di Davide Strukelj del 7/10/2020
Uno dei modi per capire cosa sia il costo personale della disobbedienza è leggere le quattrocento pagine de “Il ponte sulla Drina” (Ivo Andrić, 1945), e in particolare quelle che descrivono come l’operaio Radisav viene impalato dal boia. A chi conosce la lingua, raccomanderei una versione scritta in serbo-croato, preferibilmente vecchia e stampata in caratteri cirillici su carta spessa e gialla. Negli anni ho riletto più volte la mia copia della seconda edizione in lingua originale, constatando che il suono di quelle parole rende meglio di ogni traduzione il rumore straziante dello scempio delle carni. Inoltre le difficoltà di comprensione rallentano a sufficienza la lettura adeguando il ritmo alle lente operazioni della carneficina. La carta ruvida, dal canto suo, amplifica il disagio fisico che si avverte rivivendo la crudeltà dell’esecuzione.
Poche figure si sovrappongono in quelle pagine. Mehmed Paşa Sokolovič, il giovane bambino serbo cristiano rapito, islamizzato, poi divenuto potente funzionario del sultano ottomano Solimano il Magnifico. Abid-aga, il crudele responsabile di cantiere inviato dal Pascià per la costruzione del ponte. Radisav Herak di Unište, il sabotatore che viene condannato ad essere impalato vivo. Il boia. Višegrad. La Drina e il suo ponte.
Nel 1571 Mehmed Paşa Sokolovič, ricco e potente visir alla corte del sultano turco, commissiona la costruzione di un ponte in pietra per collegare le due sponde della Drina, proprio ai piedi della città di Višegrad. Si tratta di una vera e propria porta tra l’oriente e l’occidente, collocata in una terra dove da secoli convivono musulmani, ebrei e cristiani suddivisi in etnie e comunità. Abid-aga è incaricato di dirigere la costruzione ma, avido e senza scrupoli, non esita a trattenere per sé i compensi degli operai coatti impiegati come manodopera. Un serbo si oppone e inizia a sabotare la costruzione, si chiama Radisav e viene dal vicino paese di Unište. “Non è né povero come sembra, né ignorante come vuol far credere. Il suo cognome è Herak: la sua famiglia possiede terre fertili e in casa vi sono molti maschi, ma la maggioranza della popolazione del suo villaggio si è ormai islamizzata e lui e i suoi si sentono soffocati e isolati”. Appartiene alla comunità locale, quella che i turchi chiamano raja (termine che deriva dall’arabo e significa gregge, ovvero animali da tosare). Per i turchi era la classe sociale più bassa, quella da tassare e alla quale, come contributo all’impero, venivano rapiti i giovani bambini maschi per farne soldati e giannizzeri. Radisav continua nella sua opera di sabotaggio nonostante le pubbliche minacce di ritorsione di Abid-aga e le durissime condanne promesse. Dopo pochi giorni il contadino serbo viene identificato e catturato. Il processo è sommario e veloce e la confessione viene estorta con i soliti metodi eleganti del tempo: siamo nel XVI secolo. Si cercano mandanti e complici, ma alla fine tutte le colpe ricadono su Radisav. La pena è l’impalazione da vivo. Pubblica e lenta, per espressa richiesta dello stesso Abid-aga, esattamente come promesso.
Andrić descrive la tecnica e la procedura fin nei minimi dettagli, e molti critici si sono soffermati su queste pagine chiedendosi il perché di tanta accuratezza. Il motivo è molto semplice. L’entità della punizione deve rimanere impressa nel lettore per la sua crudeltà e per le sofferenze inflitte. Se così non fosse, il costo della disobbedienza verrebbe sminuito e l’atto di Radisav perderebbe di valore.
L’agonia dura diverse ore e gli ultimi respiri del condannato riempiono righe di mera sofferenza e, contemporaneamente, di rinnovato ardore nei confronti degli aguzzini e dell’intera vicenda: “Turchi…turchi… Il ponte…”, sono le sue ultime parole. Alcuni amici, scossi dalla gravità del supplizio, sottrarranno il cadavere, che il boia aveva destinato a cibo per i cani randagi, per potergli dare una degna sepoltura nei pressi del fiume. Per Radisav la morte è una liberazione e la sofferenza solo un viatico, come la condanna è stata solo la conferma di una consapevolezza già limpida fin dall’inizio. Chi si oppone ad Abid-aga, l’usurpatore musulmano, sa cosa rischia: egli stesso l’ha giurato e il turco, si sa, mantiene le sue promesse di vendetta, non fosse altro che per dimostrare a tutti la sua ira e il suo potere. Ed è proprio alla prepotenza che si oppone Radisav, il serbo cristiano della raja. La sua è una protesta inizialmente silenziosa e circospetta. Egli tenta di persuadere i suoi amici alla sommossa per contrastare quelle imposizioni e sofferenze. Poi, resosi conto dell’inerzia dei suoi compagni di sventura e consapevole del rischio che sta correndo, inizia un’azione solitaria e pericolosa per contrastare il lavoro del tirapiedi turco messo a capo del cantiere.
