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Un città, la sua piazza, il passato immaginario e il futuro da costruire

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di Stefano PIzzin del 13/6/2021

Il modo in cui viene propagandata la nuova piazza di Monfalcone spiega assai come quel progetto, per chi lo propone, non abbia valore urbanistico o architettonico, è semplicemente un modo per mostrare alla città di esserne i padroni e fare ciò che vogliono.

Si poterebbe scrivere lungamente sul colossale spreco di denaro pubblico (cinque milioni e passa per cominciare), sull’assurdità architettonica di avere un enorme spiazzo senza alberi né panchine, sull’insostenibilità di gestire una roggia o la cattiveria di togliere i giochi per bambini, ma il punto vero sta negli aspetti culturali e talvolta perfino comici della vicenda.

Ne cito due: l’ossessione per la forma del biscotto, tanto da riprodurla sulla pavimentazione, cosicché qualcuno, dall’alto, penserà di trovarsi su una pista per elicotteri. Cosa ricorderebbe quel biscotto? Il tempo in cui quella piazza, sempre vuota a parte qualche manifestazione, era circondata dalla corsa delle macchine con i loro scarichi o veniva ridotta a parcheggio? I tempi in cui sotto alla piazza non c’erano nemmeno le fognature (messe dai cattivi comunisti)? Probabile, e ancora più probabile è che essa ricordi a chi ci governa la propria gioventù, quanto facevano “le vasche” in un centro assai più sgangherato di adesso. Una nostalgia piuttosto dispendiosa.

L’altro aspetto: che dire della sfida tra pilo e lampione? La grande tenzone identitaria tra due passati che nessuno ricorda e che restano, più che negli edifici, nel nostro dialetto e nella nostra cucina. Che cosa ricorderebbe un manufatto posticcio oltre al fatto che eravamo un piccolo borgo sotto la Serenissima prima e l’Austria-Ungheria dopo? Venezia ci ha lasciato il dialetto e Vienna ci ha portato l’elettricità, lo sappiamo tutti, come questo poi si concili con la retorica nazionalista nel partecipare alle sfilate per l’impresa di Fiume di D’Annunzio lo sa solo la sindaca.

Fa molto da pensare che tutta l’identità sia giocata intorno a quale sia stato il “padrone” di Monfalcone.

Vogliono dare un segno identitario reale? Mettano la statua di operaio, un saldatore soprattutto. Senza di loro, senza la loro fatica, senza le loro famiglie arrivate da ogni parte d’Italia e del mondo, saremmo ancora un piccolo borgo di pescatori. Scegliamo un vero segno identitario che racconti la nostra storia e non quella inventata. Forse non lo si fa perché la nostra vera storia è fatta di dolore, di fatica, di sfruttamento e di lotte, e si preferisce invece una pantomima imbellettata che non urti nessuno. Infine, se davvero vogliono fare partecipare la gente, organizzino un referendum vero (i regolamenti comunali sono fatti e pronti per questo) e non una sceneggiata dove sono ammesse soltanto le folle plaudenti.

Visto che l’idea del monumento ai lavoratori che hanno veramente costruito questa città è stato ripreso, perché non formare un comitato, raccogliere firme, farne una battaglia politica che sfondi il muro di rassegnata depressione che coinvolge gran parte di chi non si riconosce in questa amministrazione?

Non si tratta solo di fare un’opera pubblica ma di decidere come trattiamo la nostra storia e di come guardiamo il futuro. Già, il futuro, perché qui si parla di una piazza, di un simbolo, e lo si fa rivolgendosi al passato senza pensare al futuro di una città che, più di tante altre, ha sempre dovuto fare i conti con le asprezze della modernità più che con le vestigia del passato. Ci si gioca anche il modo di fare politica e amministrazione in questa vicenda, perché la piazza e la città non sono di proprietà esclusiva di chi ha vinto le elezioni, ma sono di tutti, anche di chi non li ha votati.

Chi malgoverna Monfalcone ha almeno un merito: non ha mai nascosto cosa vuole fare di questa città: un dormitorio di persone impaurite e rancorose, ossessionate dalla perdita di una identità mai esistita che rifiutano di guardare al futuro. Eppure il futuro arriva, garantito, e presenta il conto che, di questo passo, sarà salatissimo.

C’è un ultima cosa da chiedersi: come mai davanti uno scempio di denaro pubblico esorbitante la comunità cittadina pare disinteressarsene? Non ci sono né le folle plaudenti auspicate dall’amministrazione e costruite artificialmente dal giornale locale, sempre più un “house organ” del municipio, tantomeno i comitati di protesta e, salvo alcune lodevoli eccezioni, il dibattito langue tra storici improvvisati e urbanisti del web. Presumibilmente ciò è il risultato dello stato comatoso in cui versa la discussione politica in città, tutta chiusa nella bolla di chi chi governa a colpi di propaganda continua buoni per i fan, e in quella di chi dovrebbe opporsi che, invece di fare lotta politica, si attarda a fare dibattito culturale, autoreferenziale e semiclandestino.

La piazza ha messo in luce il fatto che oggi, per vincere, a Monfalcone andrebbe messa in atto una grande battaglia politica e culturale che metta al centro tre questioni sul futuro della città: il suo irrimediabile destino multietnico, la necessità di superare la dipendenza da Fincantieri e il costruirsi un nuovo ruolo per il futuro. Affrontare questi temi vuole dire mettere in campo idee e progetti che siano alternativi alla cultura di chi oggi siede in municipio, non c’è margine di mediazione, non si possono assecondare le spinte retrograde che stanno trascinando Monfalcone nel pantano perché qualcuno crede, anche a sinistra, che, in fondo, la “gente la pensa così”. Ci vuole coraggio e generosità. Coraggio per chi ritiene di volere amministrare questa città di metterci la faccia, da subito; generosità nel lasciare da parte i propri simboli, le proprie bandierine, per proporre qualcosa di efficace ai cittadini. Tutto ciò oggi non si vede.

E sì che ci sono molti monfalconesi che non aspettano altro che l’opposizione si svegli dal torpore, presenti un programma, delle liste, e un candidato sindaco.

Non ci vuole molto: un regolamento per le primarie, una scadenza per presentare i candidati e un voto. Se poi si fosse intelligenti, o almeno furbi, si andrebbe a costruire delle liste che possano raccogliere più voti possibili (magari evitando, a sinistra, quella frammentazione che agli stessi elettori provoca noia e nausea).

Non so se è chiaro a tutti: se questa amministrazione verrà confermata, non ci sarà solo una inutile spianata in centro con le vestigia di un passato immaginari, ma questa città continuerà a camminare all’indietro per molti anni.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org