di Marko Marinčič del 12/02/2021
Chi scrive era ancora un giovane cronista quando, nella seconda metà degli anni ’80, regnante il sindaco Antonio Scarano, il Comune di Gorizia fece elaborare un organico piano del traffico. Non so da chi venne l’ impulso essendo il sindaco espressione dell’allora ancora potentissima e immobilista lobby dei commercianti goriziani. La Jugoslavia non si era ancora dissolta, il commercio viveva della rendita del confine. La città era quotidianamente invasa da migliaia di acquirenti sloveni e persino croati ed altri. Piazza Vittoria era ancora un caotico e degradato parcheggio, nelle storiche vie Garibaldi, Mazzini, Rastello le automobili arrancavano, seppur a fatica, e i pedoni si muovevano circospetti, rasente i muri, sui quasi inesistenti marciapiedi, per non farsi investire. Di piste ciclabili favoleggiavano solo alcuni rari utopisti. Si diceva esistessero in Olanda, come i mulini a vento.
Ebbene, in quel contesto un gruppo di competenti progettisti, dopo aver studiato dettagliatamente i flussi e la conformazione urbana, elaborò l’unica proposta sensata e possibile per uno snellimento del traffico automobilistico in una città a sviluppo longitudinale, come Gorizia: due direttrici a senso unico, una in entrata città sull’asse delle vie Di Manzano, d’Aosta, Sauro, De Gasperi e Roma fino a Piazza Vittoria, l’altra lungo Corso Verdi e Corso Italia in direzione sud. In futuro tale proposta avrebbe persino potuto aprire la via alla progressiva pedonalizzazione di Corso Verdi e delle vie laterali con lo spostamento del flusso di veicoli su Via Cadorna.
Quella proposta venne accolta dai commercianti e dall’amministrazione locale, espressa dagli stessi, come una bestemmia in chiesa. Lì ebbe inizio la maledizione che ancora incombe sul piano del traffico cittadino. Nei tre decenni abbondanti che seguirono, nessuno ebbe più il coraggio di attuare un organico piano della mobilità urbana sostenibile, come oggi si dice. Nel frattempo, il commercio andò lo stesso in malora, non a causa dei paventati limiti al libero scorrazzare dei SUV, ma perchè il mondo si era evoluto, il flusso di acquirenti transfrontalieri si era dapprima interrotto e poi invertito. Ci fu qualche parziale tentativo di riqualificazione del centro urbano, si fecero le prime limitate oasi pedonali, persino in un breve tratto di Corso Verdi con gran profitto e soddisfazione dei negozianti e dei gestori dei locali prospicienti che meglio di altri colleghi sopravvissero alla crisi. Si fecero alcuni percorsi ciclabili, sconclusionati e pericolosi, ricavati com’erano sui marciapiedi e sui controviali del Corso, dove i ciclisti venivano costretti a pericolosi slalom tra pedoni e tavolini dei bar.
Ma un vero piano della mobilità urbana, quello no. Nessuno, nemmeno nella breve parentesi della giunta di centrosinistra nei primi anni 2000, ebbe il coraggio di attuarlo. E non ce l’ha nemmeno l’attuale giunta Ziberna, alla quale pur bisogna dare atto di avere abbattuto un tabù nel centrodestra avviando con l’attuazione del senso unico in Corso Italia una parziale riforma, da subito e impropriamente battezzata “rivoluzione” dalla stampa locale.
Rivoluzione sarebbe stata se Gorizia, prossima capitale europea della cultura, avesse preso esempio da qualche capitale europea. Da Parigi, ad esempio, dove la sindaca socialista Anne Hidalgo, dopo aver pedonalizzato numerose piazze e strade realizzando nel contempo un’efficace rete ciclabile, sta avviando la pedonalizzazione degli Champs-Élysées. Da autostrada urbana ad 8 corsie percorsa ogni ora da più di 3 mila automobili, questo viale di quasi 2 chilometri si trasformerà progressivamente in parco urbano ad uso esclusivo di pedoni e ciclisti. Non lo si farà solo con qualche modifica della segnaletica orizzontale, come si sta facendo in Corso Italia a Gorizia, ma sventrando l’asfalto, piantando alberi e siepi, creando aiuole e laghetti, dando spazio ai pedoni, ai dehors dei bar e alle griffes commerciali più prestigiose i cui titolari plaudono entusiasti all’intervento.
A Gorizia no. Per molto meno si è trovato qualcuno che senza il minimo senso del ridicolo parla si “scempio”. Bisogna dare atto al sindaco Rodolfo Ziberna, vista la congrega politica di cui si circonda, di aver dimostrato un qualche coraggio. L’intervento in Corso Italia ha alcuni contenuti apprezzabili. Vediamoli.
