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La condizione femminile a Monfalcone negli anni del regime fascista

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di Caterina Bolletti del 28/10/2020

Ci sono delle cose che ancora oggi non si possono raccontare: con simili affermazioni, ancora oggi ci si scontra quando si chiede alle persone anziane di andare indietro nel tempo e riesumare, ma soprattutto raccontare, storie di vita vissuta nel periodo fascista.Questo articolo rielabora quanto pubblicato dalla rivista Il Territorio nel dicembre 2017, frutto di una sintesi della mia tesi di laurea, un lavoro di raccolta e rielaborazione di informazioni sulla donna monfalconese tra il Venti e il Quaranta, che quindi ha tenuto conto anche del potenziale non detto. Un confronto, insomma, tra le tradizionali fonti della ricerca storica, la documentazione d’archivio, la stampa, la memorialistica, le immagini, e le fonti orali, quelle microstorie che avvallano i grandi saggi storiografici, conversazioni (rigorosamente in dialetto) di cui ho potuto beneficiare grazie alla collaborazione di cinque donne monfalconesi di età ed estrazione sociale diversa, ormai defunte, accomunate dalla capacità di affrontare con dignità e dinamismo, più o meno in silenzio, le avversità quotidiane del periodo.

Nel breve spazio di questo articolo credo quindi di poter fornire un quadro sufficientemente esauriente del mondo delle donne a Monfalcone riguardo due settori chiave della politica fascista il lavoro e l’assistenzialismo, che nel periodo interbellico furono revisionati quale considerazione di genere, per fare i conti con la doppia sfida della democratizzazione e della crisi demografica. Nell’Italia fascista le due questioni furono, di fatto affrontate sulla scorta di una lunga e consolidata tradizione mercantilista per cui bisognava potenziare al massimo la crescita della popolazione per poter disporre di un’abbondante offerta di lavoro a basso costo per soddisfare le esigenze dell’esercito e sostenere la domanda interna.

La politica del regime fascista non ha mai incentivato il lavoro femminile: inizialmente agì in modo non troppo evidente attraverso misure protettive delle madri lavoratrici che di fatto discriminavano le donne, in seguito operò apertamente attraverso norme legislative e contrattuali tese all’espulsione della manodopera femminile dal mercato del lavoro, senza contare che l’intero inquadramento dei lavoratori italiani all’interno del sistema corporativo aggravava la condizione di subalternità delle donne. Nonostante proclami altisonanti ed una certa asserita modernità della donna fascista, quest’ultima era, generalmente, pensata e considerata all’interno della struttura familiare. Infatti risulta abbastanza usuale nel periodo, escludere le donne dalla forza lavoro regolamentata dopo il matrimonio e la maternità, con l’inserimento in lavori irregolari e discontinui, di solito precari e poco pagati. Tuttavia i dati nazionali sull’occupazione attestano la presenza della forza lavoro femminile nell’economia italiana con il punto fermo di un costante e progressivo aumento nel terziario, e dimostrano che anche negli Anni Trenta le donne non cessano di lavorare: la forza lavoro femminile del periodo è più di un quarto del totale, è attiva una donna su quattro di fascia d’età 4/65 anni e nel 1931 per il 16% delle famiglie italiane è la donna ad essere il sostegno economico principale.

