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La Via (Pot)

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di Nejc Zaplotnik, recensione al libro di Andrea Bellavite del 2/06/2020

I libri dedicati alla montagna e all’alpinismo sono innumerevoli. Alcuni sono molto tecnici, descrivendo minuziosamente percorsi e imprese avvincenti. Altri approfondiscono i temi relativi al paesaggio e alla bellezza della Natura. Altri ancora sottolineano le vicende umane collegate ai monti, le esperienze interiori dello scalatore ma anche la vita difficile di chi cerca il proprio sostentamento in luoghi impervi e lontani dalla cosiddetta “civiltà”. Gli esempi sono talmente tanti, da rendere difficile perfino qualche esemplificazione. Rimanendo nell’ambito territoriale del Centro Europa, come non ricordare i capolavori di Julius Kugy nella prima metà del Novecento? O le immaginifiche visioni delle Dolomiti di Dino Buzzati?

Grazie all’ottima traduzione dello scrittore Dušan Jelinčič, è ora possibile anche al pubblico italiano avvicinarsi a un bellissimo libro che raccoglie tutti gli elementi tipici della letteratura di montagna: autobiografia, descrizione di salite impressionanti sulle cime di tutti i Continenti, racconto di incontri commoventi, condivisione di pensieri e sentimenti.

Si tratta di Pot, scritto nel 1982 da Nejc Zaplotnik, un grande scalatore, protagonista del periodo d’oro dell’alpinismo jugoslavo, nato presso Kranj, in Slovenia e purtroppo scomparso nel 1983, travolto da una valanga sul Manaslu, importante “8000” himalayano.

Il testo in italiano ha come titolo La Via. A Dušan Jelinčič si deve molta gratitudine, non solo perché ha permesso a tutti di conoscere questa splendida figura di uomo, prima ancora che di conquistatore di picchi inviolati. Maestro nell’arte di adattare le parole al cuore e alla mente di un italiano appassionato alla lettura, al senso della vita e al racconto di montagna, il traduttore condivide la sua particolare percezione, immedesimandosi in modo affascinante con l’autore. Il consiglio, per chi può, è quello di leggere sia la versione originale in sloveno che quella in italiano, ognuna illumina l’altra permettendo di scoprire nuove suggestioni e nuovi particolari.

In realtà, è difficile definire “La Via” un semplice libro di di montagna. Sì, la roccia delle Alpi Giulie o del Cervino, le lisce strapiombanti pareti della valle di Yosemite in America, la catena equatoriale del Kilimangiaro e i ghiacci eterni dell’Himalaja sono lo sfondo di un quadro che rappresenta nella sua essenza la Vita.

Zaplotnik non scrive in modo ordinato, ci porta nel cuore di una gelida notte su un minuscolo terrazzino affacciato sul vuoto e dal suo scomodo seggio costituito da una fragile piccola cengia scavata nella roccia strapiombante, racconta i ricordi della quotidianità, l’infanzia nei campi profumati di erba appena tagliata, la moglie amata, i bimbi che giocano felici e attendono il suo ritorno. Oppure parla del suo lavoro, delle sue corse in automobile nei meandri della dolce regione slovena della Gorenjska e si eleva improvvisamente dal tran tran di una mal sopportata ordinarietà, innalzando lo sguardo verso le cime rocciose delle Alpi di Kamnik o conduce il lettore nel cuore delle più avventurose scalate del Karakorum.

Non si incontrano i classici racconti di imprese straordinarie, anche se non manca la descrizione di passaggi impegnativi o di interminabili percorsi scavati nella neve tra paura di slavine, fragore di seracchi che si schiantano in laghi congelati. La montagna è solo una parte – sia pur importante – del richiamo a un’esistenza che abbia un senso, alla ricerca di un’autenticità smarrita dalla civiltà occidentale. L’autore è un inquieto viandante, attratto da ciò che sembra impossibile e mai soddisfatto dal raggiungimento di qualsiasi obiettivo. Raccoglie un florilegio di vette e di nuovi itinerari da suscitare l’invidia di qualsiasi alpinista, ma preferisce dedicare più pagine ai volti dei compagni di scalata, soprattutto degli incredibili sherpa nepalesi.

