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La memoria perduta e la politica della paura

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Di redazione.

Ogni volta che una tragedia del mare o un improvviso aumento dei flussi migratori occupano le prime pagine dei giornali, assistiamo allo stesso copione: il dramma umano passa rapidamente in secondo piano e diventa materia di scontro politico.

Uomini, donne e bambini, costretti a fuggire dalla fame, dalle guerre, dalle dittature e da sistemi che negano ogni diritto, cessano di essere persone con una storia e diventano numeri, slogan, strumenti di propaganda.

A questa tragedia si aggiunge quella dello sfruttamento. Le organizzazioni criminali che controllano le rotte migratorie costruiscono immense ricchezze sulla disperazione di chi non ha altra scelta che affidare la propria vita ai trafficanti.

È un commercio disumano che prospera grazie all’assenza di prospettive nei Paesi di origine e alle profonde disuguaglianze che separano il Nord e il Sud del mondo. Ma le responsabilità non si fermano agli scafisti.

Dietro le grandi migrazioni vi sono regimi autoritari, guerre dimenticate, sfruttamento economico, cambiamenti climatici, interessi geopolitici e sistemi criminali che trasformano la disperazione in un mercato miliardario.

Ridurre tutto allo slogan dell’«invasione» significa semplificare una realtà immensamente più complessa, impedendo di affrontarne le vere cause.

Eppure, noi italiani dovremmo ricordare. Tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del secondo dopoguerra, milioni di nostri connazionali lasciarono il Paese per sfuggire alla miseria, alla disoccupazione e alla mancanza di futuro. Furono accolti con diffidenza, spesso discriminati, talvolta sfruttati. La nostra storia nazionale è anche una storia di emigrazione, di sacrifici e di speranze affidate a una nave diretta verso un mondo migliore.

Oggi quella memoria sembra essersi affievolita. L’egoismo, la paura alimentata ad arte e una crescente povertà culturale rendono più facile trasformare il fenomeno migratorio in uno strumento di consenso elettorale. Si evocano invasioni, si alimentano paure, si innalzano slogan identitari, spesso accompagnati dal richiamo a «Dio, Patria e Famiglia», dimenticando che la dignità della persona, la solidarietà e l’accoglienza appartengono alla migliore tradizione civile e cristiana del nostro Paese.

La paura è un sentimento umano e naturale. Ogni società ha il diritto di chiedere sicurezza, legalità e regole. Ma quando la paura viene deliberatamente alimentata per ottenere consenso elettorale, cessa di essere una risposta a un problema reale e diventa uno strumento di manipolazione. Una democrazia che costruisce il proprio consenso sull’amplificazione delle paure finisce inevitabilmente per impoverire sé stessa, perché sostituisce il confronto razionale con la ricerca del nemico e trasforma fenomeni complessi in slogan utili alla propaganda.

Governare le migrazioni è un dovere degli Stati. Contrastare l’immigrazione irregolare e le mafie che la alimentano è indispensabile.

Ma è profondamente diverso dal trasformare la sofferenza di milioni di esseri umani in una leva di propaganda politica. Quando la paura sostituisce la ragione e la memoria viene cancellata, non si impoverisce soltanto il dibattito pubblico: si impoverisce la nostra stessa umanità.

Una società che dimentica il proprio passato rischia di non riconoscere più il volto dell’altro. E quando questo accade, perde anche una parte della propria identità. L’egoismo, la mancanza di memoria e, purtroppo, di cultura ci hanno portato a considerare la sofferenza di altri esseri umani come un’occasione di propaganda. È questa, forse, la forma più triste di povertà che una società possa conoscere.

Naturalmente non si risolve tutto con il «vogliamoci bene».

Se l’immigrazione è anche una risorsa, in tempi di calo demografico e di inevitabile globalizzazione, essa va gestita anche sul piano culturale. L’integrazione è un processo complesso, che obbliga le parti a venirsi incontro, a superare pregiudizi e stereotipi, ma anche ad acquisire valori comuni, mettendo in discussione pratiche e tradizioni radicate. Per fare un esempio molto sentito: se l’integrazione degli immigrati di cultura islamica è un processo necessario, essa si fonda, da una parte, sul riconoscimento della libertà di culto e di associazione e, dall’altra, sulla supremazia della laicità dello Stato e sull’eguaglianza di genere.

Una recente analisi, realizzata attraverso una piattaforma di intelligenza artificiale e in linea con i risultati di recenti sondaggi d’opinione, mostra infatti che le principali preoccupazioni degli italiani riguardano soprattutto l’inflazione e la perdita del potere d’acquisto, la crisi della sanità pubblica, il caldo estremo e gli incendi, il caro energia e carburanti e le tensioni internazionali. L’immigrazione è certamente un tema importante, ma non risulta essere quello che più incide sulla vita quotidiana della maggioranza dei cittadini.

Questi dati non negano la necessità di affrontare il fenomeno migratorio con serietà e legalità; suggeriscono però che la politica e questo Governo, che vanta stabilità ma vuole una nuova legge elettorale che gli garantisca di restare al potere, dovrebbero dedicare la stessa determinazione che impiegano nella propaganda continua alle questioni economiche e sociali che i cittadini indicano come più urgenti.

Continuare ad anteporre un tema capace di suscitare paura e contrapposizione continua a lasciare sullo sfondo problemi che incidono concretamente sulla qualità della vita delle persone.

Soprattutto, ciò che appare evidente è che la destra non vuole risolvere il problema: da una parte vuole disporre di manodopera a buon mercato, dall’altra farne il capro espiatorio di ogni male del Paese, traendone anche un ricavo elettorale.

Una politica realmente responsabile dovrebbe essere capace di fare entrambe le cose: governare i flussi migratori con umanità e fermezza, contrastando le organizzazioni criminali, e, allo stesso tempo, offrire risposte credibili al caro vita, alla sanità, al lavoro e alla sicurezza economica delle famiglie. È su questi terreni che i cittadini chiedono oggi risposte, ed è lì che si misura la capacità di governo di un Paese.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org