Di Cosimo Risi
Il 31 agosto, Tianjin ha ospitato il vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO), l’organizzazione per la cooperazione che prende il nome dalla città fondativa. A presiedere è l’anfitrione, il Presidente Xi Jinping. Al suo fianco, nella foto di gruppo ad eternare il momento, il Presidente russo Vladimir Putin, il Primo Ministro indiano Narendra Modi, altri Capi di Stato o di Governo dell’Asia centrale, del Nordafrica, del Golfo.
Tutti uniti a mostrare che il Sud globale, un’espressione geograficamente inappropriata considerata la presenza del grande nord delle Repubbliche ex sovietiche, esiste e resiste all’unipolarismo americano (occidentale). La Russia non è isolata, esibisce buona salute diplomatica, converge con alleati storici dell’America quali le “petromonarchie” del Golfo. L’interesse economico è comune: gestire i flussi ed i prezzi degli idrocarburi, dentro e fuori l’OPEC.
Significativo è il primo viaggio in Cina, dopo sette anni di assenza, del Primo Ministro indiano. Fra i due giganti asiatici non corre buon sangue. Anzi, per stare nell’immagine, scorre il sangue dei combattimenti lungo la contesa frontiera himalayana. La competizione a chi è il più forte in Asia e potenzialmente nel mondo è acuta.
Grazie a Donald Trump ed alla sua politica dei dazi, la Cina è spinta a solidarizzare con l’India, penalizzata di un 50% perché acquista il petrolio dalla Russia. Cina e India comprano circa la metà del greggio russo dopo le sanzioni del 2022. Subito dopo l’incontro a Anchorage del 15 agosto, Putin ha autorizzato Exxon Mobil a riprendere le trattative con l’omologa Rosneft: ci sono idrocarburi in abbondanza nell’Artico da sfruttare in condivisione. Washington penalizza chi compra il petrolio russo, salvo collaborare in proprio con l’industria petrolifera russa. Una lezione di vita.

La SCO raccoglie il 40% della popolazione mondiale, da sole Cina e India fanno il botto, nonché ¼ del PIL globale. Avrebbe parecchio da dire, anche se sconta la fragilità tipica delle giovani organizzazioni. Nascono con certe ambizioni, secondo il Ministero Esteri di Pechino, quella di ridisegnare la governance globale, per stentare nella gestione degli affari correnti.
La disputa fra le Repubbliche asiatiche ex sovietiche perdura. Le monarchie del Golfo guardano a Washington per la sicurezza, non si discostano granché dalla politica di Israele in Medio Oriente avendo in comune il nemico iraniano. Pur tuttavia a Tianjin siederanno assieme al Presidente di Iran. È il bello della diplomazia multilaterale: si condivide il tavolo anche nei momenti conviviali, si continua a battagliare sul campo.
Gli Stati Uniti guardano con attenzione al tavolo imbandito di cucina cinese, nel frattempo continuano a tessere la tela in Europa e in Medio Oriente. A breve scade l’ultimatum di Trump a Putin perché programmi l’incontro con Zelenskyj. Altri ultimatum hanno subito proroghe, è ragionevole pensare che anche questo sia rinviato. La stagione favorisce l’ennesima offensiva russa. Dovrebbe durare fino ai primi freddi invernali, quando le pianure ucraine si riempiranno di fango e ghiaccio. L’Armata guadagnerà così altre posizioni, da mantenere o scambiare al momento delle trattative.
Risuonano le dichiarazioni dei Volenterosi europei: non ci faremo intimidire, alla faccia feroce di Putin (un “orco”, lo definisce Macron) opporremo una faccia altrettanto feroce. Decidono di mandare truppe in luoghi e compiti imprecisati a garantire che l’Ucraina pacificata non sia più minacciata.
La strategia dei Volenterosi è orgogliosa quanto difficile da decifrare. La Germania esita: un incubo immaginare la Wermacht nei pressi della frontiera con la Russia. L’Italia si pone di lato, attende di capire come butta: se potremo contare sull’ombrello aereo e spaziale americano. Senza il grande occhio, le truppe europee sarebbero cieche. Il sogno è che la forza di interposizione schieri soldati cinesi, nulla accadrebbe ai nostri.
Washington è costantemente allineata a Gerusalemme. Inorridisce alle stragi, chiede a Netanyahu di accelerare la campagna di Gaza. Il fronte europeo, Francia e Regno Unito in primo luogo, si avvicina alla Palestina per riconoscere lo stato che non c’è. L’America nega il visto alla delegazione dell’Autorità Palestinese che dovrebbe recarsi a New York per la Conferenza sulla Palestina. Il divieto riguarda anche il Presidente Abu Mazen? Di certo – lo dichiara il Segretario di Stato – è l’intento di boicottare la Conferenza e punire l’AP per avere spinto gli Europei al riconoscimento. La mossa incoraggia Hamas a resistere nelle trattative sugli ostaggi. L’organizzazione terroristica vedrebbe così premiato il pogrom di ottobre 2023.
Donald Trump riceve Tony Blair, autore con la sua società di consulenza del piano per trasformare Gaza in polo commerciale e turistico. Con i Gazawi dentro, precisa l’ex Primo Ministro britannico.