A Monfalcone, città-ricettacolo di operai per il cantiere ma anche zona rurale in lenta ripresa dopo le distruzioni della Grande Guerra, le donne lavorano sodo, anche se con ruoli occupazionali non propriamente gratificanti. “Ho sempre cercato e trovato lavoro, ma si trattava di lavorare tanto e guadagnare poco; – ricorda E.S. – quelle più fortunate che avevano spinte dal partito, andavano in Cantiere e lavoravano dal lunedì al mezzogiorno del sabato e guadagnavano solo come acconto quello che io ricevevo in un mese”. E.S. ha sempre lavorato, fin da piccola: in campagna, come lavandaia, al Cotonificio Brunner e al lavatoio della lana Schott, e ha sempre sofferto per la mancanza di una giusta retribuzione. C’è anche chi come E.G. ha imparato il mestiere presso una sarta, esperienza comune vissuta da tante ragazzine di allora. R.D. racconta che “il padrone, cosa del tutto inusuale, per non avere problemi aveva messo in regola anche noi ragazzine e ci dava pure 15 lire settimanali, con le quali ero riuscita a comprarmi un asciugamano. Solo le donne non sposate lavoravano, nella fabbrica di latta, della lana o nell’oleifici; una che si sposava con un uomo che aveva un posto di lavoro, aveva già raggiunto la sua meta”. Teoricamente il regime tendeva proprio a questo quando varava decreti e disposizioni che limitavano il più possibile l’impiego lavorativo femminile: i dati locali smentiscono tuttavia l’efficacia di tale politica. Infatti, se da un lato la presenza delle monfalconesi risulta essere marginale in un settore come quello agricolo/zootecnico a carattere espansivo (nel 1926 su 120 proprietari di bovine da fecondare solo 9 sono donne per un totale di 15 capi), c’è un sostanziale equilibrio tra i sessi riguardo agli addetti delle campagne nel 1930, con 2812 uomini e 2708 donne (fonte: tavole del censimento agricolo): solo per il 10% di ciascun gruppo questa è la fonte principale di sostentamento, tuttavia si può dedurre che, ad un anno dalla crisi economica mondiale, una buona fetta della popolazione monfalconese arrotonda il proprio reddito in agricoltura.

