di Andrea Bellavite del 21/8/2021
Si è parlato molto, in questa crisi internazionale di centro estate, di accoglienza dei profughi. La drammatica situazione dell’Afghanistan, dopo oltre 40 anni di guerra praticamente ininterrotta, si è ulteriormente aggravata e i nuovi padroni del Paese sembrano ben poco inclini ad ascoltare gli inviti al dialogo e alla transizione pacifica.
Mentre si ascoltano con trepidazione le poco rassicuranti notizie che provengono da Kabul e le tremende testimonianze dei primi fuori usciti, è bene ricordarsi di chi, già rifugiato in Italia da qualche anno proprio per fuggire dalla persecuzione dei Talebani, è in ansia per la sorte dei propri familiari rimasti nel martoriato Paese. Se una parte dei collaboratori delle forze di occupazione straniere, è già stata trasferita negli USA e altrove grazie ai ponti aerei improvvisati, molte persone ancora più esposte al rischio – donne e bambini in particolare – per il momento sembra non possano seguire la stessa strada, per le ottuse opposizioni politiche che si fanno fortemente sentire ovunque.
E’ naturalmente il caso dell’Italia, dove effettivamente l’accoglienza va a rilento, soprattutto a causa dell’opposizione di forze interne allo stesso attuale Governo, che temono un’”invasione” di profughi, moltiplicati dalla “scusa” del timore delle prevedibili rappresaglie talebane. E così si aggiunge un altro capitolo alla vergogna di un’Italia e di un’Unione Europea incapaci di ricevere qualche decina di migliaia di persone alla ricerca di un futuro migliore, al di là della fame e delle guerre provocate dagli interessi economici e finanziari del cosiddetto “occidente”. Per non nutrire facili ottimismi sulla disponibilità europea, basta pensare al cospicuo finanziamento ai campi di concentramento libici e turchi, alla situazione incredibile dei campi delle isole greche, alla sacca di Bihac con decine di migliaia di persone in attesa di riuscire a transitare il confine con la Croazia, ai terribili fili spinati arrotolati, vero insulto alla vagheggiata Europa della democrazia e della libertà, sulla linea di confine tra Slovenia e Croazia, agli illegittimi respingimenti in Slovenia dall’Italia che fino a qualche settimana fa erano all’ordine del giorno.
Dall’altra parte, c’è stata in questi giorni una lodevole presa di posizione dell’ANCI, l’associazione dei Comuni italiani, che ha espresso la volontà di accoglienza di alcune importanti città, Napoli e Roma tra esse, giusto per fare nomi. Certo, la prossimità dell’importante tornata elettorale amministrativa di ottobre non induce a clamorose prese di posizione, dal momento che, si sa!, essere a favore dell’accoglienza, con i tempi che corrono, non è certo una garanzia di un buon risultato elettorale.
Ma c’è di più. In che modo i Comuni, anche quelli che hanno dimostrato una relativa buona volontà, possono effettivamente accogliere le persone sul proprio territorio? Con quale formula giuridica e amministrativa possono superare i mille intoppi burocratici che – spesso anche giustamente – dovrebbero garantire il corretto uso delle risorse pubbliche?
A questi interrogativi c’è per il momento un’unica risposta sostenibile e attualmente si chiama SAI (Servizio di Accoglienza e Integrazione). Nato come SPRAR un quinquennio addietro, proseguito con forte penalizzazione nell’epoca Conte-Salvini con il nome SIPROIMI, è il Sistema che consente agli enti locali di essere titolari dell’accoglienza delle persone richiedenti asilo e rifugiate sul proprio territorio. Nonostante ciò che potrebbe sembrare in questi giorni caratterizzati dalla crisi afghana, sono molto poche – meno del 10% – le amministrazioni che hanno accettato finora di percorrere questo cammino, con il sostegno di enti gestori individuati tramite pubbliche gare. Ed è un peccato, perché il SAI consente di raggiungere tutti gli obiettivi che ci si prefigge quando si parla di reciprocità nell’integrazione. Per un congruo periodo i partecipanti all’esperienza finanziata in toto dal Servizio Centrale del Ministero degli Interni, vivono in appartamenti inseriti nel normale tessuto urbano, sono sostenuti nella ricerca del lavoro e dell’abitazione e facilitati nell’espletamento delle pratiche relative ai ricongiungimenti familiari. La maggior parte di coloro che sono passati attraverso lo SPRAR e il SIPROIMI (il SAI è appena stato istituito) hanno trovato occupazione e armonico inserimento nei tessuti sociali e culturali dei territori, senza problemi di incomprensione con le popolazioni che anzi hanno trovato in tali incontri occasione di crescita, conoscenza e arricchimento umano. Inoltre il Sistema consente all’ente locale di controllare fino all’ultimo centesimi l’utilizzo dei fondi ministeriali che passano attraverso i percorsi di controllo e di revisione previsti dalle leggi, rendendo impossibile qualsiasi abuso o mancanza di chiarezza nelle rendicontazioni.
