Di Stefano Pizzin.
In Russia si vota, dal 18 al 20 settembre per rinnovare la Duma di Stato, e il primo problema per chi voglia scrivere qualcosa di sensato su questo appuntamento, è che non esiste un solo dato su cui si possa fare affidamento senza riserve. Non i sondaggi, prodotti da istituti demoscopici che rispondono direttamente al Cremlino, non le cifre sull’inflazione, che il governo ammette essere salita a circa il 6%, un record da cinque mesi, dato ufficiale, quindi verosimilmente sottostimato, non i dati sull’economia che non vengono più resi pubblici (la stessa governatrice della Banca centrale, Elvira Nabiullina, quest’estate è sparita per tre settimane a causa, a sentire lei, “di un raffreddore”) e neppure i bollettini di guerra dal fronte del Donbass che arrivano ogni giorno in versioni diverse a seconda di chi li racconta: i generali di Mosca, gli stessi che nel 2022 avevano promesso Kiev in tre giorni, non hanno mai distinto l’informazione dalla propaganda. In un Paese dove i media indipendenti sono stati chiusi, multati ed etichettati come “agenti stranieri”, dove una legge del 2022 punisce con anni di carcere chi definisce “guerra” quella che il Cremlino chiama ancora “operazione speciale”, l’unica cosa vera che si può dire è che queste elezioni si svolgono senza che nessuno sappia cosa stia succedendo veramente.
È in questa nebbia che si tengono le prime elezioni parlamentari da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina, e come in ogni buona messinscena, anche questa volta il Cremlino ha eliminato in anticipo chi avrebbe potuto rovinare la sceneggiatura. Il caso più clamoroso è quello di Jabloko, storico partito liberal-progressista, l’unico ad aver osato opporsi apertamente alla guerra: escluso dalla competizione dalla Corte Suprema su richiesta di un partito nazionalista minore, con una motivazione tecnica che serve solo a non dover ammettere la vera ragione: poteva prendere troppo voti, non tanti per impensierire Putin ma troppi per rovinare la scenografia al leader supremo. Prima di Jabloko erano già scomparsi, in un modo o nell’altro, quasi tutti i nomi che negli anni Dieci avevano provato a incarnare un’opposizione reale: Naval’nyj è morto in una colonia penale artica in circostanze che il regime non ha mai avuto interesse a chiarire, i suoi collaboratori sono in esilio o in carcere, e chi resta si guarda bene dal presentare liste. Non serve nemmeno più arrestare tutti: basta far sapere che il rischio c’è sempre, e il silenzio diventa tombale.
Il risultato è una campagna elettorale che ha il tono surreale delle grandi finzioni collettive, quelle in cui tutti sanno che si sta recitando ma nessuno osa uscire dalla parte. I candidati di Russia Unita (il partito del presidente) non discutono, professano fedeltà: c’è chi ha proposto di intitolare una via a Putin in ogni città con più di centomila abitanti, chi ha suggerito di inserire nei programmi scolastici un’ora settimanale dedicata ai “successi dell’operazione speciale”, chi con un eccesso di zelo che avrebbe meritato una parte nel film “Morto Stalin, se ne fa un altro”, ha proposto una legge contro chi si permette pubblicamente di esternare del “pessimismo relativo all’andamento del conflitto”. La cosa più comica è che queste proposte sono perfettamente coerenti con il modo in cui funzionano le istituzioni e i media russi.
Restano, certo, altri partiti sulla scheda: il Partito Comunista, Russia Giusta (un partito socialdemocratico espulso dall’Internazionale socialista per il suo sostegno alla guerra), i liberaldemocratici (che a dispetto del nome sono una forza politica di estrema destra), i New People, nati come contenitore per un elettorato giovane e urbano stanco della vecchia guardia. Vengono chiamati, con understatement e ironia “opposizione parlamentare”: possono fare piccole critiche di contorno ma non il sistema e, mai e poi mai, l’inquilino del Cremlino. Sono, in un certo senso, i personaggi minori delle “Anime morte” di Gogol’, figure che esistono sulla carta, animano un’economia di scambi e di piccoli favori, ma non producono nulla di reale, tanto meno un’alternativa. La Duma che ne uscirà, del resto, conterà relativamente poco: dal 2020 la Costituzione russa attribuisce al presidente poteri talmente ampi da rendere il Parlamento un organo quasi notarile, che ratifica più che legiferare. Anche il dibattito più acceso, alla Duma, non è mai un dibattito sul potere è un dibattito dentro il potere, tra chi lo gestisce e chi ne raccoglie le briciole.
