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La scuola ai tempi del coronavirus

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di Fabio Fiori del 13/06/2020

“Algebra: lezione ONLINE ore 8:05 PUNTUALI; ripasso principi di equivalenza, esercizi differenziati, vedi consegna”, trascrivo dal registro elettronico di un giorno di marzo. Incominciava la terza settimana di scuola ai tempi del coronavirus. Una definizione ormai abusata, ma chiarissima per tutti, che fin dal primo momento ha rievocato in me il parallelo con il romanzo di Gabriel García Márquez, “L’amore ai tempi del colera”. Perché la scuola è amore, perché il coronavirus è un’epidemia. Anche se, con la penna rossa, il prof di matematica e scienze delle medie che c’è in me dovrebbe aggiungere virale e non batterica. Una situazione che ci ha reso protagonisti nostro malgrado di un neo-realismo magico o, se preferite, di realismo magico 2.0.

I prof, la stragrande maggioranza, e gli alunni, quasi tutti con grande responsabilità, si sono improvvisamente trasformati in avatar per combattere online l’eterna, faticosa ma anche divertente, battaglia contro l’ignoranza (nel significato oggettivo di ignorare, non conoscere). Un’ignoranza invincibile, ahi noi! come la malattia! abbiamo capito benissimo in questi mesi. Insegnanti e ragazzi, insieme in trincea sul fronte scolastico, ma non più in un corpo a corpo quotidiano di straordinaria vitalità, ma in un video a video, connessione permettendo, un po’ algido, diverso, comunque resistente. Poi abbiamo imparato a chiamarla DAD, letteralmente l’acronimo di didattica a distanza, che nelle fantasie manga di un mio alunno è diventata un’hannia, una demone che tormenta implacabilmente, di giorno e di notte, prof e ragazzi. Un’hannia nata magicamente da una cellula impazzita di un mostro che da tempo si aggirava nella scuola, il PNSD, il Piano Nazionale Scuola Digitale, per molti apparentemente innocuo. Ma se questa saga attende un brillante mangaka italiano, che conosce ambienti magici e insieme infidi quali Meet, Teams o Zoom, la cronaca della DAD si è arricchita proprio in questi giorni di un ultimo capitolo che ha un nome da fantascienza anni Cinquanta: presentazione orale dell’elaborato in modalità telematica. Una lingua da e-zombie, direbbe sempre il mio alunno.

Ritornando alla realtà, in questi mesi ragazzi, famiglie e docenti hanno sperimentato una sensazione di progressivo distacco tra insegnati e allievi, ma anche tra gli stessi allievi, perfettamente descritta nei giorni scorsi da Marco Lodoli. La didattica a distanza “non può riproporsi a oltranza. All’inizio ha permesso di tenere vivi i rapporti tra gli insegnanti e gli studenti, di continuare a svolgere i programmi, ma ho capito che alla lunga genera malinconia, senso di solitudine, sbriciolamento sociale ed emotivo. Una barriera insormontabile. E’ un dialogo tra schermi, un incontro quotidiano tra fantasmi sempre più evanescenti”. Aggiungo io che l’altro enorme problema è quello delle disuguaglianze, economiche sociali e culturali che la didattica a distanza innegabilmente amplifica. A partire dalla spietata rappresentazione data da telecamere e microfoni accesi dentro le case (nell’accezione più ampia e a volte imbarazzante) degli alunni.

Il confronto sulla scuola che verrà, per certi versi surreale a partire dalla querelle sui banchi inscatolati in plexiglas, è aperto e continuerà per tutta l’estate. Io, parafrasando una delle protagoniste del romanzo di Márquez, continuerò se necessario a fare scuola online con la speranza di trovare qualcosa che sia come la scuola, ma senza i problemi della scuola. Certi che la nostra attesa sarà più breve di quella di Florentino Ariza per ritrovare l’amore. Certi che dovremmo aspettare meno di “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, con le loro notti”, per ritornare nelle aule, scalcinate, rumorose, qualche volta maleodoranti, ma comunque popolari, libertarie e amatissime.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org