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Salute o economia?

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di Davide Strukelj del 13/12/2020

Assistiamo in questi giorni e mesi a uno stucchevole dibattito sulle priorità da considerare nella lotta alla pandemia da SARS-CoV-2, ovvero la cosiddetta COVID-19.

Il tema del dibattito verte sulla questione se nelle scelte politiche del governo debba prevalere la tutela della salute delle persone o la salvaguardia dell’economia.

Sintetizzando molto, e un po’ provocatoriamente, bisognerebbe decidere se sia meglio avere una popolazione più sana ma più povera, oppure una popolazione meno povera ma col rischio di comprometterne la salute.

Come si dice in casi come questo, dove il dibattito pare essere fortemente polarizzato, tertium non datur, ovvero non ci sono opzioni intermedie. Ci torneremo più tardi.

Ho già sostenuto altrove che la scelta politica non può prescindere dalla competenza tecnica (economica, medica, ecologica o di altro ambito scientifico, a seconda dei temi trattati), così come deve tenere conto dei movimenti sociali e delle opinioni della popolazione (“La chimera politica ai tempi della pandemia” reperibile al link rb.gy/uqzgsr). Allo stesso tempo chi governa non può e non deve cedere l’onere della scelta ad alcuno di questi attori.: le scelte politiche rimangono necessariamente in capo alla politica, la quale ne ha il diritto, il dovere e la responsabilità. Da qui, se vogliamo, si può trovare un punto di partenza per una possibile analisi sulla scelta “economia o salute” ai tempi della pandemia. Infatti, dopo quasi un anno dall’inizio dell’infezione, possiamo analizzare quanto è accaduto e quindi valutare sulla base dei risultati concreti se le scelte e le strategie messe in campo fino ad oggi dal nostro Governo abbiano salvaguardato la salute dei cittadini o il sistema economico.

Prima di procedere, e se mai ce ne fosse il bisogno, ribadisco che è sempre facile giudicare a posteriori ovvero, come si suole dire, il senno di poi è una scienza esatta. È però anche vero che se si vogliono valutare le scelte e capire se sono possibili eventuali correzioni o modifiche di strategia, è importante poter verificare con serenità quanto accaduto, senza che posizioni preconcette inficino l’analisi e l’eventuale critica.

In analisi di questo tipo i dati, si sa, possono parlare e fornire indicazioni interessanti. A tal fine è però necessario uscire dalla trappola (emotiva) e dai possibili errori di interpretazione dovuti alla presentazione di valori assoluti. Qualsiasi numero può apparire grande o piccolo a seconda dei riferimenti che ci vengono forniti.

Possiamo allora confrontare alcuni dati al loro contesto, ad esempio agli stessi dati di altri paesi, e vedere così com’è andata la nostra politica, e quindi quali effetti hanno prodotto le scelte adottate e le strategie messe in campo, paragonandole a quanto successo in altre nazioni.

Quali dati possiamo osservare per una prima analisi di livello macroscopico?

Per l’economia le stime sulla variazione del PIL 2020 sono un dato ufficiale, elaborato da enti terzi e facilmente reperibile oltre che confrontabile (sono variazioni, dunque riferiscono ai valori precedenti della medesima economia).

Preciso che personalmente non sono certo che il PIL sia il miglior indicatore dello stato di salute di un’economia, né la miglior misura della sua dimensione e del suo valore, ma bisogna accettare che questo indice sia oggi universalmente adottato a tale scopo. Certamente si potrebbero utilizzare altri indicatori, come tassi di sviluppo, di occupazione, di disoccupazione, di reddito o altro, ma questi sarebbero molto difficili da correggere per essere confrontati, stanti le enormi differenze correnti tra gli stati esaminati.

Per misurare l’impatto del COVID-19, i dati potrebbero essere diversi.

Da un lato il numero dei positivi ai tamponi molecolari fornisce una misura della cosiddetta incidenza, così come il numero di malati totali determina la prevalenza della malattia, ma sappiamo che vista l’elevata percentuale di asintomatici il rischio che questo numero sia inficiato da politiche di screening è consistente (banalmente, ogni paese può scegliere a chi fare tamponi: solo agli sintomatici, a tutti, solo agli ospedalizzati, etc, e di conseguenza tali scelte impatterebbero significativamente sulle rilevazioni e quindi sull’analisi che vorremmo condurre).

La mortalità ci dice forse qualcosa di più preciso, anche perché, come ha recentemente spiegato Graziano Onder, responsabile del rapporto sulla mortalità da coronavirus dell’Istituto Superiore di Sanità, “chi rientra nei bollettini del SARS-CoV-2 è morto per COVID-19″. In altre parole: “se non avesse contratto il virus, oggi sarebbe con ogni probabilità vivo”, anche perché “abbiamo rilasciato indicazioni precise, sviluppate dall’OMS, su come si certifica un decesso” (Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2020).

Dunque la mortalità correlata alla malattia, rapportata alla popolazione naturalmente, può fornire un buon indice di paragone tra nazioni.

Nella tabella è riportato un elenco di nazioni con  le rispettive  variazioni di PIL previste dal Fondo Monetario Internazionale per il 2020, aggiornate a fine ottobre di quest’anno, e le mortalità per milione di abitanti attribuite al SARS-CoV-2 secondo quanto stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e aggiornati al 1 dicembre 2020.