Dati interessanti riguardano il commercio: tra il 1925 e il 1932 il 32.7% degli esercizi è di proprietà femminile, codificati come rivendite di frutta e verdura, generi commestibili, pane e latte, ma anche cartolerie, modisterie, mercerie. E ancora, tra il 1925 e il 1940 le donne intestatarie di licenze di esercizi pubblici quali bar, osterie, trattorie e alberghi sfiorano il 40%: non cameriere, inservienti o commesse, ma titolari di attività, anche se poi il lavoro quotidiano le vedeva impegnate comunque nelle mansioni di conduzione materiale. Alcune testimonianze rivelano motivi di esclusiva convenienza fiscale, tuttavia non comprovata. Gli elenchi riassuntivi nominali e le ricevute dei pagamenti delle imposte conservati nell’archivio storico comunale, attestano in ogni caso un considerevole numero di esercenti donne, molte coniugate: vero è che i molti rigettati ricorsi testimoniano pure che le autorità comunali erano piuttosto restie a concedere l’estensione delle licenze ad esercenti donne.  Il settore di vendita ambulante di merce autoprodotta sembra essere davvero l’unico in cui le donne monfalconesi primeggiano sugli uomini, anche se è opportuno ricordare che non si tratta certamente di occupazioni gratificanti né tantomeno redditizie, dal momento che le ambulanti sono costrette a chiedere per povertà (e ottengono nella quasi totalità dei casi) l’esenzione dalla tassa sui commercianti girovaghi e dal deposito cauzionale. Purtroppo anche in questo caso i dati esaminati offrono una visione parziale, in quanto non viene specificata la professione del coniuge in caso di donne sposate e quindi non è quantificare per quante fosse l’unico sostentamento familiare o il semplice arrotondamento dello stipendio maritale. Comunque sia, tra il 1928 e il 1940 il 95% dei possessori di licenza di produttore diretto sono donne, così come il 43.6% di quella per venditore ambulante. Le più esposte economicamente sono senza dubbio le compagne o figlie di pescatori, così come le venditrici di frutta e verdura, uova e pollame, poi inquadrate nelle Massaie rurali. La massaia rurale, fonte di ricchezza economica e morale del paese, colei che non solo si occupa della casa e dei figli, ma anche dell’orto, della conigliera, del pollaio e che poi vende i frutti del suo lavoro per acquistare quello che la terra non produce, in base ad una circolare prefettizia del 1935 viene automaticamente inquadrata nel Fascio femminile al fine di poter godere di uno spazio speciale nel mercato pubblico e di una riduzione sulla tassa di posteggio. Questo in teoria. Lina Franchini, segretaria del Fascio monfalconese e Nives Cambiagio, responsabile del gruppo Massaie rurali di Trieste, ancora nel 1938 lamentano il fatto che le iscritte monfalconesi in realtà non godono materialmente di questi diritti loro riservati, ma il Comune, sempre alle prese con problemi di bilancio, non collabora. Nel settembre del 1935 la segretaria Franchini aveva informato il Comune dell’iscrizione di oltre cento Massaie provenienti per lo più dal rione di Panzano e quindi richiedendo la creazione per questo luogo di un secondo posteggio. Visti i motivi della nascita di questo rione, si presume che la maggior parte fossero mogli di operai del cantiere che arrotondavano lo stipendio del marito vendendo i prodotti dell’orto, anche se l’ipotesi che si tratti di vere e proprie contadine non è da scartare vista la conformazione agricola della zona circostante. Per prime dunque si sono mobilitate le Massaie di Panzano: che sia un riscontro della progressiva fascistizzazione del Cantiere? Lasciando a margine il caso del Cantiere, il quadro sulla presenza delle monfalconesi nell’industria viene fornito dalle denunce degli opifici in ottemperanza alla Legge per la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli. Si viene così a sapere che nel 1923 le Officine Passero impiegano 11 donne e nel 1928 addirittura 77 di cui 23 monfalconesi e le altre del circondario. Il Lavatorio meccanico della lana Schott nel 1924 dà lavoro a 40 donne; più evasivo lo stabilimento Adria della Solvay che nello stesso anno si preoccupa solo di comunicare che lo stabilimento è a norma di legge e che utilizza un unico orario lavorativo per uomini e donne con più di 15 anni. Ma c’è anche chi ha tentato di farsi strada da sola: l’unico caso segnalato di un tentativo di imprenditoria industriale al femminile è quello di Rita B., la cui attività viene stroncata sul nascere quando, nell’aprile del 1932, il Podestà le nega in via definitiva la concessione della licenza per la fabbricazione di acque gassose adducendo a delle motivazioni tecniche che non consentono di accertare un caso di discriminazione sessuale del lavoro. Più frequentata dalle donne monfalconesi risulta la PA, occupazione invidiata, sicura, che garantiva uno stipendio buono e una posizione sociale dignitosa. Tra il 1931 e il 41 la presenza lavorativa delle donne nel municipio monfalconese si attesta al 10.3% sul totale degli impiegati e salariati: risultano di solito occupate come inservienti, assistenti sanitarie, bidelle, levatrici ma soprattutto dattilografe, assunte tramite concorsi ai quali si accede, da quando la tessera fascista diventa un requisito fondamentale per vivere tranquilli, solo se iscritte alle organizzazioni di partito. Gli stipendi impiegatizi (ma non certo quelli dei salariati) non subiscono differenza sostanziale di genere, tuttavia i posti dirigenziali restano monopolio maschile.

