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25 aprile Una data che dobbiamo celebrare

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di Gianni Oliva del 16/4/2020 – Tra qualche giorno sarà il 75^ anniversario del 25 aprile: tanti anni, il tempo di tre generazioni. Forse troppi anni. La maggior parte dei protagonisti, per ovvie ragioni anagrafiche, non c’è più, e non c’è più il “racconto”, quello che suscitava emozione, passione civile, energia morale. Quando finisce la “memoria” deve però iniziare la “conoscenza”, il rapporto razionale con il passato. Per questo il 25 aprile è una data che dobbiamo continuare a celebrare, anche solo con i social come quest’anno. C’è una domanda che tutti, ma in particolare i giovani, devono porsi: come è stato possibile che tante vergogne siano accadute? Se pensiamo agli orrori più inquietanti del 1940-45, ai lager, alle camere a gas, ai forni crematori, proviamo un senso di sgomento e di lontananza: si tratta di episodi così estranei al nostro modo di essere e di sentire da sembrare inverosimili, retaggi di un passato del tutto remoto. Domandiamoci “dove” sono accaduti. Non sono accaduti in un paese barbaro e sottosviluppato; sono accaduti nella Germania degli anni Quaranta, nel paese dove c’era il più alto tasso di alfabetizzazione al mondo; sono accaduti nell’ambito di quella cultura tedesca che da due secoli insegnava al mondo i valori dell’uomo (da Kant in poi i più grandi filosofi, filologi, storici, artisti sono stati quasi tutti tedeschi); sono accaduti in quella Germania dove si erano formati uomini come Bertold Brectht, Thomas Mann, Albert Einstein. Eppure in quel Paese così evoluto, così istruito, un personaggio che oggi suscita orrore come il caporale Hitler è arrivato al potere e si è fatto seguire sino alla fine da cinquanta milioni di tedeschi (per viltà, per indifferenza, per convinzione, per inconsapevolezza, ma comunque sino alla fine: “la grande colpa collettiva del popolo tedesco – scriveva Primo Levi – “è stata il silenzio sui lager”).
Come è stato possibile? Rispondere significa scoprire i meccanismi inesorabili dei totalitarismi: il controllo della scuola, per plasmare giovani a immagine e somiglianza del modello d’uomo che il regime vuole imporre; il controllo dell’informazione, per far sapere ciò che si vuole si sappia e tacere tutto ciò che si vuole non si sappia; l’eliminazione della dissidenza, con gli assassinii, il carcere, l’intimidazione o il bavaglio della censura. Un esempio tra i mille possibili, raccontato da Anna Cherchi, classe 1924, partigiana piemontese catturata e deportata a Ravensbruck, vicino a Berlino: quando la guerra sta per terminare e vicino al lager già si sentono tuonare la artiglierie dell’Armata Rossa, i nazisti decidono di trasferire le deportate verso ovest, lontano dal fronte, per poterne sfruttare ancora la manodopera. Durante la marcia, allineate in fila per nove e controllate da due armati, le deportate attraversano un villaggio dove ci sono alcune persone sul marciapiede perché è una bella giornata di inizio aprile: tra loro vi è un bambino di 5 o 6 anni, bello come tutti i bimbi, a maggior ragione quelli nordici con i capelli biondi e gli occhi azzurri. La deportata più vicina al marciapiede, per istinto di tenerezza, passando accarezza sul capo il bambino: questi rimane interdetto per un attimo, ci pensa su, poi rincorre la donna e con tutta la forza che ha nelle gambe le tira un calcio alla caviglia. Che cosa c’è di “naturale” in un bambino di 6 anni che reagisce ad una carezza cercando di fare male a chi lo ha accarezzato? Che cosa c’è di naturale se non in un’atmosfera culturale dove già a quella età è stato insegnato che quelle persone con la divisa a strisce, con la testa rasata, gli zoccoli ai piedi, il numero tatuato sul braccio o cucito sul risvoltino della giacca sono dei nemici, dei reietti, dei pericoli da isolare e vilipendere?
Questa è la forza tremenda dei totalitarismi: plasmare le coscienze a propria immagine, trasformare un popolo di tedeschi in un popolo di nazisti, un popolo di italiani in un popolo di fascisti. Oggi, è vero, non ci sono all’orizzonte né lager, né gulag, e neppure l’olio di ricino degli squadristi: ma gli strumenti che hanno reso possibile quelle derive (il controllo della formazione e il controllo dell’informazione) sono strumenti che possono essere “usati male” anche oggi e provocare altre derive: diverse da quelle del 1940-45, certamente; ma comunque derive, chissà quali, chissà quanto profonde.
Ecco perché continua ad avere un senso celebrare il 25 aprile: bisogna ricordare ciò che è accaduto per comprendere ciò che ha permesso che accadesse. C’è una Resistenza che si è combattuta in montagna con le armi 75 anni fa, ma c’è una Resistenza che siamo chiamati a combattere ogni giorno. Il senso del “resistere” ispira una poesia del pastore tedesco Martin Neimoller (erroneamente attribuita a Brecht), che più o meno testualmente dice. “hanno portato via gli ebrei e non ho detto nulla perché non ero ebreo; / poi hanno portato via i comunisti e non ho detto nulla perché non ero comunista; / poi hanno portato via i sindacalisti e non ho detto nulla perché non ero sindacalista: / poi hanno portato via me, e non c’era più nessuno che potesse dire qualcosa”. Ecco: “resistenza” significa fare in modo che ci sia sempre qualcuno che possa ancora dire qualcosa. E’ una resistenza che non richiede le armi dei momenti eccezionali: richiede la coscienza di chi sa essere cittadino tutti i giorni.

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