di Enrico Cernigoi del 16/4/2020 – Ricorre quest’anno il 75° anniversario della liberazione, quel 25 aprile 1945 che segnò la fine della guerra e la liberazione dell’Italia dal fascismo. Finivano così vent’anni di dittatura, immani sofferenze del popolo e un conflitto che aveva visto morire migliaia di nostri soldati. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la celebrazione di questa ricorrenza continua a non essere riconosciuta da tutti gli italiani e ad esserne sminuita l’importanza in quanto, soprattutto in questa nostra martoriata terra di confine, fu accompagnata da episodi tragici e importanti che altro non furono però che un corollario al vero problema, la guerra.
Ritengo, pertanto, sia utile, soprattutto per le nuove generazioni che non hanno vissuto tale dramma, fare un breve excursus storico di quella che fu la situazione in essere nella Venezia Giulia dall’8 settembre 1943.
Con l’ordine del giorno Grandi, il Gran Consiglio del Fascismo aveva rimesso al re, Vittorio Emanuele III, la direzione politica e militare dello Stato. L’esercito gli era rimasto fedele. Dopo tre anni di guerra il Regno d’Italia era allo stremo; il lungo conflitto ne aveva messo in luce tutte le debolezze. Gli anni della dittatura non erano stati in grado di creare una base economica solida. La macchina bellica, così orgogliosamente propagandata, non aveva retto ad una guerra moderna e, fatto ancor più importante, il consenso popolare era andato via via scemando.
L’ otto settembre 1943 il re fuggì e il maresciallo Badoglio, nominato capo del governo, annunziò, ad un popolo incredulo e stremato la capitolazione e l’armistizio prima di seguire, a sua volta, l’esempio del sovrano. I soldati italiani, in quel momento ancora alleati dei tedeschi, erano sparsi tra la Grecia, la Francia, l’Unione Sovietica, la Yugoslavia e le varie basi militari disseminate lungo tutta la penisola italiana, convinti, in assenza di istruzioni certe, di lottare per la patria. Il proclama di Badoglio, infatti, lasciava alla popolazione e all’esercito la liberà di decidere quale credo seguire, in un panorama che vedeva la patria occupata dall’esercito tedesco, gli alleati (inglesi e americani) che la stavano conquistando, il regime fascista che si stava ricostituendo.
La fine della guerra suscitò ovunque nel Paese una spontanea esultanza che, però, non durò che un attimo: l’Italia, e in particolare il centro nord, era entrata nel periodo più nero della sua giovane storia.
In tale situazione, i confini del nord-est (Venezia Giulia), si trovarono al centro di una situazione esplosiva.
Il territorio, vista la sua importanza strategica connessa all’accesso diretto alla Germania, fu scorporato dai tedeschi dalla neonata Repubblica Sociale e annesso al Terzo Reich. Fu nominato un Gauleiter e istituita la legge teutonica. Vi furono inviati reparti di SS che affiancarono la Wermacht nell’azione di pulizia e di controllo della zona. Reparti della RSI (Repubblica Sociale Italiana), reparti di fascisti sloveni (Belogardisti), Ustascia, Cetnici e ultima, l’armata Cosacca, alla quale fu affidata la Carnia, collaborarono con i tedeschi nella lotta contro le formazioni partigiane che si erano andate costituendo.
Le formazioni combattenti di elementi sloveni, presenti sul Carso nella zona che va sotto il nome di Bisiacaria fin dal 1941 e da sempre supportate dalla popolazione locale, aumentarono con l’adesione di quelle italiane. La lotta partigiana era la reazione a vent’ anni di soprusi ed a una assimilazione mal concepita e male attuata oltre che la volontà di concretizzare quell’ uguaglianza sociale che era il fulcro degli ideali socialisti che animavano la maggior parte della popolazione.
Fu forse anche per quest’ultimo motivo che, durante il ventennio, nella Venezia Giulia il regime non riuscì mai a soffocare il movimento antifascista e, in particolare, il partito comunista che mantenne vive ed attive le sue cellule nei centri più vitali della classe operaia.
Il cantiere navale di Monfalcone rappresentò il fulcro e l’irradiazione degli ideali di uguaglianza e di libertà.
Gli ultimi anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale vi era stato un costante aumento del numero delle maestranze. Si era passati dai 3200 operai del 1938/39, ai 9000 del 1940 per raggiungere, già nel 1941, quota 14000. Questo fatto aveva causato un inevitabile allentamento della sorveglianza e una contemporanea circolazione di idee contrarie al regime che crescevano di pari passo con il protrarsi della guerra.
Che non fosse mai cessata l’attività e la lotta contro il regime è dimostrato dalla reazione dello stesso. Su 5.619 imputati del tribunale speciale dal 1927 al 1943, 922 erano della Venezia Giulia, su 4.595 condannati, 822 erano della zona, su 42 condannati a morte, 30 erano giuliani. Nella Venezia Giulia si colpiva sempre con il massimo rigore e nel modo più spietato.
E furono ancora queste terre a fornire un cospicuo numero di volontari alla guerra di Spagna. Degli 3.354 antifascisti italiani che vi aderirono, 355 erano volontari di questa zona, cioè più del 10% del totale. In combattimento ne caddero 168.
L’entrata in guerra dell’Italia aveva comportato che queste zone, a causa della loro pericolosità e della vicinanza con l’ex Yugoslavia, venissero considerate zona d’operazione e sottoposte alla legge marziale fin dall’inizio. Conseguentemente, i fatti dell’8 settembre, inasprirono la situazione oltre misura e gli ultimi due anni di guerra furono drammatici.
