di Davide Strukelj del 26/8/2020
Mio nonno ripeteva sempre: “ogni scuola costa soldi”. Naturalmente significa che imparare costa sacrifici… O forse, più correttamente, che guadagnarsi la possibilità di imparare costa sacrifici. Purtroppo non posso più chiedergli quale delle due interpretazioni sia la più corretta, quindi non mi resta che ipotizzare.
Oggi, a causa del cosiddetto COVID-19, viviamo un’esperienza collettiva di dimensioni planetarie (o quasi) che secondo molti dovrebbe cambiarci e possibilmente renderci migliori. Cioè dovremmo imparare qualcosa, magari da applicare in una prossima occasione simile, oppure semplicemente potremmo modificare dei comportamenti per “crescere” e progredire.
Francamente dubito che questo accadrà, per un certo numero di ragioni.
In primo luogo, tornando alla massima del nonno, perché il solo “andare a scuola” non garantisce assolutamente nulla. In altre parole, non è sufficiente che esista una pandemia per renderci migliori. Infatti è necessario “voler” imparare, e questo non mi pare proprio che stia accadendo.
La dimostrazione più banale sta nel fatto che i comportamenti delle persone sono sempre più lontani dalle prescrizioni; che la gente ha già ampiamente elaborato “scorciatoie” di ogni tipo; che ampie fette della popolazione considera le norme di prevenzione e contenimento inutili se non dannose, eccetera, eccetera.
Ma c’è anche molto di più. Per esempio alcuni campioni della politica nostrana hanno già dato dimostrazione di “astuzie” e comportamenti di favore verso amici e parenti. Contemporaneamente, le categorie economiche del nostro paese si sono fronteggiare criticandosi a vicenda e accusandosi reciprocamente di posizioni di privilegio e di poca solidarietà. Analogamente, le classi sociali non perdono occasione di polemizzare tra loro e lo scontro sulle responsabilità della diffusione della malattia ha ormai coinvolto anche le coorti anagrafiche della popolazione: prima gli anziani troppo malati, poi gli adulti asintomatici e ora i giovani irresponsabili. Domani forse toccherà agli studenti in quanto portatori dell’infezione. Insomma, la vecchia storia degli untori.
Dal punto di vista internazionale poi, gli stati si sono sfidati sul terreno economico con chiusure selettive di confini, accuse di diffusione del virus, recriminazioni e critiche sulle strategie di igiene pubblica, dando così uno spettacolo sconcertante ed esibendosi in muscolari esercizi di forza, degni dei più alti picchi testoteronici tipici dell’adolescenza.
La Comunità europea, ad esempio, ne esce frammentata e degradata a mero contenitore virtuale di stati indipendenti e svincolati da qualsivoglia organo di coordinamento o di guida all’interno del sistema europeo. L’Unione, che dovrebbe essere un elemento di coesione e indirizzo strategico, è così diventata un banale strumento economico di ultima istanza dal quale cercare di ottenere quanto più possibile in termini di acquisto di debito pubblico nazionale (che farebbe ormai molta difficoltà a trovare investitori), di finanziamento straordinario (con una mutualizzazione dei costi evidentemente fittizia) e di privilegi nazionali (dal dumping fiscale agli sconti sulle quote di contribuzione al bilancio comunitario).
Va ancora peggio dal punto di vista planetario, con le potenze internazionali concentrate a ottenere il maggiore beneficio possibile in termini geopolitici ed economici, e con un’Organizzazione mondiale della sanità sostanzialmente inadatta a svolgere il ruolo di coordinamento che dovrebbe presiedere. L’esempio più eclatante è dato dalla pessima gestione del futuro vaccino, con gli stati che si contendono i prossimi lotti di produzione senza che ci sia una minima organizzazione strategica per priorità… Come dire: la pandemia è globale, ne usciremo tutti insieme, ma che ognuno si arrangi come meglio può!
È doveroso svolgere anche alcune ulteriori considerazioni generali.
Pare infatti scontato che affrontare un’emergenza di questa portata dovrebbe renderci migliori. Durante questi mesi i messaggi di ottimismo si sono sprecati. “Andrà tutto bene”, “ne usciremo migliori”, “avremo imparato a fronteggiare meglio le emergenze”, “il sistema sanitario sarà rafforzato” e “saremo più solidali”. Sciocchezze. O meglio, ragionevoli speranze, ma nulla di più.
La storia ci insegna che le crisi del passato non ci hanno migliorato, almeno quelle più recenti. Su quelle passate è addirittura meglio soprassedere, basta pensare alle grandi guerre e alle loro conseguenze nei rispettivi periodi post-bellici.
