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Laicità e ateismo

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di Davide Strukelj.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico italiano ha spesso ruotato attorno alla “difesa dell’identità cristiana”. Alcune forze politiche, tipicamente di destra, hanno fatto del richiamo ai cosiddetti “valori cristiani” un perno della loro retorica, utilizzandolo non di rado in chiave oppositiva rispetto alla presenza di stranieri o di comunità religiose minoritarie. Una volta giunte al governo, queste stesse forze tendono a proseguire su quella linea, rafforzando il messaggio fino a trasformarlo, talvolta, in uno strumento di contrapposizione. Così accade che la laicità venga dipinta come un atteggiamento aprioristicamente ostile alla religione, e che chi si dichiara ateo sia percepito non come un interlocutore possibile, ma come una figura estranea o addirittura antagonista. Talvolta la richiesta di laicità, avanzata dalle opposizioni, viene rivenduta politicamente, dalle forze di destra, come una disonorevole apertura verso altre fedi, una mancanza verso il cattolicesimo o addirittura come uno scarso patriottismo.

Ma sono proprio queste distorsioni — e la confusione concettuale che ne deriva — a rendere necessario un chiarimento: primo, ateismo e laicità non sono la stessa cosa, come è evidente; secondo, essi non costituiscono un vulnus per la democrazia e per i valori occidentali, anzi. E allora, visto il maluso che spesso viene fatto di queste due parole, crediamo che esplicitarne le differenze e i contenuti (a beneficio di tutti), così come rendere giustizia alla loro potenziale funzione all’interno delle istituzioni, possa essere un elemento di chiarezza, essenziale per preservare uno spazio pubblico equilibrato e aperto a tutti.

Notoriamente si tratta di piani assolutamente distinti. La laicità è un principio che appartiene alle istituzioni, regola i rapporti tra lo Stato e le varie confessioni, e si fonda sull’idea che il potere politico debba mantenere una distanza di cautela rispetto a ogni credo. L’ateismo, invece, è una scelta di coscienza, un orientamento intellettuale e personale che rifiuta il ricorso a un principio trascendente per spiegare il mondo e fondare l’etica. Confondere (volutamente o inconsapevolmente) i due termini significa non soltanto sbagliare concettualmente, ma anche impoverire il dibattito su entrambi i fronti. Alquanto subdolo è invece il tentativo di insinuare che questi due orientamenti possano rappresentare un “piede nella porta”, un grimaldello, attraverso il quale alcuni cercano di scardinare il sistema valoriale della nostra società. Ed è proprio questo complessivo impoverimento del dibattito pubblico che (probabilmente) sta alla base della strategia del centrodestra italiano, e non solo. Uno scontro schematizzato e polarizzato è infatti quanto di più cercato da queste forze politiche, poco interessate al dialogo e tutte concentrate nel massimizzare il consenso ad ogni costo. E così il confronto che ne nasce viene ridotto al “con noi o contro di noi”, dove il “noi” è etichettato come “i difensori dei valori” o addirittura “i difensori della patria” (sarebbero i cosiddetti patrioti, come si definiscono con stucchevole abuso del termine). Nessuno spazio viene invece lasciato al ragionamento e alla discussione.

Veniamo al tema in modo chiaro e costruttivo.

Alexandre Kojève, filosofo e studioso dell’ateismo fin dalla giovinezza, ci offre un esempio illuminante. Pur rivendicando con fermezza l’autonomia del pensiero umano da ogni dogma religioso, egli riconobbe che il cristianesimo, lungi dall’essere solo un ostacolo, fu uno dei fattori che hanno plasmato la storia europea, contribuendo persino allo sviluppo del pensiero razionale e della scienza logico-matematica e fisica così come oggi la conosciamo. Questa sua capacità di distinguere tra fede e lascito storico-culturale mostra come un ateo non sia affatto inadatto a discutere di religione: al contrario, può farlo con la lucidità di chi osserva senza vincoli di appartenenza, riconoscendo tanto le conquiste quanto le contraddizioni delle tradizioni religiose.