Ma l’azione del contadino di Unište non è rivolta contro la costruzione del ponte, egli sa che quell’opera verrà ultimata con o senza il suo apporto. Il Pascià è molto potente e i suoi propositi sono certezze: il ponte si farà e il sogno di lasciare una traccia della sua influenza proprio in terra natale diventerà realtà, come già altrove in Bosnia. Mehmed può decidere e ha deciso. Le sponde della Drina saranno collegate e il ponte porterà il suo nome per molti secoli a venire.
In fondo Radisav non protesta nemmeno contro il ladrocinio del tirapiedi ottomano infame. Ah, se solo il grande Visir sapesse che il suo delegato specula e ruba non versando i compensi ai lavoratori e trattenendoli per sé…. Mehmed Paşa, il bambino di Sokoloviči rapito quando aveva appena dieci anni, divenuto giannizzero e poi fidato boiardo della corte del grande sultano manderebbe all’esilio il suo scagnozzo in un baleno. Ed in effetti così sarà: Abid-aga sarà cacciato e spogliato delle sue ricchezze accumulate derubando i più deboli… ma ben dopo che Radisav avrà finito di patire le sue pene.
Il contadino serbo lamenta invece di essere stato sottratto alla sua stessa vita, alle sue faccende e alla sua famiglia. Costretto a lavorare senza compenso non può curarsi della sua normale esistenza che vede tristemente deteriorarsi di giorno in giorno. La sua stessa vita, in fondo, viene gestita dal prepotente di turno in nome di una avidità personale spacciata per ragione di Stato, ma in realtà mera esecuzione di una cupidigia senza confini morali. Abid-aga manipola le persone secondo le sue utilità e senza pietà alcuna, nascondendo la sua pochezza dietro al nome del Gran Visir, i cui progetti e desideri divengono nel contempo motivo e scusa per l’agire di uno speculatore senza remore. La stessa esecuzione del sabotatore sarà mera dimostrazione: non punizione per il disobbediente, ma monito per gli altri. Lo scopo sarà raggiunto, perché nella notte dell’esecuzione “tutti, nella kasaba e intorno al ponte, si addormentarono in preda alla paura”.
Cosa accade dunque nella mente di Radisav? Come può un piccolo contadino sfidare il potente emissario del Pascià? Come può decidere di provocare le ire e le punizioni promesse, piene di sofferenza e che inevitabilmente condurranno alla sua morte?
Radisav realizza che il vero dolore, quello che uccide la volontà, non è quello della carne. Il vero dolore è quello dell’inquietudine, quello che impone di non scegliere la disobbedienza per il terrore del male fisico e morale, personale e dei propri cari. È l’immobilità dello spirito causata dalla paura. Per contrappasso, il vero coraggio non è quello di chi affronta il dolore fisico e la morte. Il vero coraggio è quello di colui che, consapevole, affronta il rischio della ritorsione e della sofferenza e, nonostante tutto, indefessamente, porta avanti le sue istanze.
A questo modello bisogna ispirarsi: questo è il termine di confronto verso il quale bisogna spingere l’intimo pensiero della coscienza. Solo superato questo ostacolo, solo dopo aver varcato questa soglia, si è pronti a disobbedire per raggiungere lo scopo. Solo questa consapevolezza rende il fine meritevole di essere desiderato. “Cosa sei disposto a sacrificare per raggiungere l’obiettivo?”, chiede Sean Connery al giovane agente Ness, interpretato da Kevin Costner negli “Intoccabili” (1987), quando quest’ultimo decide di sfidare Al Capone; ovvero quale prezzo personale sei disposto a pagare pur di ottenere ciò che desideri? Solo dopo aver risposto a questa domanda potrai proseguire nel tuo progetto. Superata la paura delle conseguenze e raggiunta la consapevolezza del costo personale, ecco che la via appare tracciata con chiarezza. La mente interiorizza il processo e lo fa suo. In quest’ottica, Radisav conosce bene l’epilogo della sua vicenda personale, e, dopo la tortura e la condanna che ne deriva, chiede al boia, “come ad un suo pari”: “fa un’opera buona e trafiggimi con un colpo solo, che non debba soffrire come un cane!”. Ma conosce già anche la risposta del boia: “avrai quello che è stato deciso e che ti sei meritato!”.
Al contrario di quanto possa sembrare, la sfida raccontata da Andrić non trova il suo motivo nello scontro tra etnie o religioni. A Višegrad hanno convissuto bosniaci, serbi, croati, turchi e austriaci per secoli interi, così come islam, cristianesimo ed ebraismo si sono mescolati nelle dinamiche sociali della piccola comunità. La sfida è quella eterna tra oppresso e oppressore. Abid-aga, potente emissario, verrà sconfitto da Radisav, un piccolo uomo morto impalato, e dalla sua disobbedienza. Il ponte sarà costruito, Mehmed Paşa Sokolovič avrà il suo monumento a imperitura memoria, ma l’esecutore fraudolento pagherà care le sue malefatte.
Il piccolo contadino, disobbediente consapevole, ha vinto contro il potente papavero corrotto.