di Bianca Della Pietra del 12/02/2021
Il messaggio di papa Francesco ci richiama a prenderci cura: “la cura del prossimo è il vaccino del cuore” e l’augurio “Sarà un buon anno se ci prenderemo cura degli altri”.
Come non ritornare con il pensiero a Don Milani e alla scuola di Barbiana aperta nel 1954. Qui, nell’originario edificio in comune di Vicchio, c’è un monito appeso alla parete dell’ingresso I CARE, scritto proprio così, in inglese. Io me ne occupo, Io me ne curo, il significato.
Quasi 54 anni sono passati dalla morte di Don Milani
Alla ripresa della scuola in presenza diverse voci si levano chi a favore della didattica a distanza e della sua efficacia, nonostante tutto e chi invece sostiene che essa non può assolutamente sostituire quella in presenza, sottolineando spesso gli aspetti relativi alle mancanze piuttosto che quelli positivi, comunque positivi.
“Lucio che aveva 36 mucche nella stalla disse <<La scuola sarà sempre meglio della merda>>” Questo recita un altro documento appeso all’interno. Tutte le nostre valutazioni sono sempre in rapporto a qualcosa. In questo caso, la condizione degli alunni di cui Don Lorenzo si occupava era di lavoratori dei campi, fin da piccoli e fino alla fine dei loro giorni, senza altre prospettive. La scuola apriva alle ore 8 e chiudeva alle 20. Per frequentarla erano richiesti alle famiglie una tuta di gomma, un paio di stivali, la borsa con il tegamino e una lampadina per rientrare a casa dato che a quell’ora faceva buio. Il principio della scuola era che non c’è limite all’imparare e che questo serve a diventare sovrani, cioè “…l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.” (da Lettera ai giudici)
Con questa introduzione vorrei sostenere due discorsi che vedo interconnessi tra di loro:
l’apprendimento come stato e disposizione mentale duratura, cui la fase della scolarità fa da supporto e da organizzatore;
la cura come condizione della vita umana.
Che impariamo per tutta la vita è un dato di fatto. Spesso però quest’azione (imparare è un’attività) viene investita di significati limitati e precari legati a specifiche fasi della vita, a precisi contesti o necessità: si impara quando si frequenta la scuola, quindi quando si è giovani o si deve imparare quando si affronta una situazione nuova, ad esempio un lavoro, allora si deve. E spesso questo vissuto abbastanza di frequente come qualcosa che, rompendo le abitudini, provoca un certo disequilibrio, disarmonia se non vero e proprio sconquasso.
Mai come in questo tempo di pandemia abbiamo dovuto imparare a comportarci ad esempio, secondo regole che ci erano finora estranee e che pare debbano durare lo spazio/tempo di un colore: rosso, arancione o giallo. Nel colore bianco addirittura che possiamo dimenticarcele. L’apprendimento ha bisogno di tempi lunghi e di rinforzi che possano aiutarci a stabilire quelle connessioni neuronali che costituiranno tracce mnestiche, cioè di memoria, tali da poter entrare a far parte di quello che si chiama comunemente “bagaglio di apprendimento”.
E la capacità riflessiva, tipica dell’essere umano, unita alla parola strumento del pensiero e della comunicazione ci consentono di progredire nel percorso di apprendimento, anche prendendo strade diverse da quelle di partenza sulla base di scelte più o meno ponderate o razionali, ma sempre scelte di cui portiamo la responsabilità.
Nevio Santini, alunno di Don Milani racconta, “Non c’è mai limite di imparare. Si deve imparare sempre e da tutti”. E continua: “A 17 anni non avevo più paura di nulla, mi sentivo di essere diventato come lui ci classificava: ‘un giovane sovrano’. Perché Barbiana era una scuola di vita, bisognava imparare tutto di quel che poi ci poteva servire nella vita: non si stava tanto a studiare geografia, matematica, storia quanto l’insegnamento di vita portandoci a conoscere tutti i giorni le necessità e le opportunità che avevamo davanti per immetterci in questa vita nuova: ecco perché ci è servito il suo insegnamento”.
Anche adesso che la scuola vive un tempo diverso, per alcuni è stato sospeso, per altri ha continuato con regolarità, gli alunni imparano. Anzi hanno la grande occasione di imparare come funziona la scuola (organizzazione, chi fa cosa, chi dipende da chi), come funziona il digitale o meglio, come potrebbe funzionare e magari non funziona per tutti. Quindi chi ha diritto e possibilità di accesso (v. in proposito J. Rifkin) e chi ne ha di meno o per nulla, quanto contino i rapporti sociali (e non solo in ambito scolastico), quanto difficile sia imparare da soli, alla fine. La scuola è la vita, a distanza o in presenza, non è solo per la vita. Vale per tutti, alunni, insegnanti e genitori, ministri compresi.