Chi si trovasse in Russia in questi giorni, accendendo la televisione si troverebbe di fronte a una campagna elettorale che chiamare surreale sarebbe troppo poco: le tribune elettorali, organizzate per legge dalla tv pubblica, vanno in onda di prima mattina, ma chiudono dopo pochi secondi per assenza dei partecipanti (nessuno ha voglia di dire qualcosa sapendo che potrebbe costargli la carriera politica o qualche anno in Siberia). Chiamare “democrazia” tutto questo richiede una certa fantasia e il genio letterario di un Gogol’ o di un Bulgakov: un mondo in cui l’assurdo diventa amministrazione ordinaria e chi se ne accorge finisce, nel migliore dei casi, in manicomio. Una farsa procede con la puntualità burocratica di una macchina che sa esattamente cosa deve produrre: un’affluenza sufficiente a legittimare il voto (ma più bassa delle elezioni presidenziali, perché bisogna dimostrare che il popolo ama più Putin della Duma), e una maggioranza di Russia Unita larga abbastanza, 300 seggi su 450, per modificare la Costituzione senza dover chiedere permesso a nessuno.
Fuori dai palazzi, la Russia che subisce tutto questo è in gran parte passiva, non per convinzione, ma per stanchezza, per paura, e soprattutto perché i disastrosi anni di Eltsin, quelli del caos seguiti alla caduta del comunismo, sono ancora un ricordo fresco e brutale, e così all’ex agente del KGB, saldamente al potere dal 2000, si perdona tutto finché le condizioni economiche reggono. Intanto chi aveva l’energia e i mezzi per andarsene se n’è già andato: si stima che centinaia di migliaia di russi, soprattutto professionisti e giovani laureati, abbiano lasciato il Paese dal 2022, verso Armenia, Georgia, Kazakistan, Serbia, gli Emirati. È l’unica forma di dissenso che il sistema tollera senza reprimere, perché conviene a entrambe le parti: chi resta non protesta, chi se ne va non è più un problema. Il fatto è che questa configurazione fatta di una élite silenziosa, società anestetizzata e potere personalizzato all’estremo, non abbia alcuna ragione strutturale per cambiare nel breve periodo. Putin ha 74 anni e nessun successore designato: la Russia dell’uomo solo al comando potrebbe restare tale semplicemente perché nessuno, all’interno, ha interesse o coraggio a immaginare un dopo.
E l’esterno, va detto, non sta esattamente facendo pressione in direzione contraria. Donald Trump alterna da mesi minacce di sanzioni durissime a dichiarazioni di affetto quasi personale per l’uomo del Cremlino: “ho un ottimo rapporto”, ha ripetuto più volte, salvo poi ammettere che Putin “dice un sacco di stronzate” e minacciare dazi che poi rinvia. Il vertice in Alaska dell’agosto 2025 si è chiuso senza accordi ma con parole di elogio reciproco; le telefonate di settembre proseguono sullo stesso schema, tra proposte di incentivi economici e freni improvvisi da Mosca. È un balletto fatto di rinvii, dove il presidente americano non mette in campo la diplomazia di Washington ma una coppia formata da suo genero Jared Kushner e l’amico immobiliarista Steve Witkoff, un’altra recita dove pare evidente che a Trump Putin piaccia da matti. Chissà, forse ne invidia la gestione del potere, o gli archivi dei servizi russi sono pieni di dossier sul presidente americano. L’Europa che dovrebbe essere il soggetto più interessato a un esito diverso da questo stallo, resta divisa tra chi vuole inasprire le sanzioni e chi teme le conseguenze economiche di farlo, e vive nella paura costante che qualche amico del Cremlino vinca le elezioni a Parigi o Berlino. Il risultato è uno stallo dal quale a Mosca pensano di uscirne vincitori; nel frattempo le fonti indipendenti calcolano sono quasi 500 mila le vittime russe dell’aggressione all’Ucraina (e finché vengono dalla Russia più povera e periferica il numero continuerà ad aumentare), l’economia arranca e il Paese rischia di diventare una succursale di Pechino.
Il futuro della Russia, insomma, resta avvolto in una nebbia che non è solo mancanza di informazione, è il prodotto deliberato di un sistema che ha bisogno dell’opacità per funzionare. Tutto dipende, più che dai risultati delle urne, dalle decisioni di un solo uomo, circondato da cortigiani che hanno tutto l’interesse a non contraddirlo. È la vecchia lezione che la storia russa continua a impartire, dagli zar in avanti: quando la verità diventa un rischio per carriera e sopravvivenza, smette semplicemente di venir detta.
Le prossime elezioni, dunque, sono una recita a uso e consumo dell’uomo solo al comando, a chi ha scommesso tutto sul desiderio di sedersi al tavolo dei grandi con Stati Uniti e Cina e per farlo si è infilato in una guerra senza senso con l’obiettivo di fare dell’Ucraina un satellite. Un Paese in balia di un potere assoluto che non riceve più informazioni vere perché nessuno ha il coraggio di dargliele e che alla guida ha un cieco prima o poi andrà a sbattere. Sarebbe qualcosa che in Russia si è già visto altre volte e la sola vera incognita è quando e a che prezzo.