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Dalla parte di Volčič. Quello sguardo che manca a Gorizia.

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di Simone Cuva del 3/3/2022

All’inizio di dicembre si è svolto il commosso, intenso, dovuto, omaggio al giornalista Dimitrij Volčič scomparso pochi giorni prima. Al Kulturni dom di Gorizia, come era giusto che fosse, dove la comunità slovena, principalmente, ha potuto tributargli un saluto colmo di affetto e rispetto, come si deve agli intellettuali o alle personalità di assoluto rilievo, quale egli era.

Nell’articolo de Il Piccolo in cui si dava ampio spazio all’evento, risaltava in fondo l’affermazione del Sindaco Ziberna, che nel suo intervento sottolineava, dopo un comprensibile elogio della figura scomparsa, come Volčič fosse “goriziano per scelta”, ponendo l’accento quindi, su una supposta predilezione allo sguardo localizzato (ndr), atteggiamento tipico di chi rivolge la propria azione o pensiero civico, professionale o politico su se stesso o sul territorio nel quale vive; scisso, o quanto meno distante intellettualmente, dalla realtà circostante.

Per la verità, il Sindaco è in buona compagnia. Dal punto di vista della politica cittadina, infatti, nessuna compagine è andata al di là dello scontato pezzo in cui si sono evidenziate le numerose corrispondenze di Volčič dai paesi del blocco della ex Europa dell’Est, annotandone le parentesi in cui è stato eletto nel Parlamento italiano e in quello europeo. In ogni tributo, però, è stata messa in evidenza l’attività che il giornalista ha svolto, in tarda età a Gorizia, nella “città che aveva scelto per vivere”; la “gorizianità” vero e unico faro che illumina la via della politica e di molti, direi la maggioranza, cittadini. Specialmente in questo periodo di inizio di campagna elettorale.

Ma Volčič, come al contrario dovrebbe essere, a mio avviso, lo spirito di molti goriziani e dei loro amministratori, aveva uno sguardo aperto, curioso, scevro da pregiudizi e soprattutto sempre pronto ad imparare. Che apprende continuamente, e costruisce il proprio bagaglio culturale dal momento della nascita fino alla morte.

Complice sicuramente il delicato periodo storico nel quale egli ha svolto le sue corrispondenze, ha esternato pienamente una caratteristica che dovrebbe essere insita nel dna degli abitanti goriziani che hanno in città, cosa affatto scontata e assai rara, un confine di stato.

Ciò che si è notato, invece, da letture sulla stampa o sui social, o anche semplicemente scambiando qualche parola, è una visuale quasi completamente introflessa, che cozza tremendamente contro la più grande responsabilità che mai si assumerà una amministrazione goriziana, e quindi la cittadinanza che la eleggerà, nella prossima consiliatura: preparare, affrontare, rispettare e utilizzare denari e programmi, che arriveranno copiosi grazie ai fondi europei ma soprattutto grazie all’aggiudicazione del titolo di Capitale europea della cultura, congiuntamente con la città sorella slovena di Nova Gorica.

Per la prima volta ci troveremo, tutti noi cittadini, di fronte al fatto, rarissimo, che sarà la Cultura a trainare l’economia di una città. A lustrarne la visibilità e a renderla, auspicabilmente, un luogo unico e transfrontaliero, internazionale, questa volta non solo per definizione.

Ma al di là dei consueti soggetti che storicamente si sono occupati di organizzare festival e iniziative culturali, sostenuti da amministrazioni locali e regionali, sono poche a Gorizia, le occasioni in cui si legge, si parla, si ascolta altro dal goriziano. E in quei luoghi, in quelle occasioni, veri presidi di diversità culturale, spesso autofinanziati, pochi cittadini partecipano.

Si continua paradossalmente a cercare “nuovi” itinerari, perfino “nuove” tradizioni, così come “nuovi” angoli reconditi della città per costruirci libri, incontri, dibattiti, immaginando che Gorizia sia una città infinita e che, una volta terminatane l’esplorazione, si possa ricominciare a farlo come se niente fosse.

Invece che frequentare, e quindi contribuire a far crescere, quei rari spazi in cui la diversità dal locale, rispetto alla tradizione, è vista come un valore aggiunto invece che con sospetto.

A Gorizia è necessaria una percezione altra da sé. Perché quella del sé è stata ampiamente sviscerata.

Forse questo confine ci opprime, invece che renderci frecce scoccate verso l’altro che ci circonda. Forse, noi, questo mondo altro, crediamo di volerlo affrontare. Invece lo temiamo.

Al contrario di Volčič, che lo ha vissuto e, legittimamente ha scelto dove andare a vivere. Cittadino goriziano per scelta, certamente, ma non per forma mentis.

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