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The Dis-United States of America?

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di Omar Greco dell’11/11/2020

Houston abbiamo un problema! Prendo in prestito la famosa frase pronunciata cinquant’anni fa da Jack Swigert, Astronauta della missione Apollo 13 e poi ripresa dal celebre film diretto da Ron Howard nel 1995, per iniziare questa riflessione sulle elezioni americane appena svoltesi, in un clima, quasi, da Guerra civile 2.0. Solo che qui la posta in palio non era l’abolizione della schiavitù e non abbiamo a che fare con Abraham Lincoln, ma riguardava la liberazione dal Governo del Presidente populista per antonomasia, Donald Trump.

C’è un dato che deve farci riflettere: dall’alba del nuovo secolo e cioè dalla famosa vittoria di George W. Bush su Al Gore nello Stato della Florida (22 milioni di abitanti circa) per 537 voti, affermazione (contestatissima) che consegnò a Bush la vittoria con 271 grandi elettori, le legittimità a governare dei Presidenti degli Stati Uniti che si sono succeduti (Bush, Obama e Trump) è stata, per ragioni diverse, messa in discussione da una quota crescente di elettori, fenomeno che ha contribuito a polarizzare lo scontro politico ed a dividere la nazione, come non succedeva da un pezzo.

Quindi, oltre ai problemi strutturali di cui soffre il Paese, ad esempio, le tensioni razziali e le disuguaglianze ed ai problemi emergenti ed attualissimi, vedi la pandemia, esiste anche la preoccupazione di mettere in sicurezza la democrazia americana? O perlomeno di dover assistere impotenti ad un suo indebolimento?

Certo, vedendo la reazione del Presidente Trump alla sconfitta (che a differenza della notte elettorale si preannuncia piuttosto netta), qualche preoccupazione rimane.

Molti analisti ritengono che per come si stanno mettendo le cose, gli spazi di contestazione del risultato per Trump si fanno sempre più stretti, tant’è che nel momento in cui sto scrivendo queste righe, si inizia ad ipotizzare lo scenario della resa da parte del Presidente uscente.

Badate bene, resa non significa che Trump uscirà di scena elegantemente, non è nel suo stile. Il solo fatto che non abbia ancora riconosciuto la vittoria di Biden e non lo abbia ancora chiamato per riconoscere la sconfitta, come prevede il protocollo, nonostante la proclamazione e quindi l’ufficialità del suo trionfo,  è la prima volta che accade nella storia degli USA, rende plastica la dimensione del problema che si deve affrontare.

Per resa intendo che sarà obbligato dai fatti a lasciare lo studio ovale, ma un minuto dopo, stiamone pur certi, inizierà a bombardare il quartier generale cercando di delegittimare il lavoro del nuovo Presidente e di mantenere ben viva la faglia aperta nella società americana, condizione che gli ha permesso quattro anni fa di accomodarsi alla Casa Bianca. 

In queste ore convulse si parla anche di una sua possibile ricandidatura nel 2024 oppure che decida di farsi da parte lasciando spazio a qualcuno del suo clan (la figlia Ivanka?).

Certo che prevedere qualsiasi cosa con Trump è un esercizio inutile. Staremo a vedere.

Vorrei ora concentrarmi però su una breve analisi di quello che nelle urne è veramente successo il 3 novembre. Si deve partire da un primo dato.

Questa è stata l’elezione con la più alta affluenza della storia del Paese ( questo vorrà pur dire qualcosa). Ma è anche stata solo la terza volta nella storia che un Presidente uscente che si ricandida non viene rieletto. E anche questo qualcosa ci dice.

Ad esempio che l’affermazione di Joe Biden, che ha preso cinque milioni di voti in più di Trump, è stata netta nonostante il Presidente abbia mobilitato fino in fondo il proprio elettorato superando i settanta milioni di voti conquistati.

Non dobbiamo dimenticare poi che negli USA non vince chi su base nazionale prende più voti, in quel caso nel 2016 avremmo avuto Presidente Hillary Clinton e Trump sarebbe rimasto il Tycoon famoso per il reality show The Apprentice (yuo’re fired!), ma si impone chi conquista la maggioranza dei Grandi elettori espressione dei 50 Stati che compongono la Federazione.

Che cosa è successo allora rispetto all’ultima volta?

