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La Sanità e “un pensiero lungo”

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Di Franco Perazza

Quando si ragiona di servizi sanitari, fosse anche in relazione ad un singolo servizio, bisogna aver chiaro che non vi è nulla di più complesso del mondo della sanità. E’ un mondo dove si intrecciano i bisogni delle singole persone con quelli delle comunità, dove operano molteplici professionalità a volte in concorrenza tra loro, dove i luoghi e le  strutture sono parti di un sistema articolato e interdipendente, dove premono interessi corporativi spesso anacronistici e si fanno sentire localismi esasperati, dove il pubblico si confronta e spesso si scontra con il privato, dove l’umana sofferenza deve fare i conti con  le disumane regole dei bilanci aziendali. E dove passa un fiume di denaro.

    Questa complessità del sistema dei servizi sanitari in sé, si amplifica e ci interroga profondamente, se solo facciamo attenzione alle parole della nostra Costituzione che  all’art. 32 così recita; “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. I Costituenti   hanno usato opportunamente il termine  “salute” e non sanità , perché ciò che conta è la salute, ma la salute non è solo sanità, come la sanità non è solo ospedali.

    Se si vuole veramente perseguire la salute dei cittadini in un dato territorio, e non solo gestire una medicina riparativa, bisogna agire sui “determinanti sociali” di salute: reddito prima di tutto, e poi istruzione, ambiente, stili di vita, accesso al cibo, solo per indicarne i principali. Accanto a questo bisogna garantire  l’accesso a servizi sanitari di qualità, tuttavia questo non significa solo ospedali per acuti, ma anche tutte quelle strutture e servizi che debbono garantire la presa in carico per le persone con patologie di lunga assistenza, che rappresentano un’utenza in grande crescita proprio grazie ai progressi della medicina. Si chiama medicina di territorio. Ma questa area di servizi, in forte crescita a causa dell’aumento della popolazione anziana fragile e del numero di persone con patologie cronico degenerative, rende indispensabile  una forte integrazione tra sociale e sanitario. Fino a che il mondo della sanità rimarrà altro rispetto al mondo del sociale non si potranno affrontare in modo efficace i problemi delle  persone con patologie cronico-degenerative o di lunga assistenza, che richiedono prese in carico ben diverse da quelle attuate nei contesti di cura dedicati alle condizioni acute o quelle praticate in solitudine negli studi privati come si faceva nel 1978 alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale.

    Dunque, se si volesse gestire in modo corretto il Servizio Sanitario Regionale, si dovrebbero considerare  tutti questi aspetti,  e ancora non sarebbe sufficiente.

    Per governare la sanità, più che qualsiasi altro settore, serve un “pensiero lungo”, una visione, la capacità di anticipare il futuro. “Un politico pensa alle elezioni. Uno statista alle prossime generazioni”. Questo servirebbe: saper guardare al di là delle momentanee convenienze, ma purtroppo non sempre accade che un presidente di regione o un assessore regionale alla salute abbiano la statura dello statista.

    Eppure  il richiamo alla frase di Alcide De Gasperi è quanto mai opportuno.

La conferma la troviamo nel recente animato dibattito politico che si è acceso nel nostro territorio, a Gorizia in particolare, in queste torride giornate estive, attorno al tema dell’ Unità di terapia intensiva cardiologica dei nostri due presidi ospedalieri, e che presumibilmente nei prossimi mesi si farà ancora più acceso e forse si allargherà ad altri contenuti.

Ospedale di Gorizia

    Il dibattito verteva su quante Unità di terapia intensiva cardiologica avrebbero dovuto essere previste  nel nostro territorio in cui sono operativi due presidi ospedalieri, che integrati tra di loro costituiscono l’ospedale unico dell’ Isontino.  Per il momento si è deciso di mantenere la situazione attuale che prevede due Utic: una a Gorizia e una a Monfalcone, precisando che a Gorizia rimarrà operativa “fino a quando le condizioni lo consentiranno”. Dunque un prendere tempo, un posticipare la scelta definitiva, un evitare di mettere in difficoltà qualche amministratore amico in attesa di una qualche tornata elettorale. Pur di non decidere si è arrivati al punto di non prendere in considerazione e non divulgare il parere del gruppo di esperti costituito in fretta e furia appositamente per indicare quale fosse la scelta più corretta e sostenibile dal punto di vista tecnico e scientifico. 