I dati sono stati ricavati rispettivamente da:

Al fine di confrontare graficamente tali dati e poterli analizzare con facilità, abbiamo normalizzato gli stessi rispetto alla media (così da ottenere scostamenti in positivo o in negativo e una centratura sul valore medio del campione considerato, sia per la variazioni del PIL, sia per la mortalità).

Il grafico  riporta la distribuzione di tali dati per i paesi analizzati.

Per facilità di comprensione, l’asse delle ascisse (orizzontale) riporta gli scostamenti relativi della mortalità per milione di abitanti, dunque i valori più a destra sono quelli dei paesi con minore mortalità relativa e quindi con un risultato sanitario migliore. Allo stesso modo, i valori in ordinata (asse verticale) riportano in alto gli scostamenti positivi del PIL rispetto alla media, ovvero i risultati economici migliori.

Per schematizzare, in questo grafico il quadrante in alto a destra contiene i paesi con risultati sanitari migliori e minore costo dal punto di vista economico; il quadrante in basso a destra contiene i paesi che hanno salvaguardato la salute meglio della media, anche se a costo di peggiori performance economiche; nel quadrante in alto a sinistra troviamo i paesi che hanno ottenuto andamenti economici migliori della media ma condizioni sanitarie peggiori, ed infine nel quadrante in basso a sinistra i paesi che hanno registrato risultati peggiori sia dal punto di vista economico che sanitario, sempre rispetto alla media delle 20 nazioni che abbiamo preso in considerazione.

In questa analisi non si vuole entrare in valutazioni approfondite sui risultati ottenuti dal nostro Paese, né si desidera produrre critiche sulle decisioni prese o valutazioni di merito. Taluni a riguardo hanno provato a entrare in speculazioni più o meno spinte, spesso scontrandosi con la realtà dei fatti e con la difficoltà di confronti specifici. Ad esempio, in analisi simili sui cluster di età, si è evidenziato che la popolazione italiana è mediamente più longeva e quindi anziana e suscettibile a complicazioni da infezioni da SARS-CoV-2, ma agli stessi è già stato ribattuto che il Giappone, pur avendo una popolazione simile da questo punto di vista, ha ottenuto risultati complessivamente migliori.

Personalmente, al netto di quanto premesso, faccio fatica a non notare come probabilmente in Italia qualcosa non abbia funzionato benissimo: forse si poteva davvero fare meglio. Ma la domanda alla quale non posso non cercare di rispondere riguarda proprio l’introduzione di questa breve analisi, ovvero il fatto che il dibattito al quale stiamo assistendo, spesso caratterizzato da toni eccessivi e radicali, tende costantemente a polarizzare gli argomenti fino a cadere nel discutere per categorie e per “partito preso”. Tale dinamica, a mio modesto avviso, è indice di una forma sociale tipica della nostra storia e cultura.

Per spiegarmi meglio, vorrei ricorre alla schematizzazione già utilizzata da Ferdinand Tönnies nella sua differenziazione tra Gemeinschaft e Gesellschaft.

Secondo Tönnies le persone hanno due modalità di aggregazione: la comunità (Gemeinschaft) e la società (Gesellaschaft). Nella prima il fattore determinante è il comune sentire emotivo di appartenenza, nella seconda è un interesse specifico, un contratto.

Fu Max Weber a spiegare ancora meglio la differenza tra le due forme di convivenza, dicendo che nelle comunità le persone tendono a stare insieme anche se le forze esterne fanno di tutto per dividerle, mentre nelle società le persone farebbero di tutto per dividersi anche se le forze esterne (il contratto per l’appunto) tendono a mantenerle unite.

Ebbene, a mio parere, spesso in Italia le persone si comportano molto da membri di una società e molto poco da componenti di una comunità. In questo nostro modo di sentire, forse, si nasconde il motivo della grande divisione tra categorie, della poca solidarietà trasversale, della scarsa aderenza alle regole e del modesto spirito nazionale e di comunità che invece aiuterebbero molto a guidare un popolo in momenti tanto complessi come quelli che stiamo attraversando. In altre parole, per massimizzare i risultati, tanto sanitari quanto economici, non è di alcuna utilità dividersi per gruppi e incolpare gli uni gli altri, o difendere categorie specifiche a discapito di altre, o ancora assumere a danno accettabile il sacrificio di alcuni, siano questi membri di determinate fasce anagrafiche o economiche. Sentirsi patrioti quando si gioca la finale dei mondiali di calcio o quando qualche connazionale diventa famoso per i meriti acquisiti non è sufficiente. Per affrontare le difficoltà serve ben altro.

In conclusione, forse non è un caso che i paesi del quadrante in alto a destra nel grafico, quelli che se la sono cavata meglio fin’ora, siano quasi tutti caratterizzati da un forte sentimento di appartenenza e da un diffuso senso dello Stato, così come potrebbe non essere un caso che gli stati del quadrante in basso a sinistra, quelli che hanno avuto maggiori problemi, siano caratterizzati da forti divisioni interne e da dinamiche talvolta anche conflittuali.

O forse è davvero solo un caso.

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