Il Paese si conferma diviso in due blocchi. Da una parte l’America rurale e profonda, WASP (white anglo-saxon protestant), che fatica ad accettare i cambiamenti demografici e sociali, richiede protezione dalla globalizzazione ed è ancora legata al culto delle armi e dall’altra l’America che trovi quando atterri a New York (East Coast) oppure a Los Angeles (West Coast), dove si trovano la maggior parte delle metropoli statunitensi.

Un altro Paese potremmo dire, dove i bianchi non sono più la maggioranza assoluta, la popolazione ispanica (la componente che esprime oggi il tasso maggiore di fertilità e quindi è destinata a crescere nel futuro) e quella nera rappresentano una “minoranza” molto rilevante, per non parlare degli americani di origine asiatica o appartenenti ad altri gruppi etnici. Insomma, la parte più dinamica della Nazione.

Anche questa volta il blocco rosso è andato quasi totalmente a Donald Trump (come si vede gli USA sono un altro mondo anche nei colori con i quali classificano la destra e la sinistra), mentre quello blu a Joe Biden.

Rispetto al 2016 però qualcosa è cambiato, altrimenti i Repubblicani sarebbero ancora al Governo.

Che cosa esattamente?

Due elementi hanno fatto la differenza a favore del candidato Democratico.

Innanzitutto la grande partecipazione al voto delle cosiddette minoranze, sia quella dei latinos sia la componente nera, in particolare quest’ultima che era stata, per ovvie ragioni, fortemente mobilitata con Obama, nel 2016 aveva partecipato meno alla competizione elettorale a tutto vantaggio di Trump. In questa tornata, grazie anche al voto per posta, è tornata a mobilitarsi facendo la differenza in alcuni Stati a favore dei Democratici.

In secondo luogo, gli Stati della cosiddetta Rust belt (cintura della ruggine), così denominati perché interessati negli ultimi vent’anni da fenomeni spinti di deindustrializzazione e spopolamento, elementi che hanno portato ad un evidente impoverimento della working class (in prevalenza bianca) che l’ultima volta si è affidata al messaggio populista di Trump (Make America great again in soldoni significa riporteremo i posti di lavoro e le fabbriche negli States dopo che la globalizzazione li ha delocalizzati in Asia), sono tornati a colorarsi di blu facendo la differenza a favore di Biden.

Mi riferisco in particolare al Michigan, storicamente sede della grande industria automobilistica americana, la Pennsylvania ed il Wisconsin. In pratica, il vecchio cuore manifatturiero americano. Qui si è creato il cortocircuito che ha contribuito in modo determinante all’ascesa del trumpismo. Questa vasta regione ha conosciuto un forte decadimento dovuto ad una varietà di fattori, dal declino della filiera dell’acciaio e del carbone al forte aumento dell’automazione, che ha espulso dal ciclo produttivo migliaia e migliaia di persone in carne ed ossa. Certo, alcune zone e Città sono riuscite a contenere il fenomeno, riorientando il proprio sistema produttivo verso i servizi e le industrie ad alto contenuto tecnologico, ma altre non ce l’hanno fatta, come viene ampiamente testimoniato dall’aumento dei tassi di povertà e dalla diminuzione della popolazione.

Qualche esempio. Detroit (Michigan) ha perso in quindici anni il trenta per cento della sua popolazione, Cleveland (Ohio) il venti, Pittsburgh (Pennsylvania) il dieci.

Quindi, un pezzo di elettorato che nel 2016 aveva scelto il Tycoon oppure si era astenuto dal voto, è tornato a casa ed ha permesso la vittoria del partito dell’asinello. Capiamoci bene però; i margini elettorali in termini di voti assoluti in questa zona del Paese sono molto risicati, segno che nonostante le promesse di Trump non siano state mantenute, la presa del populismo rimane ancora forte. Qui il lavoro da fare per il campo democratico rimane molto grande.

Non dimentichiamo poi che anche nel Sud, da decenni fortino Repubblicano, i Democratici avanzano.

Non solo vengono riconfermati Stati come New Mexico e Colorado, ma Biden conquista addirittura l’Arizona (era dai tempi di Clinton che non succedeva) ed in altri Stati del Sud la forchetta si accorcia. In Texas, ad esempio, la sconfitta dei Democratici è molto meno pesante di un tempo (ed alcune Contee sono saldamente blu ormai) e mentre scrivo la Georgia non è stata ancora assegnata (Biden è davanti di pochissimo e probabilmente si andrà a riconteggio).

