di Cosimo Risi del 21/8/2021
Si tratta di sconfitta, non vi è alcun dubbio. Il Segretario di Stato e il Presidente parlano di “missione compiuta”. Siamo andati, noi USA, in Afghanistan per combattere il terrorismo e non per costruire una nazione. Il terrorismo responsabile dell’11 settembre è morto con Osama bin Laden nel 2011. E allora perché restare fino al 2021 se non per allargare la portata del mandato?
Lo “institution building” in paesi al tracollo è una pratica molto amata dalla diplomazia internazionale e dalle ONG. Si camuffa la crudezza dei fatti con le nobili intenzioni. I fatti però sono ostinati, almeno quanto i Talebani che praticano la disciplina della guerra e dell’attesa. Hanno atteso che l’Intesa di Doha con Trump dispiegasse gli effetti ultimi con Biden, e cioè il ritiro del contingente americano, per trarre la conclusione vincente. Riconquistare il paese senza che l’esercito afghano opponesse resistenza.
Lo “institution building” non ha funzionato neppure con le forze armate, figurarsi con la società civile rimasta in larga misura estranea alla missione civilizzatrice.
Si è detto giustamente delle donne liberate dal velo, dei bambini e delle bambine nelle scuole, delle giornaliste presenti in TV. Modelli da innalzare a bandiera della modernizzazione in corso. Bandiere subito ammainate all’arrivo dei Talebani.
Natalia Aspesi nota che, a cercare la fuga, sono esclusivamente gli uomini. Costoro non hanno figlie, mogli, madri da proteggere e portare con sé? O le donne, quali che siano, sono un fardello che rallenterebbe la fuga? Meglio lasciarle al loro destino di matrimoni forzati e di clausura in casa.
Non si può criticare un popolo minacciato. Si può notare che la sensibilità al mondo femminile ha fatto scarsa breccia, anche presso coloro che hanno collaborato con gli Occidentali e dovrebbero averne assorbito gli stilemi democratici.
Se poi ha ragione Roberto Saviano nell’individuare nel narcotraffico la chiave del successo, ebbene il rischio è che l’Afghanistan diventi non un santuario del terrore ma uno snodo del traffico più remunerativo al mondo. Quello che ha consentito alle milizie di finanziarsi meglio dell’esercito più ricco e potente al mondo.
Analoga retorica accompagnò l’invasione dell’Iraq. Governanti e media europei si prestarono al gioco degli equivoci: che l’intervento esterno esportasse la democrazia e la nostra panoplia di principi. Non bastò in Iraq, la nascita di DAESH – ISIS ne è stata la controprova. Non basta evidentemente in Afghanistan.
La lezione da trarre dall’Afghanistan ha vari volti. La superpotenza americana interpreta l’interesse nazionale nel senso stretto dell’interesse domestico. L’opinione pubblica è sconcertata dalla crisi conseguente la pandemia. Il Presidente in carica non vuole essere il quinto a proseguire una spedizione senza esito.
Gli alleati dovrebbero criticare il socio di maggioranza quando lo ritengono in errore. Specie se ne condividono le missioni in seno all’Alleanza Atlantica. La vagheggiata autonomia strategica europea chiede il riscontro sul terreno. Da anni l’UE dispone di una Forza di rapido intervento: non l’ha mai schierata, neppure a Kabul a proteggere l’evacuazione dei concittadini.
L’approccio al nuovo potere afghano passa per Mosca. Fra gli attori internazionali rimasti nell’Afghanistan dei Talebani, la Russia è il solo soggetto che possa condividere un interesse con il resto d’Europa. Il terrorismo di marca islamista può tracimare nel suo territorio, l’espansionismo cinese la mette alle strette in una zona in cui era abituata a dire la sua. Le prime dichiarazioni di Lavrov sono simili a quelle dei colleghi europei.
AGGIORNAMENTO
Approfitta della visita di commiato al Cremlino per rimodulare i rapporti fra Europa e Russia. Ancora una volta la Cancelliera Angela Merkel mostra la tempra della vera leader dell’Unione, rispetto alle figure istituzionali di Bruxelles e altri partner. Quelli si sono limitati a dichiarazioni di circostanza, lei va al centro del problema e della possibile soluzione.
I resoconti parlano di punti critici, dall’Ucraina al caso Navalny. Parlano anche di North Stream 2, il gasdotto cui finalmente gli americani non si oppongono più.
I filmati mostrano l’omaggio floreale che Vladimir Putin consegna a Angela Merkel, a rammentare che prima che leader è donna: un cambio di passo rispetto alla malagrazia di Erdogan con Ursula von der Leyen. Lo scenario è solenne: il saluto al Milite Ignoto, la guardia presidenziale impettita nel saluto militare, le bandiere tedesca, russa, europea. L’Unione è presente tramite la sua rappresentante più significativa. Anche se per poco, le elezioni di settembre incombono e il probabile successore Armin Laschet è atteso alla prova dell’europeismo.
Il punto centrale del colloquio è il rapporto con il nuovo potere in Afghanistan. Chiuse del tutto o quasi le Ambasciate europee, i presidi in aeroporto servono essenzialmente a seguire le evacuazioni, quella di Russia resta aperta. Il Capo Missione intrattiene rapporti con i capi talebani per ottenere anzitutto il salvacondotto per gli europei e capire dove tira il vento, al di là delle petizioni di principio che vorrebbero apparire distensive.
Le parti al Cremlino trovano un linguaggio comune nel chiedere un governo inclusivo, rispettoso dei diritti delle donne, alieno da pulsioni terroristiche. Non è tempo per il riconoscimento. Questo verrà, se verrà, qualora certe precondizioni saranno realizzate. Insomma: rapporto sì dato lo stato di fatto che, per quanto spiacevole, è al momento insormontabile; evoluzione delle relazioni in lista d’attesa.
La Germania, con il passo di Merkel, mostra di intendere che la Russia può essere la chiave per entrare nell’universo talebano. E’ l’interlocutore idoneo allo scopo anche per gli europei, orfani dell’ombrello americano. La decisione del Presidente Biden di ritirare il contingente militare, ancorché annunciata in giugno, li ha sorpresi per la rapidità e lasciati scoperti riguardo alle rivendicazioni dei vincitori. I loro collaboratori sono esposti alle prevedibili vendette.
L’Italia sembra muoversi nella stessa direzione. Roma sta per ricevere il Ministro degli Esteri di Russia. Sergey Lavrov porterà il messaggio del Cremlino a Palazzo Chigi e riceverà probabilmente gli stessi auspici di Merkel a Mosca.
Occorre un fronte comune paneuropeo nell’Asia Centrale. Le minacce non conoscono confini. Le ondate di profughi, il tracimare dell’islamismo integralista, la crescente influenza di Cina e Iran. Ecco i punti di convergenza che mettono la sordina ai punti di divergenza.
Una soluzione pragmatica alla crisi afghana aiuta i partiti europeisti dell’Unione nell’assalto polemico dei sovranisti. In Germania e Francia, e non solo.