di Cosimo Risi* del 14/03/2021
La politica mediterranea fu la prima politica estera della Comunità nei Sessanta del XX secolo. I Sei reagivano così al processo di decolonizzazione che aveva visto la Francia, stato membro fondatore, abbandonare il Maghreb. Si trattava di stabilire un rapporto convenzionale fra la Comunità nel suo insieme e i singoli paesi terzi di recente e piena sovranità. La rete degli accordi di cooperazione fu poi estesa ai paesi del Mashrak anche a seguito dell’allargamento al Regno Unito.
Erano accordi bilaterali cosiddetti di prima generazione dalla caratura prevalentemente commerciale, tale essendo la competenza esterna della Comunità. Il Dialogo euro-arabo fu il primo tentativo di approccio multilaterale alla questione araba, che si andava profilando con l’embargo petrolifero a seguito della Guerra dello Yom Kippur.
La punta più alta fu raggiunta con la Dichiarazione di Venezia, deliberata nel corso del Consiglio europeo del 1980 nella città veneta. Era la replica agli Accordi di Camp David conclusi da Israele e Egitto con la mediazione degli Stati Uniti. Gli Accordi statuivano la restituzione del Sinai all’Egitto in cambio del riconoscimento dello Stato di Israele, secondo la formula pace per territori. La delegazione egiziana pretendeva di rappresentare anche gli interessi palestinesi. La rappresentanza fu contestata dalla dirigenza di Al – Fatah che non vedeva affatto riconosciute le proprie pretese. A Venezia, dissociandosi dall’approccio americano, la Comunità riconobbe nell’OLP il legittimo rappresentante del popolo palestinese e dunque il solo autorizzato a tutelarne gli interessi in eventuali trattative.
L’approccio multilaterale e tendenzialmente organico si approfondì a metà Novanta con il Processo di Barcellona o Strategia euro-mediterranea. La Dichiarazione di Barcellona (1995) vide per la prima volta fra i firmatari sia gli stati arabi (salvo la Libia) del Mediterraneo meridionale che Israele e ANP. E ciò malgrado che Israele intrattenesse rapporti diplomatici solo con Egitto e Giordania. Barcellona fu possibile perché Israele e ANP avevano concluso gli Accordi di Oslo e Parigi. L’Unione per il Mediterraneo fu la pallida prosecuzione del Processo, entrò presto in crisi per l’ennesimo scontro che opponeva Israeliani e Palestinesi.
Le rivolte arabe del 2011, passate con l’improprio nome di Primavere arabe, sorprendono l’Unione, che tendeva invece a ritenere il mondo arabo bloccato nei regimi di sempre, autoritari in varia misura ma sostanzialmente stabili e vicini agli interessi occidentali. Si veda in particolare il caso dell’Egitto che, dopo la svolta impressa da Sadat nei Settanta, aveva preferito la pista americana alla sovietica e poi russa.
L’Unione deve aggiornare la politica di vicinato per tenere conto della nuova temperie araba. Nutre la speranza che i movimenti di popolo portino alla democratizzazione dei regimi e ad un nuovo clima di libertà. Una sorta di avvicinamento agli standard europei con la tardiva applicazione dei principi sottoscritti nella Dichiarazione di Barcellona. Si tratta soprattutto di intervenire presso la società civile per rafforzare le spinte democratiche.
Le spinte si traducono nella cacciata dei leader tradizionali. Si comincia in Tunisia con Ben Ali e si prosegue in Egitto con Mubarak. L’Occidente lascia fare confidando nella svolta che sarebbe venuta da libere elezioni. I due Presidenti erano rimasti al vertice per decenni, ogni volta rinnovando il mandato con votazioni plebiscitarie quanto dubbie.
La vittoria in Egitto di Morsi porta al potere quella Fratellanza musulmana che i precedenti regimi laici (Nasser, Sadat, Mubarak) avevano in varia misura avversato. Il tentativo di appeasement messo in opera dagli Americani (missione al Cairo della Segretaria di Stato Hillary Clinton) non danno gli effetti sperati. Il rovesciamento di Morsi ad opera dei militari viene accolto quasi con sollievo. Si torna all’autoritarismo di sempre, si combatte la Fratellanza, si conferma la Pace fredda con Israele. La Presidenza Al-Sisi interpreta fedelmente il passaggio.
Il Governo Likud in Israele procede per fatti compiuti avendo di fronte una dirigenza palestinese meno autorevole di quella del leader storico Arafat. Il processo di pace in Medio Oriente è più uno stilema del linguaggio diplomatico che un negoziato concreto. L’Unione continua nell’assistenza ai palestinesi ma è timida quanto a iniziative sul campo, si adagia sulla politica americana.
Il distacco americano dalle vicende mediorientali si accentua con l’Amministrazione Trump. Già prima Obama aveva dato segnali di ripiegamento. Egli scrive nelle memorie (Terra promessa, Garzanti, 2020) che all’esordio dovette affrontare l’esame di amicizia per Israele. Alcuni dubitavamo che fosse autenticamente vicino a quel paese giocando maliziosamente sul suo secondo nome Hussein. L’Unione può riempire il vuoto americano e palesemente desiste. Il vuoto è riempito in Siria dalla Russia e in Libia da Turchia, Russia, alcune potenze sunnite del Golfo. Attori terzi entrano nel Mediterraneo con l’intenzione di attestarsi stabilmente.
La conflittualità nel Mediterraneo allargato conosce varie crisi regionali e non una crisi generale. Siria, Israele – Palestina, Yemen, Libia, Iraq. Questi sono gli scenari principali dove si muovono gli attori regionali e gli attori globali. L’Unione interviene, quando interviene, di conserva. Salvo reagire con fratture interne alla crisi dei flussi migratori che giungono sul suo territorio attraverso le piste balcaniche e libiche, via terra e via mare.
Le Primavere arabe si consumano dopo un decennio in un falò di buone intenzioni e di modesti risultati. Torna in voga la realpolitik che porta alcuni paesi arabi a concludere accordi di mutuo riconoscimento con Israele. Sono gli Accordi di Abramo, il lascito più importante dell’Amministrazione Trump che l’Amministrazione Biden intende allargare ad altri soggetti, in primis l’Arabia Saudita.
La minaccia alla stabilità reginale non viene più dal fronte interno, in qualche modo tacitato, ma dal fronte esterno: dall’espansionismo dell’Iran. Le potenze sunnite convergono con Israele nel criticare il JPCOA del 2015 con la Repubblica Islamica, chiedono agli Stati Uniti di rivedere il Piano d’azione in modo da includere i missili balistici e la penetrazione nella regione attraverso le milizie sciite. Grazie a loro Teheran è in grado di influenzare la vita politica in Libano, Siria, Iraq, Yemen.
L’Unione europea è in cerca dell’autonomia strategica. La parola d’ordine ha numerosi significati. Anzitutto quello di costruire un’autentica politica estera, di sicurezza e di difesa comuni. E poi di convergere con gli Stati Uniti nel confronto con gli attori globali quali Russia e Cina. Il terreno d’elezione è nel Mediterraneo allargato.
* Già Ambasciatore, insegna Relazioni internazionali e Politiche europee presso Luiss, Federico II, Collegio europeo di Parma