E di quello che abbiamo dobbiamo aver cura, per quel che c’è, nodo o snodo anche per quel che sarà, spesso frutto di quel che è stato.
La salita che conduce alla scuola di Barbiana e quel cartello I CARE che si trova in entrata costituiscono immagini mentali di supporto alla fatica dell’apprendere e ciò che ci conquistiamo con fatica, ha maggior valore ma richiede cura continua.
La cura che va data alle persone, di ogni provenienza e cultura, considerando gli alunni appunto come persone, portatrici di diritti e storie da conoscere e rispettare, ma cura anche degli spazi e dei materiali. Assolutamente sciocca è stata l’attenzione mediatica ai banchi delle scuole (con rotelle o senza). Nel vedere le immagini delle aule che dopo l’estate avrebbero ospitato gli studenti, in particolare delle scuole dalla primaria in poi chiunque avrebbe capito che in quegli spazi l’apprendimento sarebbe dipeso solo dai suoi frequentatori, senza mediazioni di oggetti e spazi: assolutamente poco realistico, se non per i super strutturati con un senso del dovere smisurato ma, forse, senza senso critico. Per contrasto poi sui social comparivano “gli asili nel bosco” (asili, parola da dimenticare), le scuole all’aperto, le immagini di studenti fuori dalle loro scuole con i computer. Veniva così messa in opposizione una scuola ricca di stimoli con una scuola nuda, ma di cui, comunque, si sentiva il bisogno. La scuola è un importante organizzatore del pensiero e del comportamento. Necessita di attenzione e cura costante, non solo mediatica e impossibile da attuare con il continuo cambio di responsabili/ministri/dirigenti scolastici che con la loro presenza spesso vogliono marcare un territorio piuttosto che far crescere il senso civico che all’interno dovrebbe svilupparsi.
Pur nei limiti della visione di Don Milani, dovuti al tempo storico e alle sue scelte di vita, che ne fanno un insegnante-missionario in qualche modo, l’importanza che egli attribuisce alla scuola come “l’ottavo sacramento” dovrebbe farci riflettere.
E lo strumento principe è la parola che, come dice ancora Don Milani, “è la chiave fatata che apre ogni porta”.
Le parole usate oggi in politica per descrivere la scuola sembrano rientrare più nel vocabolario dei venditori urlatori che in quello dell’istituzione che si preoccupa dell’apprendimento, che ne ha cura.
Il dialogo di Giorgio Gaber sembra rappresentarlo bene soprattutto negli effetti che produce:
“Secondo me quella sedia lì va spostata
Anche secondo me quella sedia lì va spostata
Facile dirlo quando l’han detto gli altri
Se è per questo sono anni che lo dico e nessuno mi ascolta
Da una approfondita analisi storica e sociologica viene fuori che quella sedia pesa dai nove ai dieci chili
Non sono d’accordo. Dai sondaggi il 2% degli intervistati dice che pesa dai cinque ai sei chili, il 3% dai sei ai sette chili, il 95% non lo so e non me ne frega niente. Basta che la spostiate
Secondo me per spostarla bisognerebbe prenderla con cautela per la spalliera e la metterla da un’altra parte
Eccesso di garantismo. Al punto in cui siamo non resta che affidarsi a una figura autorevole e competente, forse un tecnico. Magari di destra appoggiato dalle sinistre
Un tecnico? No, un tecnico non può garantire la stabilità della sedia e poi costituisce un’anomalia antidemocratica e anticostituzionale
Se è così cambiamo la Costituzione
Non è una cosa che si può fare da un giorno all’altro. Nel frattempo propongo di indire un referendum
Non si troveranno mai 500.000 firme per spostare una sedia
E allora non c’è scelta: elezioni anticipate
No, le elezioni oggi no. Sarebbe troppo grave per il Paese. Forse domani
Rimane il problema urgente della sedia da spostare
Su questo sono d’accordo. Può essere un punto di incontro
Parliamone Parliamone Parliamone Parliamone”
Forse per questo sono stati inventati i banchi con le rotelle.
Siti e testi consultati:
http://www.giorgiogaber.it/discografia-album/la-sedia-da-spostare-prosa-testo