di Loredana Panariti del 2/6/2020
La parola confine, almeno in Europa, continua ad avere il suo significato di delimitazione, demarcazione, divisione, ma ci siamo presto abituati alla possibilità, almeno per noi cittadini dei paesi dell’Unione in Schengen, di superare quelle linee senza troppe difficoltà. Passeggiare sui sentieri del Carso e passare in Slovenia, o viceversa. Felici di poter ripercorrere senza problemi le vecchie strade che nel passato più recente non erano state utilizzate o, almeno, non erano state utilizzate legalmente.
Ora le vicende legate alla diffusione del Covid-19 hanno prepotentemente riportato alla ribalta il confine: reti, muri, fili spinati a separare ciò che finalmente era stato unito e a ricordarci come quei “manufatti”, che avevamo cancellato, non erano scomparsi, ma semplicemente erano stato spostati un po’ più lontano, a sbarrare la strada a tutte quelle persone che cercavano di raggiungere quella che è stata definita la “fortezza Europa”.
Territorio lungamente di confine il nostro, ma non quel confine che la retorica nazionalista enfatizza spesso, il “nostro” confine, in realtà, è stato quello con la Repubblica di Venezia. Un confine a macchia di leopardo, tutto costellato di isole territoriali venete in territorio austriaco e viceversa. Un arcipelago in cui si sviluppò un’economia caratterizzata dalla mobilità della manodopera e delle produzioni e dal contrabbando. È stato anche definito “confine mobile” proprio per i numerosi cambiamenti e aggiustamenti che ha vissuto in tutta la sua storia.
La parola confine ha avuto significati diversi nel tempo, ma ciò che il sostantivo continua a rappresentare ce lo stanno dicendo le barriere che sono ricomparse: è una demarcazione, una divisione, una differenza tra qui e là.
Sebbene nella nostra lingua confine e frontiera siamo spesso utilizzati come sinonimi, il recupero della vecchia nozione di frontiera, intesa come spazio tra noto e ignoto è forse quella che varrebbe la pena riprendere per comprendere quanto sta accadendo. La frontiera, lo spazio tra conosciuto e sconosciuto, è stato saturato da paura e rabbia, paura di chi arriva, della sua religione, della sua cultura e rabbia verso chi è disponibile a lavorare per un salario inferiore e ad accettare un lavoro sottopagato che la crisi in alcuni casi ha reso di nuovo appetibile.
L’inaspettata chiusura dei confini e le affermazioni infelici che ne sono seguite hanno rimescolato le carte: ora anche il vicino, con il quale si potevano condividere le chiusure verso l’esterno e, magari, le proposte di politiche discriminatorie, si allontana e riaffiorano vecchi cliché che si pensavano eliminati da tempo o, almeno, non più utilizzati tra comunità confinanti. Una sorta di effetto boomerang: gli stereotipi di cui si nutrono xenofobia e razzismo, indirizzati verso i migranti, hanno riallargato il campo in cui sono utilizzati. L’improvvisa pandemia ha messo in luce la fragilità dell’Europa e rivelato come una volta messi in moto i processi discriminatori possono facilmente riguardare chiunque, anche chi si sentiva al sicuro. Penso al terribile tweet del governo sloveno sugli anziani considerati, specie quelli che vivono nelle case di riposo, alla fine del loro percorso, tanto da definire insensato un loro ricovero in ospedale se positivi e alle diverse voci che si sono levate anche nel nostro paese contro le restrizioni e che consideravano le persone più fragili in qualche modo sacrificabili, mentre la paranoia del tradimento ha spesso bloccato le iniziative e le proposte di chi alle politiche discriminatorie si oppone. Non mancano progetti, ma non si trova il filo rosso che li unisce e la condivisione degli obiettivi.
Non c’è Europa se non si rafforzano gli elementi sui quali essa è stata fondata: l’antifascismo e la lotta alle discriminazioni a tutti i livelli. E non si tratta solo di affermazioni di principio, ma di un percorso faticoso e accidentato di ri-costruzione nello spazio di frontiera, ora riempito di paura e rabbia, della “fiducia” indispensabile per progettare insieme presente e futuro. Se i rischi aumentano, si possono affrontare solo potenziando la fiducia.
E’ difficile attribuire un significato complessivo alla fiducia, anche perché nel tempo gli elementi descrittivi e interpretativi sono molto cambiati e in ogni caso sono, anche oggi, non sempre concordanti. La fiducia che ci interessa non è l’atto del fidarsi, dell’aver fede. Nemmeno accordare fiducia può aiutarci in questo percorso, perché non stiamo parlando di sentimenti personali, ma ci stiamo riferendo alla fiducia come elemento che sostiene il sistema economico e sociale e ne costituisce uno dei pilastri fondamentali per il funzionamento.
Possiamo, brevemente, ragionare sul modello di fiducia elaborato a Trieste tra Sette e Ottocento e valutare insieme in che modo la conoscenza del passato può esserci utile. Trieste crebbe grazie alla robusta presenza di immigrati che se da un lato dovevano adattare al nuovo paese modalità relazionali e parametri economici sui quali basavano la loro attività, dall’altro erano inseriti in una rete di rapporti interpersonali e commerciali dall’orizzonte molto più largo. Nel processo di creazione della ricchezza, la necessità di cooperare era essenziale e superare la diversità, almeno per quanto riguardava gli aspetti economici divenne uno degli elementi caratterizzanti della storia economica del porto franco. Se cresceva il numero di persone che adottavano strategie opportunistiche, infatti, altri avrebbero potuto cominciare a pensare che la cooperazione fosse inutile. Nel caso di Trieste si trattava, così come interessa oggi a noi, non tanto di accordare fiducia, quanto di costruire fiducia perché in città non esisteva un insieme di regole condivise e di convenzioni rispettate e consolidate. E’ interessante notare come la costruzione di fiducia abbia avuto bisogno anche di innovazione e conoscenza che ne rappresentavano l’imprescindibile corollario. Per questo Trieste divenne la città delle assicurazioni, perché riuscì da un lato a stabilire relazioni di fiducia e di condivisione di un progetto e dall’altro a elaborare conoscenze e saperi di controllo del rischio per la gestione di reti assicurative sempre più grandi e innovative. Fiducia e conoscenza, dunque, come tasselli fondamentali del successo di una città nata e cresciuta grazie all’arrivo di tante persone. La storia successiva, tuttavia, ci racconta anche come alla tavola della multiculturalità la violenza, seppur silente, sia sempre presente e come sia necessario nutrire la fiducia ininterrottamente.
In questo momento anche da noi la fiducia è una merce rara. Le indicazioni a volte contrastanti che abbiamo ricevuto, le posizioni intransigenti di chi rifiuta il distanziamento fisico e le le recenti manifestazioni di piazza dei gilet arancioni rendono arduo il lavoro per consolidare fiducia, collaborazioni e comunità e, anzi, contribuiscono a far crescere paure e contrapposizioni. La crisi economica che stiamo affrontando rischia di far aumentare l’insicurezza e i conflitti, mentre il percorso di ricostruzione avrebbe bisogno, oltre che degli investimenti, della promozione e distribuzione di fiducia. Diminuzioni del PIL così robuste non si possono affrontare se diffidenza, paura e rabbia la fanno da padrona. E la responsabilità di aver attizzato questi sentimenti non è esclusiva del virus, c’è chi, ancora, alza continuamente il livello dello scontro non capendo il rischio che si corre a erodere il capitale sociale è altrettanto grave e foriero di negatività della pandemia che stiamo affrontando.