Queste terre furono al centro di una serie infinita di complotti, rivendicazioni e vendette. Da una parte i tedeschi, truppe di occupazione, che continuavano la guerra per la guerra e vedevano la zona come strategicamente importante per i loro collegamenti tanto da affidarne una parte al controllo dei cosacchi, uomini ormai senza patria che avevano nella lotta la loro unica possibilità di salvezza; dall’altra gli italiani rimasti fedeli al Duce che difendevano un lembo di patria che ormai non esisteva più nemmeno sulla carta. Nel campo avverso, italiani che avevano sposato l’ideale internazionalista e non volevano più un ritorno tout court allo stato di prima, ed altri italiani che vedevano nell’attendismo la possibilità di un ritorno non al fascismo ma allo stato borghese, cattolico e, in definitiva, anticomunista.
La lotta tra le parti fu violentissima e nel calderone interagirono tutte le parti interessate nel conflitto. Fonte di preoccupazione erano anche le conseguenze politiche che la questione giuliana poneva all’interno della decisione pianificata dalle conferenze alleate che ormai aveva diviso il modo in due blocchi. Anche per la parte italiana ‘ufficiale’, termine che raggruppava la Repubblica Sociale e il Regno d’Italia, la Venezia Giulia era vista come una questione aperta dove si sarebbero ancora potute giocare delle carte per una riconciliazione ‘nazionale’. L’arrivo, nell’inverno 1944-45, della X Mas di Valerio Borghese in queste zone ne è infatti un segnale. Continuando a tenere i contatti con l’esercito regio fedele al re, Borghese cercava una catarsi della propria unità militare nella liberazione della Venezia Giulia dagli Slavi(1). Dall’altro versante chiunque professasse ideali di sinistra veniva tacciato di essere slavocomunista. La Yugoslavia, infine, voleva l’annessione di queste terre come risarcimento all’occupazione italiana del 1941. Le sinergie liberate con queste premesse furono deflagranti e non avrebbero potuto essere altrimenti. Il 1944/45 fu contrassegnato da una lotta feroce che non risparmiò nessuno e coinvolse civili e militari in ugual misura.
Il 25 aprile 1945 fu un giorno di festa per la nazione: l’esercito tedesco era stato scacciato, Mussolini penzolava a testa in giù a Piazzale Loreto, l’avvenire si presentava roseo.
La regione Giulia fu liberata dai partigiani italiani e dalle truppe dell’esercito di liberazione della Yugoslavia alcuni giorni dopo, il 1 maggio 1945.
Ma con la cacciata dei tedeschi non se ne andò anche il malessere tra la popolazione che continuò a serpeggiare. Intellettuali, maestri, impiegati, piccoli commercianti e, in minor misura gli intellettuali, si preoccupavano della questione nazionale (per loro la lingua era una questione di pane). Fra la grande massa, invece, prevaleva la questione sociale con la speranza dell’instaurazione di un regime di sinistra; l’URSS e Tito erano visti come esempi da seguire. Il nervosismo dei ceti medi rendeva gli stessi massa di manovra per interessi più grossi.
In questo clima si aprì il periodo dei quaranta giorni dell’occupazione Titina. I nodi della questione nazionale e delle frontiere vennero al pettine. Iniziarono i primi screzi fra sloveni e italiani che, soprattutto per quanto concerneva i ceti non operai, erano su posizioni ideologiche non conciliabili con i primi. Peraltro, gli sloveni non riuscivano a comprendere neanche quello che l’operaio comunista italiano considerava la sua fìnalità primaria, ossia unificare tutti gli strati della popolazione lavorativa e laboriosa; per loro l’attività militare aveva in quel momento la priorità in considerazione che nell’OF (Osvobodilne Fronte) aderivano anche elementi nazionalistici con ambizioni espansionistiche. I comunisti italiani (giuliani) erano in una posizione strana: non accolti, di fatto, nè dalle altre forze italiane nè dai comunisti sloveni: gli uni volevano una esplicita affermazione di italianità, gli altri una maggior adesione alla federazione di Tito. Le divergenze non impedirono ai due contrapposti nuclei comunisti di trovare, nell’aprile del 1945, un accordo e nella zona si costituì un comitato misto di coordinamento. Il 1 maggio vi fu l’occupazione yugoslava di Gorizia; lo spontaneismo lasciò il posto alla costrizione effettuata con metodi di “rastrellamento”. Furono attuati i primi arresti, molti, tra cui anche coloro che avevano lottato con i partigiani, fuggirono. Quel giorno, ricorda un vecchio militante, rovinò anni e anni a venire.
Il sistema attuato dagli yugoslavi a Gorizia dilagò e raggiunse Monfalcone e l’isontino. Vi fu allora una separazione all’interno della classe dirigente comunista in quanto una parte di questa parlò apertamente di nazionalismo slavo. Il plebiscito che il 1 maggio sarebbe stato un trionfo per la Yugoslavia anche oltre l’Isonzo, pochi giorni dopo sarebbe stato una disfatta.
In virtù degli accordi intercorsi, alla fine di maggio all’occupazione yugoslava subentrò quella inglese. Si era ormai al cambio della storia. Alle truppe di occupazione inglesi, che rimasero nella zona fino al 1947, non sfuggì la realtà della situazione che vedeva la gente sempre divisa tra credi politici e sentimenti internazionali. L’occupazione inglese finì il 15 settembre 1947: le truppe italiane presero possesso di Monfalcone e il tricolore sventolò sulla Rocca.
Note all’articolo
1) Franco Bandini, Perchè Borghese fu consegnato agli alleati, in Storia Illustrata, Arnaldo Mondadori Editore n. 206, Milano gennaio 1975.