Anche qui è bene spiegare le ragioni del fenomeno. Cosa succede nel Sud? I Democratici stanno diventando di colpo più simpatici?

Assolutamente no. Anche qui, in qualche modo ne abbiamo parlato prima, la composizione demografica del paese sta mutando, la popolazione bianca diminuisce di numero e cresce quella di altre componenti, in questa zona del Paese in particolare quella degli ispanici.

Tutto ciò si riflette sul voto. E’ ragionevole pensare che nei prossimi anni il tradizionale colore elettorale rosso, che da decenni caratterizza il Sud, possa mutare e la competizione elettorale in questa zona possa diventare molto più aperta per i Democratici. 

Già che ci siamo sfatiamo anche un altro tabù. Nonostante qualcuno lo pronosticasse, Trump non ha perso a causa del Coronavirus e questo penso sia un elemento che debba farci riflettere a fondo.

Il Paese più colpito al mondo dal virus per responsabilità di una gestione criminale (non mi sovviene un termine più adatto per quello che voglio trasmettere) della pandemia da parte del Presidente non lo punisce per questo. Ed è pacifico sia così, altrimenti non si spiegherebbe come nei dieci Stati americani più colpiti dal virus (in rapporto alla popolazione), nove siano stati conquistati da The Donald.

Ora che succederà? Difficile da dire, ma proviamo a fare qualche previsione.

Va detto che la sfida al Senato, dove non si sa ancora chi avrà la maggioranza, sarà decisiva per capire la libertà di manovra del neo Presidente. Se il Senato rimanesse in mano ai Repubblicani infatti, alcune grandi scelte dovrebbero essere “condivise” o se preferite “mediate” con il partito dell’elefantino, a partire dalla scelta dei Ministri, i membri dei vari Gabinetti e gli Ambasciatori.

Al netto di questa incognita però, Biden ha già annunciato che comunque farà nei primi cento giorni del suo mandato (e non solo) scelte in assoluta discontinuità con il suo predecessore, anche facendo ricorso agli ordini esecutivi, che sono di esclusiva prerogativa presidenziale.

Vediamoli brevemente.

Gli Stati Uniti torneranno ad aderire agli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici, rientreranno nell’Organizzazione mondiale della Sanità e non faranno più mancare il loro sostegno economico, il neo Presidente cercherà di difendere dall’assalto ideologico dei Repubblicani l’Obamacare, la riforma sanitaria approvata da Obama nel 2010, pensata per ampliare la copertura sanitaria dei cittadini statunitensi, lavorerà per impostare un Green new deal con l’obiettivo, nei prossimi quattro anni, di iniziare negli States la transizione dall’energia fossile a quella sostenibile.

E in politica estera? Qui è destinata a finire in soffitta la politica (e la retorica) dell’America First!

In particolare, privilegerà un approccio multilaterale e di cooperazione con gli altri Paesi del mondo e dovrà sciogliere due nodi che durante l’era Trump si sono attorcigliati.

Il primo (strategico) è il rapporto con la Cina, la potenza emergente, che tutti i think-tank di politica internazionale tratteggiano come il vero competitor, per la leadership globale economica e militare, degli Stati Uniti per i prossimi decenni.

Il secondo è il rapporto con l’Europa. L’alleanza tra UE e States ha rappresentato l’epicentro attorno cui ha ruotato l’ordine internazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Alla Conferenza di Monaco nel 2019, non a caso, il Senatore Joe Biden aveva rassicurato l’Europa, recuperando toni più consoni al dialogo transatlantico, rispetto a quelli più ruvidi usati da Donald Trump durante il suo mandato, esclamando: “We will be back”.

Ora, è evidente che il rapporto con il Vecchio continente tornerà ad essere centrale nelle nuova politica estera americana, ma dobbiamo anche essere consapevoli che comunque non cambierà un assunto che si è fatto strada almeno dalla fine degli anni novanta, e cioè che la regione europea non è più determinante sullo scacchiere internazionale (per svariate ragioni, ma la discussione ci porterebbe troppo lontano) e che i grandi teatri dove oggi si consuma il vero scontro geopolitico ormai sono altri. Questa è la cruda verità e l’Europa farebbe bene a tenerne conto mentre sta faticosamente costruendo il proprio futuro.

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