Va anche detto che l’ateo maturo è ben consapevole di appartenere a una minoranza, visto che la maggior parte degli esseri umani, oggi come nei secoli passati, crede in un’entità trascendente. Ma questa consapevolezza non si traduce in contrapposizione o in rinuncia, bensì in un rispetto autentico per la dimensione spirituale altrui, vista come parte significativa dell’esperienza umana. Qui si distingue nettamente l’ateismo riflessivo dal profilo superficiale del “non credente” inteso come semplice indifferente o polemico: non è un rifiuto per disprezzo, ma un orientamento costruito attraverso lo studio, la lettura e il confronto con visioni diverse.

Proprio per questo, il credente non dovrebbe percepire l’ateo come un antagonista o una minaccia. L’ateo che possiede strumenti culturali e sensibilità storica è spesso un interlocutore prezioso: qualificato nell’analisi, attento ai fatti, rispettoso delle convinzioni altrui. Non è incline alle derive estremiste che possono affiorare nelle religioni quando queste si chiudono in sé stesse, né favorevole a una “secolarizzazione forzata” che svuoti di senso ogni espressione spirituale. Il suo approccio, ancorato alla ragione e alla libertà di pensiero, è generalmente aperto al dialogo e alla comprensione, e tende a cercare ciò che unisce piuttosto che ciò che divide.

Questa libertà da vincoli dottrinali, quando non è inquinata da pregiudizio, si traduce in curiosità. Molti atei leggono testi sacri, si interessano alla storia delle chiese, studiano il ruolo delle religioni nell’arte, nella filosofia, nel diritto. Non si tratta di adesione, ma della consapevolezza che la religione — qualunque essa sia — è una chiave di comprensione dell’uomo e della società. In questo senso, l’ateo può diventare un osservatore privilegiato: non estraneo al discorso religioso, ma partecipe di esso in quanto fenomeno culturale, pur senza abbracciarne le premesse di fede.

In una società pluralista, questo atteggiamento trova un terreno naturale nella laicità, che non è un vuoto di valori ma il quadro comune in cui prospettive diverse possono convivere. Un governo laico garantisce che nessuna confessione, incluso l’ateismo stesso, possa godere di privilegi o subire discriminazioni, e impone che le decisioni pubbliche siano basate su ragioni accessibili a tutti. Per questo, un ateo rispettoso e culturalmente curioso non solo è compatibile con la laicità, ma può diventarne un sostenitore attivo, proprio grazie alla sua distanza dai legami confessionali. Non perché l’ateismo ne sia la condizione necessaria — la storia mostra chiaramente che molti credenti sono stati e sono oggi difensori convinti della separazione tra Stato e Chiese — ma perché la sua prospettiva è naturalmente predisposta a valutare le fedi con imparzialità e terzietà.

Ateismo e laicità restano percorsi distinti: il primo vive nella coscienza individuale, la seconda regola lo spazio comune. Ma quando si incontrano in una prospettiva di rispetto reciproco, possono rafforzarsi a vicenda. L’ateo maturo, libero da condizionamenti e capace di valutare le religioni per ciò che sono e per ciò che hanno significato, non rappresenta una minaccia al discorso religioso, ma una risorsa per ampliarlo, arricchirlo e mantenerlo aperto. La sua presenza nello spazio pubblico non sottrae nulla a chi crede, anzi, completa il ragionamento aggiungendo un punto di vista che, proprio perché non vincolato a una dottrina, può facilitare il dialogo tra fedi diverse e contribuire a un clima di maggiore comprensione reciproca.

In tempi in cui il richiamo strumentale a presunti “valori religiosi” rischia di restringere il pluralismo e alimentare divisioni, la voce dell’ateo maturo può svolgere un ruolo di ponte. Non un ponte che annulli le differenze, ma che le colleghi, permettendo un passaggio intellettualmente “sicuro” da un versante all’altro. È in questa capacità di ascolto, di integrazione e di mediazione che si trova il vero valore della sua presenza: un contributo silenzioso ma decisivo alla costruzione di una convivenza civile in cui credenti e non credenti non solo tollerano, ma comprendono la diversità delle proprie prospettive. E forse è proprio qui, in questa possibilità di camminare fianco a fianco, pur senza voler essere esattamente coincidenti, che ateismo e laicità trovano la loro più autentica utilità sociale.

Associazione APERTAMENTE - Piazza Cavour 22, 34074 Monfalcone - info@ associazione-apertamente.org