Ad esempio, dopo l’11 settembre non siamo diventati migliori, anzi. Sono aumentate le diffidenze di origine etnica (ancora oggi da molti definite razziali) e le motivazioni fittizie per accendere conflitti internazionali; si sono radicalizzate innumerevoli strategie nazionaliste e posizioni di potere nei confronti di stati più poveri e si sono contemporaneamente accentuate le intolleranze verso i conseguenti fenomeni migratori.
Similmente, dopo la crisi finanziaria del 2008 – 2012 non siamo diventati più solidali e attenti alle esigenze dei più poveri, anzi. Sono aumentate le differenze economiche tra le classi sociali; si è verificata una fortissima concentrazione di capitali tale da far diventare sempre più ricco chi già lo era e sempre più indifeso chi prima era in difficoltà; si sono attuate misure di detassazione dei maggiori patrimoni, capitali e guadagni; si è precarizzato il lavoro dipendente diminuendo tutele e diritti a favore di una sempre maggiore asimmetria del rapporto di lavoro.
È anche necessario notare come ogni grande crisi abbia comportato misure straordinarie per poterla affrontare e risolvere. Queste misure hanno spesso, ma vorrei dire sempre, implicato limitazioni alle libertà personali e maggiori oneri a carico dei cittadini, a causa delle nuove normative. La cosa interessante è che almeno una parte di queste misure straordinarie sono poi diventate ordinarie e, come tali, sono rimaste in vigore anche a crisi risolta. C’è da domandarsi cosa ci resterà in “eredità” quando anche la pandemia da SARS-CoV-19 sarà stata circoscritta e sperabilmente debellata, con la considerazione che restasse anche pochissimo, comunque vedremo diminuite le nostre libertà.
A completare il ragionamento, bisognerebbe evidenziare come la strategia posta in essere abbia implicitamente definito una gerarchia delle libertà e dei diritti delle persone. In buona sostanza la salute pubblica è diventata la priorità assoluta, superiore alla libertà di movimento, al diritto alla socialità, al diritto al lavoro, all’istruzione, eccetera, eccetera. Anche se ipotizzassimo che l’emergenza in oggetto abbia “imposto” una tale sacrificio, personalmente spero che questo modello non sia considerato un precedente universalmente valido e applicabile… Sarebbe davvero troppo immaginare che la politica possa intervenire “per decreto” sulle libertà individuali e sui diritti delle persone semplicemente invocando motivi (anche solo presunti) di salute pubblica, ovvero di igiene primaria.
Da ultimo, vorrei ricordare come tutte le grandi crisi abbiano comportato una progressione nell’intensità della risposta che gli stati hanno attuato, producendo una conseguente accettazione e assuefazione da parte della popolazione. Questa evidenza dovrebbe indurre qualche pensiero, specie in considerazione del fatto che la stragrande maggioranza dei cittadini non ha visto né toccato con mano le verità e le cause delle crisi stesse, avendole conosciute esclusivamente per il tramite dell’informazione di sistema. Pensate alle conclusioni sulle indagini seguite al disastro delle Torri gemelle, piuttosto che alle malefatte di Bin Laden, agli intricati affari coi mutui sub-prime di Lehman Brothers, alla narrazione sulla diffusione epidemica di Sars, Mers, sindrome della mucca pazza, aviaria, SARS-CoV-19, eccetera… Ne sappiamo solo quanto ci è stato raccontato, nulla di più. E questa è una considerazione che merita attenzione a prescindere dal fatto che ci sia stata raccontata (tutta) la verità o meno, anche perché qualsiasi narrazione alternativa è stata regolarmente respinta se non censurata. Non intendo con questo avallare strampalate teorie complottiste o simili, ma bisogna anche essere consapevoli che l’informazione di sistema è stata spesso manipolata per i più svariati fini.
Diventeremo dunque migliori, sia come cittadini, sia come comunità, come stati o addirittura a livello mondiale, per il solo fatto che stiamo attraversando una pandemia di queste dimensioni?
Io purtroppo credo di no. Francamente non vedo nessun indizio di un siffatto processo.
Spero quindi che si possa rimanere almeno “migliorabili”, ovvero che, nonostante quanto sta accadendo, le persone e le organizzazioni abbiano l’illuminazione, la volontà e la forza di esaminare la storia e di trarne un insegnamento. Ma questo processo non sarà automatico e nemmeno banale, perché ogni scuola costa soldi, e imparare costa fatica.