Vista la presenza a Monfalcone di un centro polivalente per i problemi inerenti la maternità e la prima infanzia, si pone in rilevo la figura della levatrice, che nel corso del Ventennio diventa indubbiamente più professionale, più subordinata alle gerarchie maschili e, di conseguenza, più distante dalla donna e dalla parentela familiare con cui un tempo collaborava. Tale crescente professionalizzazione va attribuita al tentativo del governo fascista di disciplinare le praticanti ed utilizzarle ai fini di una rinnovata politica della famiglia. Dal 1937 le levatrici assumono il nome di ostetriche e diventano tali dopo la frequenza di scuole specifiche e corsi di aggiornamento/specializzazione tenuti a Trieste. Dagli elenchi ritrovati, nel 1926 le levatrici esercenti a Monfalcone sono 6, mentre nel 1941 esercitano 13 ostetriche, molto ben organizzate: secondo il tariffario del Sindacato ostetriche del mandamento di Monfalcone, i compensi sono suddivisi a seconda del tipo di prestazione e del numero delle stesse, oltre al contributo della Cassa Ammalati, e vanno dalle 50 alle 160 lire per il parto e il puerperio (15 visite in tutto), mentre lo stipendio minimo annuo delle levatrici condotte ammonta, nel 1936, a 4.000 lire. La categoria è comunque sottoposta a rimproveri e ammende se non ci si attiene pedissequamente alle “Istruzioni per l’esercizio ostetrico”, così come pesanti pene vengono applicate per l’aiuto in pratiche abortive a partire dall’entrata in vigore del cosiddetto Codice Rocco del 1931: in questi casi è singolare notare che le indagini partono di solito da “.. voci correnti insistentemente tra la popolazione ..” come nel caso di un procedimento penale intentato a due ostetriche operanti a Monfalcone, sospettate di eseguire pratiche abortive ed operazioni ginecologiche cui non erano abilitate.