Comunica con discrezione la gioia della conquista dell’Everest, del Makalu o di qualche altra celebre vetta, ma descrive con maggiori particolari le proprie emozioni di fronte alla sobria dignità delle genti della montagna o ai volti dei bambini che soffrono a causa della malattia e della fame. Zaplotnik è sempre fuori posto, mentre tutti in Slovenija celebrano i suoi successi, i suoi cari lo accolgono orgogliosi all’aeroporto di Ljubljana al ritorno delle più mirabolanti imprese, lui non riesce a dimenticare il volto di un padre che consola il figlio malato, seduto su uno straccio in un corridoio dell’ospedale di Katmandu.  

C’è spazio anche per una disanima del contesto sociale ed economico degli anni ’70 e ’80. La forte critica alla società del consumismo capitalista, si alterna a una partecipe ammirazione nei confronti di chi vive nella Natura selvaggia. Chissà come avrebbe sofferto Nejc, se avesse potuto contemplare i recenti disastri provocati dal turismo di massa, che ha contaminato l’ambiente naturale, ma anche antropico, soprattutto con la nuova moda di viaggiare, muniti di tutti i comfort e pronti a sborsare decine di migliaia di euro, nelle zone prossime alla cima più alta del mondo?

L’amore per la propria terra – traboccante nei racconti delle scalate sui Monti della Val Trenta, sulle aspre Kamniške o sul Triglav da Vrata o dalla meravigliosa Valle dei Sette Laghi – emerge anche nei momenti di desolazione e tristezza. Il desiderio di infinito si scontra con le necessità di ogni giorno e nel rischio supremo torna prepotente la nostalgia di una casa accogliente.

E’ anche un inno all’amore e all’amicizia. Come su tutto ciò che è più intimo, Nejc sembra fin troppo delicato quando racconta la sua vita affettiva, anzi forse lo spiraglio dal quale è possibile comprenderla è soltanto la dolcissima dedica, Al mio migliore amico in questo mondo, a mia moglie Mojca. Dell’amicizia invece si parla molto, soprattutto di quella incrollabile che si costruisce quando si è vicini e si condivide il labile confine con il mondo del non-essere. In questo orizzonte c’è spazio per l’umorismo – quante risate in certi particolari che caratterizzano le giornate degli alpinisti! – ma anche per lo sguardo serio e sereno sulla morte, quando questa arriva all’improvviso, a causa del gelo, di un chiodo staccato dalla roccia o di una scivolata inarrestabile verso l’abisso. Non c’è giudizio sulle qualità tecniche, non c’è la classica accusa contro la montagna assassina, non c’è rabbia. Resta solo la consapevolezza che la vita val la pena di essere vissuta e che per portarla avanti non ci si può lasciar morire ogni giorno nella banalità delle chimere della società dei consumi. Occorre invece affrontarla, giorno dopo giorno, sapendo che ciascuno potrebbe essere l’ultimo, quello forse che dischiuderà i sigilli posti sulle porte della Verità.

Nejc Zaplotnik ha scoperto la sua “Via”, al termine della ricerca? La valanga che lo ha travolto sulla montagna più amata, il Manaslu, ha dischiuso l’orizzonte infinito al quale anelava? Chi lo sa? Di certo la sua breve vicenda esistenziale può essere raccolta nel motto che sintetizza il libro: Chi cerca la meta, resterà vuoto quando l’avrà raggiunta, chi invece trova la via, avrà la meta sempre dentro di sé.

NEJC ZAPLOTNIK, Pot, Mladinska knjiga založba, Ljubljana 2018

NEJC ZAPLOTNIK, La Via, traduzione Dušan Jelinčič, ed. Versante Sud 2020

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