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Lavoro e salute

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di Franco Belci del 27/7/1981

Leggo che i rappresentanti degli industriali regionali si schierano, nella stragrande maggioranza, per l’adozione del “green pass” quale condizione necessaria ai lavoratori per accedere al posto di lavoro.

Va peraltro evidenziato che non tutti hanno assunto questa posizione, ed è giusto cominciare dalle eccezioni. Il presidente di Confapi, Massimo Paniccia, ha fatto presente che l’obbligo non appare legittimo e può comportare il rischio di conflitti col sindacato, che sul punto si è già espresso con chiarezza.

Il presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michele Agrusti, è invece favorevole al provvedimento, ma vorrebbe applicarlo in accordo con le Organizzazioni sindacali: mi pare un ossimoro, visto che queste ultime, per bocca di Landini, hanno giudicato la proposta “frutto di un colpo di sole”.

Giovanni Fantoni si augura invece che il governo “adotti provvedimenti severi in grado di evitare gli ingressi in fabbrica dei non vaccinati”: forse immagina, alle porte delle aziende, presidi dell’esercito.

Sarebbe stata auspicabile altrettanta, severa attenzione all’inizio della pandemia, quando gli industriali cercarono invece di allargare a dismisura la casistica delle attività produttive da ritenere essenziali per evitare chiusure dovute ai contagi.

La più decisa è la presidente di Confindustria Udine, Anna Mareschi Danieli: “il green pass non è né immorale né incostituzionale. La nostra Costituzione tutela la salute dei cittadini quale interesse della collettività”.

Ora, per fare la presidente di Confindustria non è indispensabile essere giuslavoristi. Ma una conoscenza meno superficiale della Costituzione, prima di lasciarsi andare a perentorie, quanto infondate, affermazioni, sarebbe certamente auspicabile.

Nella prima parte, che riguarda i principi fondamentali e che fonda, come dovrebbe essere noto, la Repubblica sul lavoro, vanno letti, assieme, l’art. 1, l’art. 3 che dispone che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge”, e l’art. 4, col quale viene riconosciuto “a tutti i cittadini il diritto al lavoro” e vengono promosse “le condizioni che rendono effettivo questo diritto”.

Dunque, non dovrebbero esserci dubbi: il primo tra i diritti di cittadinanza è quello al lavoro che, aggiunge l’art. 36, dovrebbe essere in ogni caso “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Insomma, la libertà e la dignità del lavoro dovrebbero essere il primo, in buona parte disatteso, fondamento della Repubblica, e il primo, indispensabile, presupposto per una buona salute: è noto, infatti, che la povertà accorcia la vita.

Di salute tratta l’art. 32, che non fa parte dei “principi fondamentali”, ma dei “diritti e doveri dei cittadini”: la definisce quale “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, stabilendo una graduazione di intensità e aggiungendo che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge” e che “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Come si configuri quest’ultimo aspetto costituisce un capitolo tutto da esplorare con riferimento ai diritti in capo alle singole persone, rispetto ai quali riveste certamente un ruolo, ad esempio, la privacy.

Peraltro, ragionando sulla salute in fabbrica evocata dalla presidente, sarebbe forse il caso di ricordare, per primi, i recenti casi di morte sul lavoro, spesso ascrivibili all’allentamento di quelle misure di sicurezza rivendicate invece a gran voce per il covid.

La questione “green pass” viene certamente dopo e non può essere risolta con surrogati amministrativi: servirebbe una legge, approvata dopo una discussione parlamentare, che rendesse obbligatorio il vaccino per tutti. Una simile iniziativa aprirebbe peraltro, come si è visto, uno scenario talmente complicato che, finora, nessuno si è azzardato a prenderla in considerazione, se non per limitati casi di lavoro pubblico a diretto contatto con l’utenza (sanità e scuola): del resto, anche in questi casi, con conflitti giuridici sui quali i giudici non si sono finora espressi unanimemente.

Dunque, il principale terreno di azione sarà necessariamente quello di un’ intensificazione della campagna vaccinale su base volontaria e di un rafforzamento delle misure di prevenzione (mascherine, igiene, distanziamento, eventualmente tamponi) previste dai vari protocolli.

Non sarà invece possibile, se non con inaccettabili forzature, costringere, attraverso il “green pass”, i lavoratori a vaccinarsi, sospendendoli, in caso contrario, dal lavoro: a meno che non si voglia scatenare un conflitto sociale che avrebbe effetti imprevedibili.

Non penso sia interesse di nessuno arrivare a questo punto, anche alla luce del fatto che il Sindacato ha il dente giustamente avvelenato, visto che molte imprese, un minuto dopo la sospensione del blocco dei licenziamenti e la sottoscrizione dell’avviso comune, hanno stracciato l’accordo innescando i licenziamenti di massa: dalle stanze di Confindustria, nazionale e regionale, non è uscita una sola parola.

La prima incombenza degli industriali non dovrebbe perciò essere quella di impartire lezioni, ma di riconquistare credibilità di fronte ai lavoratori e recuperare la fiducia tradita degli interlocutori sindacali e istituzionali.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org