Ma veniamo all’assistenzialismo, perché tra il ’20 e il ’40, protagonista assoluta è la figura femminile dell’assistente sociale. Si può certamente dire che il fascismo ha offerto alla donna il campo delle opere assistenziali (seppur precludendole drasticamente altre strade professionali) basandosi sull’asserita insostituibilità della figura della donna-madre. Partendo da questo assunto, ogni sforzo doveva essere fatto per surrogare la figura materna con degni sostituti professionali capaci di elargire analoghe cure e affetti. Un progetto ambizioso che ad un’attenta analisi ha rilevato diverse mancanze e diversi intendimenti. A Monfalcone operano l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI), l’Opera Nazionale Balilla (ONB) e l’Opera Nazionale Assistenza Italia Redenta (ONAIR) che si occupando dell’assistenza alle madri e dell’educazione dei loro piccoli italiani. Il Comitato comunale dell’ONMI nasce nel dicembre del 1927, con un vertice dirigenziale maschile eccezion fatta che per la segretaria del Fascio femminile, Alessandra Mahrer Capponi: tutte donne invece ai livelli intermedi operativi costituiti dalle dame visitatrici, assistenti sanitarie e semplici volontarie. Il Comitato sostiene la sua attività con raccolte fondi e contributi dei soci e in linea con le direttive nazionali si propone di “.. promuovere mediante una funzione integrativa dei compiti assistenziali spettanti alla famiglia [..] la difesa e il miglioramento della razza”. Il Comitato si accerta del possesso dei requisiti delle assistite in Comune, provvedendo alle gestanti sia dal punto di vista igienico/sanitario, sia economico, con somministrazione di cibo e oggettistica di prima necessità per il nascituro. Spetta inoltre a questo ente assistere mediante ricovero i ragazzi anormali e sistemare i minorenni moralmente o materialmente abbandonati, presso appositi istituti o famiglie di provata fiducia. La burocraticità delle norme si stempera nel ricordo delle intervistate, da cui emergono operatività ed intenti dell’ente assistenziale. Nel 1936 alla famiglia di una intervistata l’ONMI affida una neonata figlia di due sbandati: “la bimba è stata portata a casa nostra dalla moglie del funzionario del Fascio locale e dalla segretaria del Fascio femminile, la signora Franchini”. Le responsabili politiche dovevano risolvere un caso spinoso e non trovarono di meglio che un affido ad una famiglia che, essendo legata professionalmente allo stesso funzionario fascista, non poteva rifiutare. Per un anno la madre dell’intervistata ha ricevuto il latte dal dispensario dell’ONMI, le cure necessarie e il sussidio, ma al compimento dei 14 anni per le famiglie degli affidatari terminavano gli aiuti. Fin dal 1924 l’ONAIR gestisce a Monfalcone un ambulatorio/dispensario, diretto dal Dottor Beltrame, dove trovano assistenza donne e bambini in povertà. Nel 1930 vengono creati, in nuovi locali, un consultorio prenatale e un refettorio materno gestiti in cooperazione con l’ONMI le cui attività testimoniano il livello della risposta istituzionale al diffuso malessere sociale delle famiglie monfalconesi: tra il 1930 e il 1938, su un totale di ha distribuito 691.481 boccette di latte (con punte massime nel ’34 e ’36), eseguito 7.619 visite domiciliari e prestato 4.067 controlli in sede (dati dal 1933) e fino al 1° febbraio 1936 (chiusura del refettorio) ha erogato 71.633 pasti caldi. Questo vero e proprio centro sociale polivalente, affidato ai dottori Beltrame e Tagliaferro si è occupato non solo della parte sanitaria, ma indirettamente, anche dell’applicazione a livello locale della politica familiare fascista, fondata sulle velleità mussoliniane di rigenerare le virtù fisiche e morali della stirpe italica. Nata nel 1919 con scopi puramente caritativi, l’ONAIR, che si occupava anche dell’educazione della prima infanzia con la creazione i asili in tutta la regione, viene progressivamente fascistizzata fino ad adottare in toto obiettivi e metodi del governo nazionale.  Nel 1924 la Direttrice Edvige Costantini si accorda con la Madre Generale delle Suore della Provvidenza, proprietarie di uno stabile adatto in via Roma e, grazie all’appoggio finanziario del Comune di Monfalcone approva una convenzione per la gestione di un asilo infantile chiamato “Duchessa d’Aosta” tuttora funzionante. Il carteggio a disposizione testimonia però rapporti non troppo idilliaci tra le parti, tanto che nel 1928 la segretaria regionale così scrive alla direzione dell’asilo “Mi risulta che l’insegnamento impartito e i metodi adottati non rispondono affatto alle esigenze volute dai nuovi programmi e alle direttive che l’ONAIR si propone in armonia con il Governo Nazionale [..] Non mancherà da parte nostra una sorveglianza più diretta”. E ancora nel 1939 “Mi rendo conto che il vostro Ordine vi impegna all’umiltà, ma le maestre alle nostre dipendenze sono dalle 8:30 alle 16:00 esclusivamente insegnanti, poi impieghino il loro tempo come meglio credono”. Evidente il progressivo processo di fascistizzazione ed evidenti gli intenti propagandistici che scaturiscono dall’intero complesso delle istituzioni assistenzial-educative.

