empatici verso qualcuno dobbiamo avere a disposizione questo “qualcuno” e poter indagare la sua “esperienza vissuta”. Ci torniamo dopo.

Jaron Lanier è un informatico e saggista statunitense autore, tra gli altri, di un simpatico volume dal titolo “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”. 

Sostiene Lanier che i social media costituiscono una vera e propria “fregatura”, e lo sono esattamente in quanto costruiti per essere tali, per ammissione dei loro stessi inventori e gestori.

In breve, ogni piattaforma social funziona costruendo “feed”, ovvero elenchi di informazioni espressamente adattati ad ogni singolo utente, in modo da catturarne l’attenzione, coinvolgerlo e, molto spesso, radicalizzarne le opinioni. In buona sostanza, ogni utente ha a disposizione una sua personalissima narrazione di eventi e di opinioni, immagini e commenti. Questo elenco è specifico e non visibile agli altri, per cui la narrazione del mondo “social” che mi viene propinata è esclusivamente mia e nessun altro può vederla tale e quale.

Bene. Se qualcuno di voi si ricorda le origini dei “social”, lo slogan che più di tutti ne decantava le qualità suonava più o meno “questa piattaforma permetterà alle persone di essere in contatto gli uni con gli altri”. Ciò che non ci veniva detto è che il “cosa” e il “quanto” noi avremmo visto degli altri lo avrebbe deciso una parte terza, peraltro non umana: un algoritmo, come si usa dire. Oggi sappiamo che il machine learning e l’intelligenza artificiale possono sviluppare e perfezionare di volta in volta i loro algoritmi per produrre un risultato sempre più preciso. Ma qual’è il massimo risultato che un social si prefigge? Sono due: tenere l’utente incollato alla piattaforma e fargli produrre contenuti interagendo con gli altri utenti (veri o falsi che siano…).

Vi pare un obbiettivo troppo ambizioso per un programma informatico? Direi di no. Chi si illude che l’intelligenza artificiale sia solo una approfondita macchinazione di dati si sbaglia. Ovvero, dice bene, ma il problema è che tale capacità di gestire informazioni produce ormai risultati molto simili a quelli che scaturiscono dal pensiero umano.

Non ne siete convinti? Leggete questa poesia:

Mare

Di un cielo inesorabile

Dei pini

E della tua casa

Trasale la tua dolce esultanza

E la tua patria vera

Avvertite una strana sensazione, vero? Ebbene questa poesia è stata composta da una intelligenza artificiale che ha “studiato” i nostri umanissimi poeti italiani, dopo essere stata opportunamente “istruita” da Michele Laurelli, che per la cronaca è un esperto di informatica, e non di letteratura…

Ricapitolando.

Un algoritmo ci fornisce una base di informazioni, immagini, commenti e interlocutori personalizzati e finalizzati ad attrarci in un gorgo senza speranza di uscita. Da questa esperienza ricaviamo idee e convinzioni sul mondo reale.

A un certo punto ci troviamo in quel mondo reale e interloquiamo con un altro essere umano il quale, a sua volta, ha costruito una sua convinzione basata su un’esperienza diversa dalla nostra e per noi assolutamente non conoscibile.

Questo è il punto: abbiamo a disposizione un “soggetto estraneo”, ma non abbiamo la sua “esperienza vissuta”. Peggio: siamo portati a credere che la sua esperienza vissuta, sull’argomento di cui stiamo discutendo, sia esattamente uguale alla nostra poiché immaginiamo (inconsciamente) che l’elenco delle notizie, immagini e commenti che abbiamo visto su quel tema siano gli stessi che hanno visto tutti gli altri utenti. In realtà le due esperienze vissute (sui social), la mia e la sua, sono solo il risultato di un raffinato lavoro di personalizzazione e dunque differenti per definizione.

Il risultato finale? Niente conoscenza dell’esperienza vissuta dell’altro, quindi niente empatia, niente comprensione, niente sane relazioni umane. Solo algoritmi che giocano con le nostre debolezze per vendere spazi pubblicitari a terzi… e propinarci proprio quello che a noi interessa acquistare. Potenza dell’intelligenza artificiale… E degli uomini che l’hanno istruita.

Per tornare al titolo, ho controllato su Facebook ed esiste il profilo di Edith Stein. 

(Empaticamente) credo che la povera Edith cancellerebbe il suo account immediatamente, con piena soddisfazione di Jaron Lanier.

Per completezza, e onor di verità, Edith Stein concluse la sua tesi con una importante considerazione. Grazie all’empatia posso conoscere meglio me stesso, perché potrò capire come gli altri, ciascuno a modo suo, vede e interpreta la mia stessa persona. Un lavoro raffinato e interminabile, basato sul confronto con altri esseri umani, e che probabilmente nessun algoritmo riuscirà mai a emulare. Speriamo.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org