di Bianca Della Pietra del 1/5/2021
In questo periodo di pandemia siamo passati attraverso diversi colori…non quelli dell’arcobaleno ma quelli che, simbolicamente, servivano a identificare le regole vigenti nei diversi territori e vincolanti i comportamenti dei loro abitanti. Bianco, giallo, arancione e rosso volevano dire che le persone, le attività produttive, le istituzioni amministrative e scolastiche potevano svolgere le loro attività nei limiti non consueti, ma di volta in volta stabiliti.
Simbolicamente vuol dire che sta per il reale, al posto di, con alcuni elementi che stanno al posto del tutto: un colore simboleggia regole le quali prescrivono comportamenti.
Nel periodo appena passato secondo le regole della zona arancione, vedere le persone che stavano gomito a gomito non rispettando le distanze nei bar aperti solo per l’asporto (non il consumo sul posto, quindi) e che sembravano essere all’ultimo bar, all’ultima ora, all’ultimo bicchiere prima di una qualsivoglia detenzione o addirittura dell’ergastolo, mi ha fatto davvero paura. Paura che le pause che ci saranno concesse dalla bella stagione e dall’incremento della vaccinazione, siano solo temporanee se non anche minimali. Paura che il virus riprenda la sua contagiosità e quindi letalità.
Mi sono quindi chiesta il perché di questi comportamenti. Sarà il bisogno di socializzazione? Sarà un principio di alcolismo diffuso? Sarà voglia di normalità intesa come riassuntiva di entrambi i precedenti? Sarà banale negazionismo o stupidità? Sarà che, per la paura del futuro, l’incapacità di far memoria produttiva del passato, non ci resta che aggrapparci saldamente al tavolo (reale e simbolico) del presente? Sarà che siamo stati sbattuti davanti alla nostra fragilità che ostinatamente non abbiamo mai voluto prendere tra le mani prima d’ora, trasportati dalla corrente della crescita e del benessere in cui ci siamo (e siamo stati) cullati?
Forse tutte queste ipotesi, che pur stanno nella mente di chi osserva le scene dall’esterno, potrebbero risultare troppo semplicistiche se prese singolarmente.
La mia analisi va nel senso di una stortura nel rapporto tra reale e simbolico.
I bisogni di socialità, di libertà, di normalità, sono stati molto evidenziati in quest’anno in cui abbiamo avuto a che fare con la pandemia da Covid19, ma non possono essere posti in primo piano rispetto al bisogno di salute, senza la quale i precedenti non sono realizzabili.
Il ruolo della simbolizzazione è quindi estremamente significativo e, a mio avviso, soprattutto in questo contesto storico/temporale. I simboli hanno valore culturale quando sono condivisi e quindi vengono riconosciuti da una collettività: vanno perciò al di là del vissuto e delle attribuzioni di significato individuali e legate alla propria storia personale.
Affrontare la questione richiede un minimo di approfondimento per non ricadere nelle banalizzazioni e semplificazioni che si diffondono con rapidità e vengono assorbite e fatte proprie con gran facilità.
Trattandosi di fenomeni sociali mi sembra opportuno far riferimento agli studi antropologici e sociologici i quali, a loro volta, ci portano frequentemente ai miti da un lato e alla struttura psichica profonda dall’altro. Visioni conciliabili, ma spesso solo alla portata degli esperti.
Allora, che lettura potremmo adottare? Trasformando l’immagine delle persone attaccate ai tavoli dei bar in una metafora, potrei ricorrere al “mettere radici”: il bar quale luogo di radicamento.
Ma è un bisogno?
Sì per Erich Fromm che ci indica il bisogno di radicamento nella natura e nel mondo per far fronte allo stato di isolamento.
Simone Weil si concentra sul bisogno di radicamento definito come <<il bisogno più importante e misconosciuto dell’anima umana, e tra i più difficili da definire’. Si è detto che ad esso non corrisponde un bisogno dialetticamente contrario. Il fatto è che il radicamento costituisce il terreno di coltura indispensabile per la soddisfazione degli altri bisogni, cosicché ad essi si oppone non un bisogno correlativo ma la sua negazione, la ‘malattia dello sradicamento’.>>
Questa “malattia’ è un tratto caratteristico della società attuale in cui dalle professioni, ai territori, al rapporto con il reale si è smarrito il riferimento consolidato e non si è riusciti a stare nel cambiamento.
<<Quindi la distruzione di un rapporto pieno con il tempo e lo spazio, vale a dire con la propria storia e il proprio ambiente naturale; di qui il sentimento di discontinuità, frammentazione, estraneità, e in definitiva la riduzione della vita sociale a pura esteriorità.>> (Dalla postfazione di Giancarlo Gaeta al saggio di S. Weil, La prima radice, scritto a Londra nel 1943)
Il concetto espresso dalla Weil viene riportato anche nel quotidiano La stampa a proposito del sovranismo proposto dalla Lega: “il sovranismo è la risposta politica a un bisogno umano di radicamento che negli ultimi cinquant’anni, e ancor di più negli ultimi trenta, è stato largamente trascurato.”[1]
Nella pratica Yoga, il radicamento consiste in un lavoro spirituale attraverso la postura che attiva il primo Chakra (centro energetico con una localizzazione specifica nel corpo), sede dell’elemento terra che costituisce le radici dell’essere vivente. Il riferimento primario occidentale è a Alexander Lowen, “padre” della bioenergetica.
Il radicamento è quindi un simbolo che rappresenta, secondo la mia lettura, la necessità di non rinunciare ai rapporti sociali, nel caso delle persone al bar. Ma i rapporti sociali, hanno avuto la possibilità di evolversi su un piano simbolico, ovvero che supera la realtà, ma la rappresenta. Non quella realtà di prima, ma un nuovo modo di essere vicini agli altri, un modo diverso, non necessariamente peggiore o migliore, semplicemente diverso.
Vicini ma a distanza, espresso con un ossimoro. Molteplici sono gli strumenti a nostra disposizione, digitali in primis (social media, piattaforme), ma anche telefonici (le chat di gruppo) senza dimenticare la scrittura spedita via posta, oppure poter far arrivare un pensiero a qualcuno con un acquisto online. Abbiamo ampliato i nostri strumenti di relazione, abbiamo scoperto meglio i modi che li regolano e i loro limiti. Gli adulti imparano principalmente dall’esperienza, non frequentando più i contesti formativi formali. Questa esperienza che stiamo vivendo e condividendo a livello mondiale ha molti elementi che ci accomunano, sia in senso transnazionale, che transgenerazionale: un’occasione per conoscere e imparare perfetta.
Imparare che cosa? Che le relazioni sociali non si costruiscono o non si basano solo sulla vicinanza fisica, ma su una solidarietà e una comprensione reciproca che può essere dimostrata anche a distanza o con gesti quotidiani di sostegno e aiuto. Ma alla base sta la consapevolezza della propria e altrui vulnerabilità…che al bar viene dimostrata in tutt’altro modo.
Segnalo, in conclusione, un interessante documento dal titolo Pandemia e resilienza, prodotto dalla Consulta Scientifica del Cortile dei Gentili, nel 2020. In particolare mi riferisco al concetto di generatività e alle proposte per una resilienza trasformativa. Reperibile al link: https://www.cnr.it/sites/default/files/public/media/attivita/editoria/Pandemia-e-resilienza-9-7-2020.pdf
[1] https://www.lastampa.it/topnews/lettere-e-idee/2019/12/23/news/la-lega-di-salvini-nasce-dal-bisogno-di-radicamento-1.38246758