L’Opera Nazionale Balilla, assorbita nel 1937 dalla GIL (Gioventù Italiana del Littorio), nasce con lo scopo di inserire i bambini e le bambine nelle organizzazioni di partito, occupandosi dell’educazione fisica e dell’assistenza scolastica. Troppo piccoli per capire la politicizzazione in esse contenute, molti ragazzini aderiscono con entusiasmo alle nuove aggregazioni del regime: solo pochi non partecipano, di solito per il divieto dei genitori, ma la maggioranza accoglie con entusiasmo le attività proposte dal Comitato comunale dell’ONB. Non va infatti dimenticato che per molti era l’unica possibilità per avere assistenza scolastica e materiale di studio. Ma c’è anche chi, come E.S., di origine slovena, vede il tesseramento all’ONB come un momento di integrazione: “mio papà [politicamente orientato a sinistra] non ha mai voluto iscriverci, così io, dopo la scuola, andavo a fare dei lavoretti per pagarmi la tessera a rate e comprarmi la divisa, come le altre ragazze”.  Ma i sacrifici non bastano, la sua divisa è diversa “la gonna era in tibet con due sole pieghe, non in lanetta bella e ampia come quella delle mie compagne. Solo la camicia bianca con lo stemma ricamato a mano era giusta, ma questo non mi permetteva di sfilare né tantomeno di essere in prima fila, perché chi non aveva la divisa in ordine non poteva farlo”. Ma quanti sono effettivamente gli inquadrati nei comitati ONB e GIL a Monfalcone (ricordiamo che la sede è l’odierno Centro Giovani di Viale San Marco)? I dati registrati sui tesseramenti non convincono di certo, corrispondendo esattamente con le nascite dei rispettivi anni: nel 1940, ad esempio, vengono segnalate 1.110 Piccole Italiane, ma, guarda caso, tra il 1927 e il 1932 a Monfalcone nascono 1.110 femmine. A dimostrazione della scarsa attendibilità dei dati sulla partecipazione a quest’organizzazione fascista, c’è un documento del giugno 1933 in cui il Responsabile Magliacca si lamenta dei pochi iscritti all’ONB rispetto alla popolazione scolastica, 1.296 alunni e 1.075 alunne, di cui 1.000 sussidiati dal patronato, quindi esentati dal versamento di 5 lire per la tessera. Gli iscritti invece risultano appena 805 maschi e 864 femmine. Il Comitato ONB di Monfalcone è di esclusivo monopolio maschile, utilizza educatrici esclusivamente per i corsi femminili ed impegna inservienti donne solo per le refezioni o le colonie estive.

Solo il mondo assistenziale è organizzato e coordinato dal Fascio femminile, e solo perché è tale, formalmente non politico: nonostante Alessandra Mahrer Capponi, Maria Chersi, Lina Franchini e Silvia Beltrame siano figure di spicco della borghesia locale, impegnate, con incarichi spesso di partito, nell’attività assistenziale e socio-culturale cittadina (organizzano corsi di taglio e cucito, di maglieria, tè danzanti e pesche di beneficenza per raccogliere fondi), tutto fa capo al Fascio, e l’ultima parola spetta pur sempre al segretario della sezione maschile.

In conclusione, quanto si riflettono i dati raccolti in archivio con le testimonianze orali? Qual è l’immagine femminile prevalente che emerge? Le donne monfalconesi dei ceti medio/bassi appaiono come instancabili lavoratrici, dinamiche ma rispettose delle tradizionali regole della vita familiare, con una vita che segue percorsi sostanzialmente comuni: la scuola, qualche piccolo lavoretto, le associazioni giovanili (chi più chi meno, chi regolarmente e chi saltuariamente tesserata), imparare il mestiere, il lavoro vero e proprio, sotto pagato e poi il matrimonio, qualche lavoro per arrotondare lo stipendio del marito, i figli, il trasferimento dall’autorità paterna a quella del marito. Una vita sociale relativa: la pasticceria in centro dopo la Messa della domenica, il Cine Azzurro, la sala da ballo coperta di Aris o quella all’aperto dietro al Duomo. Gli aspetti comuni non sembrano coincidenze, e vanno al di là della semplice nostalgia del passato o per la giovinezza. Quello che è successo dopo è stato altro, la guerra, la Resistenza, in una città che ha vissuto l’occupazione con il comando tedesco, gli influssi della Resistenza slava, i bombardamenti al cantiere, azioni subite ma anche partecipate da tante donne monfalconesi, staffette partigiane sul carso, magari senza sapere bene cosa ciò significasse o comportasse. Ma prima … non si stava tanto male…le mistificazioni, le discriminazioni e le violenze fasciste si sono quasi attenuate nel vivere quotidiano di una città operaia popolata da monfalconesi oriundi come da meridionali e slavi, conviventi, fino al Quaranta, sommariamente in modo pacifico, in nome dell’appartenenza allo stesso rione o alle case popolari di bassa estrazione sociale.

Ma forse non tutto è stato detto nelle interviste. Forse ci sono ancora oggi delle cose che non si possono raccontare.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org