    Ebbene, la difficile situazione in cui ci troviamo, che oggi si pone per l’Utic ma domani si potrebbe riproporre per altre specialità, è dovuta alla mancanza di un “pensiero lungo” da parte degli amministratori regionali degli anni ‘8o, per cui noi ora paghiamo un prezzo salato. Infatti in quegli anni si poteva prevedere – e qualcuno lo aveva previsto – che, alla lunga, sarebbe stato difficile se non impossibile avere due ospedali perfettamente uguali per funzioni e specialità, in un territorio di poco più di140 mila abitanti. E tuttavia, avendo a cuore le prossime elezioni e non le prossime generazioni, quegli amministratori non hanno avuto la determinazione e il coraggio di realizzare un nuovo ospedale unico per l’Isontino, che sarebbe stata la soluzione più corretta e allora auspicata dai tecnici. Ora ci troviamo con un ospedale unico, ma articolato su due sedi: San Giovanni di Dio a Gorizia e San Polo a Monfalcone, e dobbiamo avere l’intelligenza tecnica e l’abilità politica di confermare il loro funzionamento complementare e sinergico, per garantire l’operatività delle reciproche eccellenze,  in una fase di razionalizzazione della rete ospedaliera regionale ricca di insidie per il nostro territorio.  Se su questo tema dovesse riemergere, a guisa di  fiume carsico,  quella rivalità che per troppo tempo è stata la cifra dei rapporti tra Gorizia e Monfalcone, possiamo stare certi che altri territori ben più forti dei nostri  sapranno cogliere l’occasione a loro favore.

Ospedale di Monfalcone

    Ma l’attenzione deve sempre essere tenuta sul sistema complessivo perchè, come insegna la scuola della Gestalt : “il tutto è diverso dalla somma delle singole parti” . Ospedale per acuti, Ospedale di Comunità, Casa della Comunità, Centrale Operativa Territoriale, Distretto sanitario, Dipartimento di prevenzione, Dipartimento di salute mentale e dipendenze sono tutte  componenti essenziali del sistema, nessuna deve essere dimenticata, e non devono essere messe in concorrenza tra di loro: non ci sono servizi di seria A e di serie B. Sono tutte strutture e servizi indispensabili nelle diverse fasi della vita e della storia della malattia che le  persone attraversano.  Ma, quel che più conta, tutti questi servizi e queste strutture devono avere le dotazioni di personale necessario al loro funzionamento: non ci vuol molto a capire che se mancano un centinaio di infermieri nelle strutture sanitarie isontine, il sistema non può funzionare e le strutture fisiche, anche quelle nuove che tra pochi mesi saranno inaugurate, rischiano di essere vuoti  simulacri. La risorsa più preziosa in sanità sono gli operatori. Eppure sembra che sia proprio l’Assessore regionale alla salute Riccardo Riccardi a non capirlo .

    Come pare non capire che per questo territorio, che ha sempre avuto una particolare sensibilità e vocazione transfrontaliera e che con GO! 2025 ha ricevuto il suo riconoscimento internazionale, aver cancellato nella propria riforma sanitaria ogni riferimento alla medicina transfrontaliera, presente invece nella precedente legge regionale, è una grave trascuratezza. Così come è incomprensibile la situazione di ostinato impoverimento dei servizi per la salute mentale e per le dipendenze – un fiore all’occhiello della nostra regione secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità – a fronte di un costante aumento della domanda di aiuto, che nella fascia di età giovanile assume ormai i contorni di una “drammatica epidemia” . E come non rimanere sconcertati per l’assenza di proposte concrete per sostenere quelle centinaia di famiglie dell’isontino con un parente sofferente di malattia di Alzheimer o altra patologia dementigena che avrebbero bisogno immediato di servizi specialistici che non ci sono, e che di conseguenza si trovano soli anche nella ricerca di una badante  per poter sopravvivere.

    C’è molto da fare in difesa del nostro Servizio Sanitario Regionale: una volta indicato come un’ eccellenza, ora un sistema da sottrarre da un lento declino.  Il “pensiero lungo” non può essere quello di andare verso una sanità a due punte: Trieste-Udine, e  plasmarsi sul modello lombardo. La nostra regione è nata e si è sviluppata su saldi principi di solidarietà tra territori. Dobbiamo impegnarci perchè il nostro Servizio Sanitario Regionale mantenga questi principi, e non si alimentino disuguaglianze territoriali.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org