E allora? Perché non tutti i Comuni hanno un SAI? Se lo avessero, con una percentuale anche minima di presenze rispetto al numero di abitanti di un determinato luogo, si risolverebbe istantaneamente la questione delle migrazioni, compresa quella legata a emergenze drammatiche come quella determinata dalla travolgente avanzata dei Talebani in Afghanistan.
Non tutti lo hanno o non si sono avviati su questa strada per due ordini di motivi, il primo politico e il secondo tecnico.
Quello politico è determinato dal crescere ormai incontrollato di una visione razzista e xenofoba, cavalcata non soltanto dai partiti della destra italiana (ed europea!), ma anche da una sorprendente capacità dei media a essi vicini nell’orientare l’opinione pubblica verso posizioni di egoismo e chiusura, sulla base della sollecitazione di paure ancestrali e timori irrazionali. Tale vera “invasione” di germi velenosi, diffusi in un clima di inconsapevolezza e sostanziale ignoranza anche attraverso l’universalizzazione di fenomeni particolari e circoscritti, è un bacino elettorale troppo ghiotto per chi sa strumentalizzare senza alcuna remora morale notizie inventate o appositamente enfatizzate.
Il motivo tecnico è invece legato a tre ordini di questioni, le quali in fin dei conti hanno comunque a che fare con le decisioni politiche.
Anzitutto il Sistema dovrebbe essere obbligatorio e non alla mercé del “colore” delle amministrazioni municipali. Un progetto che si prefigge di affrontare e anche di risolvere la questione migratoria non può essere affidato alla sola buona volontà dell’uno o dell’atro ente locale.
In secondo luogo i procedimenti per accedere al finanziamento ministeriale sono estremamente complessi, molto difficili da espletare da parte soprattutto dei Comuni più piccoli, che sono numericamente la maggior parte di quelli esistenti in Italia. Il personale dell’ente è quasi sempre troppo esiguo per poter affrontare una serie di azioni che richiedono molto tempo, specifiche competenze e grande attenzione. Il servizio inoltre dovrebbe essere inserito nella normale attività di assistenza sociale dei Comuni e degli ambiti, attualmente in cronica carenza di dipendenti e quindi automaticamente impossibilitati a seguire le persone inserite nel Sai, come invece sarebbe indispensabile, soprattutto quando si ha a che fare con frequenti casi di fragilità e di vulnerabilità. Una soluzione c’è e d è quella di offrire ai Sindaci, ai Segretari Comunali, ai referenti sociali e ai loro collaboratori, specifici uffici di consulenza, a livello nazionale e regionale, che in qualche modo si facciano carico di accompagnare i percorsi, dalla partecipazione al bando alla conclusione dei progetti.
Infine è necessario stabilire dei criteri oggettivi di abilitazione degli enti del cosiddetto privato sociale, affinché ci siano sufficienti garanzie a sostegno dell’assegnazione degli incarichi e della contrattualizzazione. C’è il rischio che la partecipazione alle “gare d’appalto” sia viziata da un’offerta non corrispondente alle reali potenzialità dell’ente gestore proponente, data la difficoltà di un controllo che dovrebbe essere svolto “a monte”, adeguando e possibilmente anche migliorando l’apposito “Manuale”, predisposto dal Servizio Centrale.
C’è da tenere presente che purtroppo qualsiasi difficoltà, di ordine burocratico o relazionale, diventa immediatamente facile alimento della propaganda contraria all’accoglienza, priva di qualsiasi proposta sensata e sostenibile alternativa. Sì, perché forse il SAI (prima SPRAR e SIPROIMI) non sarà un sistema perfetto, ma è senza ombra di dubbio, la migliore e più efficace forma di accoglienza e integrazione in Italia e, lo si scrive con cognizione di causa, forse anche in Europa.
Andrea Bellavite, sindaco di Aiello del Friuli