1. Restituisce i controviali ai pedoni, ai tavolini dei bar, agli esercizi commerciali, togliendo l’attuale pericolosa e impropria pista ciclabile. Si recuperano così spazi di vivibilità urbana a tutto vantaggio delle attività economiche ivi presenti;
2. Si realizza, finalmente, una adeguata e più sicura pista ciclabile, ricavandole uno spazio protetto sull’attuale sede stradale;
3. Si snellisce e ci si avvia timidamente a limitare il traffico automobilistico per mezzo del senso unico, seppur probabilmente nel senso sbagliato, come si dirà in seguito.
Dopo oltre 30 anni di immobilismo, non è poco. Finalmente si va nella direzione giusta, ma lo si fa con troppa timidezza, in modo parziale, senza una visione organica della mobilità urbana. Si finisce così per scontentare un po’ tutti. Detto dei punti positivi, vediamo quelli negativi. Anche questi sono essenzialmente tre.
1. La fila di parcheggi ricavati al centro della carreggiata, a ridosso della nuova ciclabile: esteticamente sono una bruttura, ma sono anche un pericolo per i ciclisti (apertura improvvisa di portiere) e un ostacolo al fluire dei veicoli. Il tutto per ricavare qualche decina di posti macchina, mentre se ne potrebbero ricavare diverse centinaia (e liberare altrettanti spazi di superficie) realizzando un decente parcheggio multipiano nell’adiacente via Manzoni;
2. Il senso di marcia veicolare previsto è sbagliato e porterà all’inutile incrociarsi dei flussi in entrata/uscita dalla città sulla rotonda di Piazzale Saba; molto meglio sarebbe stato il senso unico in uscita sul Corso e, magari, il senso unico in entrata città lungo Via d’Aosta, come indicava il già citato piano del traffico abortito negli anni ’80;
3. Legato a questo è il problema della mancanza di un progetto organico; bene la ciclabile in Corso, la prima decente a Gorizia, bene il tentativo di rendere più vivibile “il salotto buono” della città, ma tutto ciò va inserito in un piano complessivo di riorganizzazione della mobilità urbana, considerando anche le esigenze e i possibili miglioramenti della rete del trasporto pubblico. In mancanza di una visione più organica è invece troppo facile prevedere i contraccolpi negativi con ingorghi e intasamenti che si stanno già vedendo sull’asse di Via d’Aosta e che probabilmente richiederanno a breve interventi correttivi.
Purchè a questi si arrivi e non si decida di tornare indietro sull’onda del putiferio che l’intervento in Corso sta scatenando nel centrodestra. Quattro consiglieri comunali, già da tempo per vari motivi in rotta di collisione col sindaco, hanno già scatenato la gazzarra al grido di NO alla ciclabile, SI al libero fluire delle auto. La raccolta di firme avviata sembra attirare molte allodole: chi nel 2021 pensa ancora che il centro cittadino debba essere dedicato in primo luogo alle automobili, chi sul tema sfoga malesseri esistenziali, chi da odiatore professionale sui social non vuole perdere anche questa occasione, chi “no se pol” e basta, chi masochisticamente si mobilita contro i propri stessi interessi. Per paradosso, infatti, alcuni titolari di pubblici esercizi, che coi propri tavolini sui controviali del Corso sarebbero tra i principali beneficiari della nuova viabilità, stanno raccogliendo firme per ripristinare lo “status quo ante”. Verrebbe voglia di fargli sloggiare i tavolini e disegnare un paio di posti auto sul controviale davanti agli ingressi dei loro bar…
La rivolta sta scuotendo il centrodestra, tanto che il sindaco ha messo sul piatto la minaccia delle dimissioni nel caso che i mal di pancia portassero alla perdita della maggioranza in occasione del prossimo voto sul bilancio. La vicenda del Corso in sé non è di portata tale da scalfire il consolidato sistema di potere locale, ma potrebbe rivelarsi essere il catalizzatore di tanti rancori e malumori nei confronti dell’attuale amministrazione. La caratura dei malpancisti e la loro confusione di idee non sembra portare ad alcuno sbocco che non sia l’eterno immobilismo. Ci vorrebbe forse qualcuno che sul piano della mobilità urbana come su tanti altri temi che richiedono piani organici e visioni di futuro della città sapesse e volesse fare un salto di qualità. Il centrodestra propone timidezza o restaurazione. E il centrosinistra? Se c’è, che batta un colpo.